«Nel continente africano si gioca, ora più che mai, la grande sfida per il futuro, perché l'Africa è il più grande giacimento di risorse dell'umanità»: con queste parole il vice ministro allo Sviluppo Economico con delega al Commercio Estero, Adolfo Urso, ha aperto il Forum «Italia e Africa partner nel business», iniziato il 1° luglio a Roma alla presenza del ministro degli Affari Esteri, Franco Frattini, e conclusosi il giorno successivo. Circa 500 imprese italiane e 19 Stati dell'Africa subsahariana hanno partecipato all'evento con cui l'Italia ha ribadito la nuova linea di politica estera inaugurata dal governo Berlusconi, che alla tradizionale cooperazione allo sviluppo intende sostituire relazioni di partenariato con i governi africani disposti a investire risorse economiche e umane nello sviluppo dei loro paesi: non più soltanto aiuti, dunque, fermo restando l'impegno umanitario, ma intese bilaterali di reciproca utilità.
Quattro i tavoli di lavoro attorno ai quali imprese italiane e delegazioni africane hanno discusso i futuri rapporti economici: infrastrutture, materie prime, strumenti finanziari e agroindustria. In occasione del Forum, inoltre, è stato presentato il Progetto per l'Africa. «Puntiamo - ha spiegato Urso - a raddoppiare entro tre anni il valore sia dell'export tricolore che degli investimenti nell'area, arrivando alla soglia, rispettivamente, di 9 miliardi di esportazioni e 150 milioni di investimenti»: un progetto ambizioso, concretamente illustrato, che le delegazioni africane presenti a Palazzo Brancaccio, dove si svolge il vertice, hanno accolto con interesse. Il Piano si articola su due direttrici: la promozione degli investimenti attraverso il cosiddetto counter trade (il moderno baratto) e la promozione del capitale umano tramite interventi di microcredito.
Tra gli imprenditori italiani che hanno aderito all'iniziativa figurano Paolo Zegna, vice presidente di Confindustria, Luisa Todini, presidente della Federazione europea delle costruzioni, Giancarlo Lanna e Massimo D'Aiuto, presidente il primo e amministratore delegato il secondo di Simest, Umberto Vattani, presidente di Ice, e Alessandro Castellano, amministratore delegato di Sace. Sul fronte africano, di particolare rilevanza è stata la presenza di Angola e Nigeria, rispettivamente primo e secondo produttore di petrolio dell'Africa subsahariana, e della Repubblica Democratica del Congo, così ricca di materie prime da essere stata definita uno «scandalo ecologico».
Tra i fattori che inducono a guardare con ottimismo al Progetto vi sono senza dubbio i passi avanti compiuti in Africa negli ultimi anni verso la realizzazione di mercati regionali: proprio nel giorno d'inizio del Forum è nato il mercato comune dell'Eac, la Comunità dell'Africa Orientale, che, in attuazione del Protocollo sottoscritto lo scorso novembre, consentirà la libera circolazione di merci, capitali e persone nei cinque Stati membri - Kenya, Uganda, Tanzania, Burundi e Rwanda - per un totale di 125 milioni di persone.
Il vice ministro Urso si è detto addirittura certo che le «pantere africane» avranno un ruolo trainante nella ripresa globale dell'economia tanto quanto le «tigri asiatiche». Tuttavia proprio gli Stati membri dell'Eac dimostrano quanta strada in realtà resti ancora da percorrere e quanto irta di ostacoli essa sia. Ad eccezione del Tanzania, infatti, tutti attraversano una fase politica a dir poco delicata: il Kenya, dove ad agosto verrà sottoposta a referendum popolare una nuova, contestatissima Costituzione, per non aver risolto del tutto la crisi post elettorale del 2008 nonostante la creazione di un governo di unità nazionale, l'Uganda, il Burundi e il Rwanda per le incognite di tre decisivi confronti elettorali segnati da violenze e tensioni.
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