Il regolamento sulla formazione iniziale degli insegnanti, cioè sulle modalità per diventare docenti, è stato presentato pochi giorni fa dal Ministro Gelmini. Si tratta di un duro colpo per chi sostiene che l'azione del Governo sulle tematiche della scuola sia di tipo meramente contabile. Questo nuovo regolamento, al quale seguirà presto quello sul reclutamento, si presenta, infatti, con i migliori auspici e si propone di dare uno slancio nuovo al sistema scolastico italiano. Si basa essenzialmente su tre punti, i quali vanno a risolvere tre note dolenti della nostra scuola.
Il primo punto riguarda la definizione del fabbisogno reale di docenti e il conseguente accesso limitato alle università abilitative per l'insegnamento: queste potranno accettare iscrizioni solo per il numero di posti vacanti nella scuola (più un margine del 30%). Chi sarà abilitato avrà l'inserimento immediato, risolvendo in questo modo la piaga del precari. Sul precariato, comunque, è meglio fare un po' di chiarezza. Premettendo che, nel parlare dei precari, si debba sempre avere una certa delicatezza ed è vergognoso che qualcuno tenti di strumentalizzare queste tragedie personali nella speranza di elemosinare qualche voto in più, occorre guardare ai numeri con occhi scevri da ideologia. Nel 2009, la Finanziaria ha ridotto di 42.000 unità il corpo docente. Di contro, i pensionamenti sono stati 30.000, per cui gli insegnanti rimasti esclusi sono stati 12.000. Nel 2010 il taglio è stato di 25.000 posti e i pensionamenti sono stati 23.000, per cui 2.000 insegnanti sono rimasti fuori. In tutto si tratta di 14.000 precari, molti meno delle esorbitanti cifre che sentiamo ripetere quotidianamente da sinistra e sindacati, ai quali, comunque, tra il decreto salva-precari e gli accordi stato-regioni si è cercato di garantire un impiego lavorativo.
Tornando al Regolamento, il secondo punto riguarda le modalità del tirocinio, il quale abbandona la veste statica e teorica che ha avuto per assumerne una dinamica, nella quale le università e le scuole sono direttamente coinvolte. Un docente tutor affiancherà l'insegnante in formazione, il quale potrà così fare subito esperienza sul campo. È chiaro qui il passaggio dal «sapere» al «sapere insegnare». Il terzo punto riguarda la formazione e introduce tre novità. La prima è l'obbligo per tutti gli insegnanti, non solo per quelli di sostegno, di avere conoscenze pedagogiche relative agli studenti disabili. La seconda è una conoscenza minima B2, certificazione europea, di una lingua straniera, in modo da portare avanti il progetto Clil, che prevede per l'ultimo anno di superiori, la possibilità dell'insegnamento di una materia in una lingua europea. La terza è il possesso obbligatorio di una certificazione europea di conoscenze informatiche, richiesto per favorire e portare avanti quel grande processo di digitalizzazione della scuola che il Governo ha iniziato.
A ciò si aggiungerà a breve anche un'altra grande riforma. Un tavolo tra le varie componenti in gioco è, infatti, riunito presso il Ministero per studiare dei criteri comunemente accettati per la valutazione dell'operato degli insegnanti. L'obiettivo è quello di superare gli anacronistici scatti d'anzianità e impostare un avanzamento di carriera basato sulle capacità e sui meriti dei singoli docenti. La strada intrapresa pare, dunque, essere quella giusta. L'ideologia sessantottina, che da decenni provoca innumerevoli danni al nostro sistema scolastico, promuovendo un egualitarismo che ha abbassato il livello della didattica e tolto alla scuola quel ruolo intrinseco di ascensore sociale, ha trovato finalmente un ministro che vuole tenerle testa ed abbatterla, per costruire una scuola più autorevole, più meritocratica, più giusta. In poche parole una scuola migliore. Voi chiamatela operazione contabile se volete!
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