Efficienza, meritocrazia, premi legati ai risultati. E ancora: trasparenza, semplificazione, centralità del cittadino. Non si tratta di uno slogan liberale, né di mere chiacchiere al fine propagandistico, ma sono i principi cardine su cui si incentra la riforma Brunetta. Nel corso del convegno «Una riforma per la crescita», durante il quale è stato presentato anche il rapporto Ocse sulla riforma della Pubblica Amministrazione in Italia, alla presenza di esperti della materia e rappresentanti delle istituzioni, il ministro antifannulloni ha fatto il punto della situazione ed ha mostrato il contributo della PA all'azione di Governo.
Da una parte la crisi economica mondiale, dall'altra gli stringenti parametri di Maastricht a cui l'Italia deve attenersi: tra le necessità dell'agenda programmatica governativa prioritaria è la riduzione del deficit e del debito pubblico. Anni di politiche assistenzialistiche e di crescita economica basata sull'aumento esponenziale della spesa pubblica hanno portato il nostro disavanzo pubblico, o deficit, a livelli elevati, con una ovvia ricaduta sul debito, che altro non è che la somma del deficit di bilancio del periodo attuale più gli interessi che si stanno pagando per i titoli emessi nei periodi precedenti allo scopo di finanziare i precedenti deficit.
Le strade per interrompere questo circolo vizioso e riportare sotto controllo tali valori sono due: tagliare attività e servizi risparmiando sui costi o mantenere lo stesso livello di produzione dei servizi con un minor costo. ll Ministero della Pubblica amministrazione e dell'Innovazione nel nostro Paese ha optato per la seconda via, aumentando la produttività e l'efficienza della P.A. per poter conseguire una riduzione di spesa. Il contributo stimato della Pubblica Amministrazione alle manovre di correzione dei conti pubblici è pari a circa 62 miliardi per il periodo 2008-2013. Come? Con l'introduzione di una riforma che si adegua all'obiettivo, fissato a livello dei Paesi Ocse, di un miglioramento del rendimento della pubbliche amministrazione e di rafforzamento della trasparenza, ossia della rendicontazione dei risultati ai propri cittadini.
Con le misure di contrasto all'assenteismo si è già riscontrata una riduzione media delle assenze per malattia pro capite dei dipendenti pubblici di circa il 35%, il che si traduce in 65 mila dipendenti in più ogni anno e, di conseguenza, in un aumento di produttività della P.A. Attraverso i provvedimenti presi in materia di contrattazione di pubblico impiego si stima che nel 2013 il differenziale retributivo tra settore pubblico e privato, che a partire dal 2000 si era progressivamente allargato a favore del primo, senza una logica di produttività legata ai risultati, torni a riallinearsi.
Inoltre, per effetto di misure in materia di blocco del turnover, contratti di lavoro flessibile e collocamento a riposo, negli anni 2008 e 2009 il personale si è ridotto di circa 72 mila unità, scendendo a circa 3,5 milioni di unità. Complessivamente tra il 2008 e il 2013 si può prevedere una riduzione dell'occupazione nel pubblico impiego di oltre 300 mila unità. Una manovra perfettamente in linea con quelle adottate a livello internazionale: basti pensare al taglio di 490 mila dipendenti annunciato dal governo inglese.
Ma per uscire dalla crisi non basta risparmiare, occorre rilanciare la crescita e creare un ambiente favorevole alle imprese. Così, con il lancio del Piano per la semplificazione amministrativa 2010-2012, il titolare di Palazzo Vidoni ha risposto alla richiesta dell'Europa di ridurre gli oneri amministrativi per le imprese del 25% entro il 2012. Con l'introduzione di misure di semplificazione specifiche per il mondo delle Pmi nel corso del 2008 si è già riscontrato un risparmio di 5,5 miliardi di euro, cifra cospicua che, nel 2012, raggiungerà i 17 miliardi di euro.
Intanto giunge dal nostro vicepresidente dell'esecutivo Ue, Antonio Tajani, l'annuncio di 5 milioni di nuovi posti di lavoro di qui al 2020, presentando il nuovo piano strategico di Bruxelles. Come? Con una serie di azioni per il rilancio della competitività dell'industria del vecchio continente, attraverso l'innovazione e un più attivo ruolo della Commissione nella valutazione della situazione e dei livelli di competitività degli Stati membri.
Mai prima d'ora si è riscontrata una tale omogeneità e comunione di strategie tra pubblico e privato, tra le nostre politiche pubbliche e del lavoro e la linea d'azione comunitaria e internazionale. Il percorso per uscire dal tunnel della crisi è chiaro e delineato, i requisiti ci sono tutti, speriamo di non scontrarci con il muro della resistenza al cambiamento e all'innovazione.
Condividi questo articolo
|