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Numero 394
del 04/11/2010
Perché la risposta per il Mezzogiorno non è un Partito del Sud PDF Stampa E-mail
! di Filippo Salone
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venerdì 29 ottobre 2010

Del Partito del Sud sin adesso si sa che tutti ne parlano ma nessuno sa bene cosa sia e cosa questo voglia rappresentare. Di sicuro se messo al cospetto delle famose cinque «w» anglossassoni (who, what, when, where, why) oggi questo «enigma» resterebbe insoluto. Eppure chi promuove un contenitore di rappresentanza territoriale per il Mezzogiorno avrebbe gioco facile nel sostenere, forte di tutti gli aggregati macroeconomi prodotti di recente, il nesso causa effetto tra marginalizzazione e arretramento del Sud Italia ed assenza di constituency politico-istituzionale ad esso rivolta. Cosi come avrebbe gioco facile ad enfatizzare l'aspetto di una Lega che, grazie alla sua golden share sul Governo, sposta l'asse degli investimenti verso il Nord dell'Italia penalizzando come in un gioco di equlibrio di leve fra di esse concorrenti le Regioni del Mezzogiorno. Tuttavia, se per legittimare un progetto di questo tipo si dovesse partire dall'assioma «plusvalore Lega-Nord, quindi necessità del Partito del Sud», si resterebbe immediatamente delusi.

Questa logica infatti risulta fallace sia dal punto di vista economico che da quello politico. In primo luogo la Lega Nord nasce e si afferma come partito di rappresentanza territoriale di un «centro economico» - il Nord- avvertito però dai suoi stessi ceti produttivi come «periferia politica» rispetto al «centro» di Roma. In pratica gran parte delle risorse prodotte nel Settentrione, e soprattutto nel Lombardo-Veneto, non venivano amministrate nei territori d'origine ma attraverso la leva fiscale venivano prelevate dal Centro istituzionale e drenate al Sud. Anche dal punto di vista più strettamente politico il movimento di Bossi non ha mai puntato ad una mediazione degli interessi di tipo orizzontale- ovvero tra ceti politici - ma piuttosto di tipo verticale tra territorio inteso come «comunità dei produttori» e governo centrale. Da qui, con la commutazione di interessi in valori, la creazione di un senso di appartenenza comune ad una macro area identificata come «Padania». E da qui la richiesta, che progressivamente diviene funzione, esclusiva giacché «esclusa» di rappresentanza a livello istituzionale. Su questa doppia matrice la Lega, sin dalla metà degli anni Ottanta, ha costruito il proprio patrimonio di consenso in un percorso spazio-temporale che ha come origine il minimo di autonomia finanziaria ed istituzionale - ovvero lo Stato centralista come configuratosi dal dopoguerra al 2000- e come arrivo il massimo di autonomia fiscale e istituzionale - ovvero la riforma federalista dello Stato -.

Se si guarda al nostro Mezzogiorno con la lente di questo ragionamento si capisce allora tutta l'inconsistenza di chi oggi rivendica l'esigenza di un aggregazione politica esclusiva per il Sud. A rigor di logica infatti un area storicamente centrale a livello politico, e quindi di «rappresentanza inclusa», non può reclamare un'ulteriore centralità di questo tipo e soprattutto non quando questa «reclame» proviene da ceti politici e classi dirigenti già titolari di responsabilità e gestione amministrativa, per cui una rappresentanza di tipo esclusiva - ovvero la creazione di un Partito del Sud- si presenterebbe solamente come mero «outsorcing» di rappresentanza orizzontale senza incidere minimamente sulla performance di rappresentanza territoriale. Per questo è da ritenersi paradossale che la più alta carica della Regione siciliana si spenda per una rivendicazione di tipo politico del Mezzogiorno quando, sfruttando al meglio le risorse amministrative della propria storica autonomia statutaria, questi avrebbe, per la promozione degli interessi del suo territorio, una discrezionalità pressoché sovrana.

Come d'altra parte risulta paradossale che classi dirigenti già in passato ampiamente investite in termini di legittimazione di responsabilità e di consenso, si ripropongano come custodi di una formula in provetta - La Forza del Sud - nella velleità di replicare il modello Lega Nord. Piuttosto, chi oggi vuole coltivare l'ambizione di affrontare e risolvere la questione meridionale dovrebbe iniziare non riproponendo vecchi feticci localistici, ovvero alchimie e maquillage di tipo politicista, ma facendosi portatore del principio generale di buona amministrazione. Dal dopoguerra in poi infatti la centralità politica del Mezzogiorno, del resto per qualsiasi ceto politico di governo rinunciare ad un così esteso bacino di penetrazione sarebbe stato improduttivo, non è mai stata messa in discussione e mai sono venute meno le risorse finanziarie e di sviluppo- dalla Cassa del Mezzogiorno ai Fondi Fas, passando per i copiosi finanziamenti Ue, la maggior parte dei quali sono rimasti inutilizzati addirittura senza essere spesi. Più che di modelli, di formule e di partiti anacronistici è pertanto la classe dirigente meridionale, sino ai giorni nostri, ad aver perso la scommessa dello sviluppo non riuscendo a realizzare capacità di spesa qualificata delle risorse a disposizione e privilegiando semmai la gestione delle risorse come metodo di proliferazione clientelare del potere. La facoltà di spesa e di investimento si è cioè storicamente indirizzata sui centri di stanziamento locale agevolando la parcellizzazione degli interventi di mera gestione e sacrificando così un piano di sviluppo diffuso e strategico.

 

*Filippo Salone è autore del volume Il Fenomeno leghista perché nasce perché si afferma , Rubbettino 2009

 




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