A pochi giorni dal Natale, e sul finire della cosiddetta «lame duck session» - traducibile letteralmente in «sessione dell'anatra zoppa», così viene definito il periodo di tempo in cui il Congresso si riunisce dopo le elezioni di mid-term, ovvero prima che si vengano a insediare i nuovi eletti - la Casa Bianca ottiene una nuova e importante vittoria, sul fronte della politica estera e delle relazioni internazionali. Con una votazione che ha visto 71 favorevoli e 26 contrari, grazie a un'asse bipartisan, nella giornata di mercoledì il Senato americano ha approvato la ratifica del nuovo «START» («Strategic Arms Reduction Treaty»), versione aggiornata del trattato tra Stati Uniti e Russia relativo al controllo e alla riduzione delle armi nucleari.
Firmato lo scorso 8 aprile a Praga dai due presidenti Barack Obama e Dmitry Medvedev, l'accordo bilaterale «New START» (chiamato «CHB-III» in Russia) aggiorna in maniera significativa le disposizioni previste dai precedenti trattati in materia di armamenti nucleari. Lo «START», nato nel 1991 per volere dell'allora leader americano George H. W. Bush, in accordo con Mikhail Gorbaciov, e rinnovato qualche anno più tardi dallo stesso Bush e Boris Eltsin (con lo «START II»), era stato integrato e in parte superato - dopo il fallimento delle trattative per lo «START III» tra Bill Clinton e lo stesso Eltsin - circa otto anni or sono, con l'accordo «SORT» («Strategic Offensive Reduction Treaty») promosso da George W. Bush e Vladimir Putin nel 2002, che poneva nuovi limiti sul numero di testate di cui disporre, imponendo ulteriori riduzioni. Oggi, il «New START» fissa il limite, per entrambe le potenze, di 1550 tra testate e bombe nucleari, 800 vettori nucleari (e 700 vettori nucleari contemporaneamente operativi) e proibisce, come già lo «START II», il possesso delle testate multiple MIRV. Tra le altre cose, il trattato, che ancora deve ricevere il via libera dal parlamento russo, permette il monitoraggio tramite satellite e definisce le modalità relative alle ispezioni dei siti atomici: ben diciotto l'anno per verificare il rispetto dei patti.
«Questo è il più significativo accordo sul controllo delle armi degli ultimi vent'anni», ha dichiarato, visibilmente soddisfatto, il presidente americano Barack Obama, «che rinforzerà la nostra leadership nel fermare la diffusione di armamenti nucleari e nel promuovere la pace di un mondo senza di essi». Per la Casa Bianca, ancora alle prese con sondaggi negativi e dopo la cocente sconfitta subita alle elezioni di medio termine dello scorso novembre, si tratta di una importante e alquanto sofferta vittoria che, unitamente al compromesso raggiunto in materia fiscale con i Repubblicani e alla decisione di eliminare la regola cosiddetta «don't ask, don't tell» relativa ai gay nelle forze armate, consegna al Comandante in Capo un finale di 2010 molto meno amaro rispetto al resto di un anno per lui politicamente disastroso. Inoltre, non fa che anticipare quello che molto probabilmente (e obbligatoriamente) sarà il modus operandi del presidente per i prossimi due anni, caratterizzato da negoziati continui con il Partito Repubblicano e dalla perenne ricerca di soluzioni di compromesso, per poter ottenere risultati concreti.
Non era così scontato, infatti, riuscire ad avere l'approvazione da parte dei Repubblicani, molti dei quali, nelle scorse settimane, avevano sollevato numerosi dubbi sui contenuti del trattato. Tra le maggiori preoccupazioni del Grand Old Party, la possibilità che il governo Usa potesse utilizzare il «New START» come una giustificazione per rallentare i progetti di difesa missilistica e i programmi per mantenere un minimo arsenale nucleare. Al fine di rassicurare anche i più scettici, Obama ha promesso di spendere 85 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni per rendere più moderno l'arsenale americano e creare nuove testate, che possano essere utilizzate nel corso di eventuali conflitti. Inoltre, al Senato, i Democratici hanno dato il proprio benestare all'approvazione di un emendamento, firmato e promosso anche dal senatore ed ex candidato presidenziale John McCain, nel quale si dichiara a chiare lettere che il «New START» non può e non deve essere interpretato come un accordo che possa ostacolare i piani di difesa missilistica americana. Due concessioni importanti ai Repubblicani, che sono servite a convincere una parte consistente dell'opposizione a votare a favore, consentendo così all'accordo di ottenere la maggioranza di due terzi necessaria per essere ratificato dal Senato. Ulteriore conferma che, messa da parte l'ala liberal, quando Obama si rivolge a destra, riesce a conquistare fondamentali vittorie, per lui e per l'America.
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