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Numero 408
del 09/02/2011
Pomigliano e Mirafiori, uno spartiacque per dire addio alle nostalgie del '900 PDF Stampa E-mail
! di Alessandro Russo
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mercoledì 29 dicembre 2010

Sono 38 anni che la disciplina collettiva dell'organizzazione del lavoro del settore metalmeccanico è immutata. Un dato indicativo di come in Italia le riforme tardino ad arrivare. La sconvenienza sta forse nel fatto che le riforme rompono gli equilibri, disarticolano le certezze, impongono di tenere una direzione ferma, smettendo con la navigazione a vista.

Oggi Pomigliano e Mirafiori sono il punto di partenza per un paese diverso, nuovo, che davvero sia fondato sul lavoro. Si discute oggi in terra campana, nota per abbondanza di posti di lavoro, di salari, orari di lavoro, scatti di anzianità e diritti sindacali.

La cassa integrazione degli ultimi mesi è stata dura per i 4.600 lavoratori dipendenti dello stabilimento di Pomigliano.  Grazie all'accordo raggiunto fra Fiat e Fim, Uilm, Ugl metalmeccanici, Fismic, l'Associazione dei quadri Fiat, con la firma del nuovo contratto avvenuta mercoledì 29 dicembre, finalmente si è usciti da un binario morto. Da gennaio 2011 ci sarà lavoro per quegli stessi operai che oggi hanno scritto una lettera ai leader della sinistra. «Noi che abbiamo votato "sì" a quell'accordo ci siamo stancati di continue dichiarazioni tese a sostenere chi non aveva valide alternative da proporci». E continuano ponendo dieci domande, alle quali sarebbe almeno cortesia rispondere. Sempre che Bersani, Vendola e Di Pietro abbiano davvero qualcosa di concreto da dire, da proporre. La disperazione della sinistra, le sue divisioni, i suoi tatticismi hanno prodotto gravi rischi per chi lavora negli stabilimenti Fiat. Uno su tutti quello di portare Marchionne al disinvestimento su Fiat nel nostro paese, con conseguenze effettive per operai ed impiegati: perdere il lavoro.

Alla Fiom (ha perso un'altra occasione per dimostrare di essere responsabile) non importa neppure che l'accordo sia migliorativo rispetto allo stesso contratto dei metalmeccanici e che i salari saranno più alti per effetto delle maggiorazioni di turno. La stessa paga base sarà maggiore con la definizione del nuovo contratto collettivo. Si potrà scioperare, certo, ma le sigle che hanno firmato subiranno multe sui versamenti delle quote tessere e sui permessi sindacali qualora optassero per questo aspetto. Sulle pause lavorative basta leggere parte dell'accordo per capire che quanto afferma la Fiom è piuttosto discutibile. Infatti, azzerando le operazioni improduttive (camminare, aspettare, cercare un attrezzo), diminuendo le attività più logoranti per il fisico (sollevamento o trasporto di oggetti pesanti) si avranno dieci minuti in meno di riposo, certo, ma altrettanti di lavoro retribuiti in più. Tre pause da dieci minuti (prima erano tre per 40 minuti complessivi) si adattano meglio poiché il lavoro dovrebbe essere meno pesante. Per competere con gli operai del resto d'Europa e del mondo bisognava certo pensare alla catena di montaggio del terzo millennio. Innovando proprio dove i tempi morti mortificavano la produttività.

I treni, alle volte, passano una sola volta e non si possono mai prendere in corsa. E questo il Ministro Sacconi lo sa bene. Bisogna dare atto alla sua tenacia perché Fim, Fismic, Uilm, Ugl e Fiat si sedessero ad un tavolo per scrivere le regole: nuove regole. In un paese che della staticità ha fatto il suo mantra le innovazioni sono viste come un inutile problema da affrontare. Meglio non toccare nulla per non dover almeno sforzarsi nell'elaborazione di proposte innovative. Soprattutto quando sei ancora legato a miti sconfitti dalla storia. E allora il paese invecchia, è un dato di fatto, con la testa rivolta all'indietro però, al secolo scorso. Una vecchia tara della sinistra, capace di immobilizzare l'intero sistema.

Ecco che si spiega allora l'assenza della Fiom. Niente firma, per carità, siam sinistri puri e irriducibili. Ci si domanda, allora, se la categoria dei metalmeccanici continuerà a condizionare l'intera Cgil e la sua politica. Sono anni, infatti, che prende in ostaggio il potere contrattuale di uno dei maggiori sindacati italiani. Neutralizzandone di fatto la volontà riformista.

La Fiom si è esclusa a prescindere. Nessuna proposta o alternativa plausibile. Tutta una questione politica. Forse tesa alla necessità di voler o dover rappresentare una parte politica che in Parlamento non è entrata (ricorderei per gli smemorati che a non farla entrare in Parlamento sono stati gli stessi elettori di sinistra). Cremaschi arriva persino a scomodare l'ottobre del 1925 e Mussolini. Tanto per farci capire con quale metro si ragiona, quello inutile dei ricorsi storici.

La verità è che la storia bisogna saperla scrivere, interpretare. Come diceva Montale «non è maestra di vita, nulla ci insegna». Le riforme sono ormai necessarie per il nostro paese. I veri conservatori sono coloro che le vorrebbero fermare. E lo dobbiamo a quegli operai preoccupati per il posto di lavoro. Anche a quelli che hanno votato no. Perché la vittoria più grande è poter contrattare maggiori diritti, senza barattarli con le tutele. Proprio come avverrà oggi con il modello Pomigliano. Tutto è perfettibile. Se non si comincia, però, avremo solo macerie.




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