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Numero 406
del 28/01/2011
Usa: quando il Paese reale è ignorato dai media globali PDF Stampa E-mail
! di Marco Respinti
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martedì 25 gennaio 2011

In questi giorni i giornali e le tivù saranno ricolmi di commenti e di opinioni a proposito del discorso sullo Stato dell'Unione, che il presidente Barack Hussein Obama pronuncerà alle 9.00 di stasera ora della Costa Orientale, notte fonda da noi. Giusto, giustissimo, cosa non si fa per campare. Il comandante in capo del Paese comunque più importante del mondo dà la propria versione di come vanno le cose e nessuno può ovviamente permettersi di snobbarla.

Però è singolare che gli occhi del mondo si puntino sempre e solo su certe cose che accadono negli Stati Uniti d'America e mai su altre. Le elezioni di «medio termine» celebrate il 2 novembre scorso, ovviamente, anche se, rispetto alla media, si sono notati pochi commenti a quella che è stata una grande, forse enorme vittoria del Partito Repubblicano, probabilmente proprio per questo. Magari l'insediamento del nuovo Congresso federale (il 112°, quello con la Camera a stragrande maggioranza Repubblicana e il Senato assolutamente ben piazzato), il 3 gennaio scorso. Quando tocca, ogni quattro anni, l'Inauguration Day del presidente il 20 gennaio. Poi, appunto, il discorso sullo Stato dell'Unione in data da definire di anno in anno, ma comunque alla fine di gennaio. E subito dopo, dopo, la presentazione del bilancio per l'anno successivo, questione spinosa.

Tutte cose belle, importante, istituzionali. Quindi certamente significative. Da parata, magari da bagno di folla, sicuramente passaggi nodali della vita ufficiale del Paese nordamericano. Ma come mai il silenzio cala invece sempre come una mannaia su altri eventi che ricorrono regolarmente nello steso periodo e che non sono affatto meno significativi?

Il 16 gennaio, per esempio, si è celebrato il National Religious Freedom Day, la Giornata nazionale della libertà religiosa, il cui scopo principale è promuovere e proteggere la libertà di espressione della fede religiosa anche nei luoghi pubblici. La data scelta è quella dell'anniversario dell'approvazione, nel 1786, dello Statuto per la libertà religiosa dello Stato della Virginia, scritto nel 1779 dal padre della patria Thomas Jefferson (famoso autore della Dichiarazione d'indipendenza del 1776 e poi presidente federale) e tramutato in legge dall'Assemblea Generale di quella ex colonia nordamericana. Uno statuto i cui contenuti sono finiti diritti dritti nel testo della Costituzione federale entrata in vigore il 4 marzo 1789. È un avvenimento solenne, convocato ufficialmente dal presidente federale e ricorrenza nazionale.

Poi, appena prima, sempre, del discorso sullo Stato dell'Unione, la Marcia per la Vita. Succede da quasi quarant'anni, lo stesso giorno, il 22 gennaio (tranne, come quest'anno, se la data coincide con il fine-settimana, ragion per cui viene spostato tutto a lunedì in modo da non negarsi la presenza di senatori e deputati federali). Avviene in quel giorno perché quello è l'anniversario della sentenza emessa nel 1973 dalla Corte Suprema federale a conclusione del caso «Roe vs. Wade» che con un colpo di spugna indebito (quella suprema magistratura giuridica ha infatti il solo compito di vegliare sulla costituzionalità delle leggi varate dal Congresso, mai di legiferare per conto proprio) cancellò le provvisioni a favore della vita vigenti in molti degli Stati dell'Unione e alcune clausole federali così introducendo l'aborto per tutti. La Marcia per la Vita di quest'anno, la 38esima, ha ricordato i circa 50 milioni di bimbi americani non-nati da allora a oggi e lo ha fatto, come ogni anno, con un concorso di popolo enorme che sfila pacificamente a Washington lungo Constitution Avenue e fino al palazzo della Corte Suprema, migliaia e migliaia di cittadini, un numero enorme di vescovi cattolici, uomini politici a iosa.

Quindi, il 3 febbraio, a Washington, si celebra il National Prayer Breakfast, la giornata della preghiera nazionale, istituzioni comprese, che si tiene all'Hilton di Connecticut Avenue. Più di 3mila persone che pregano ad alta voce per l'America e per il mondo, presidente compreso, quest'anno ci sarà pure Obama, ci sono invitati da più di 100 Paesi, ci andò anche la beata Madre Teresa di Calcutta, ci andò pure Bono, il cantante degli U2.

E il ciclo, questo ciclo, si chiude poi in primavera (tra poco comunicheranno la data esatta) con il National Catholic Prayer Breakfast, creato per rispondere all'appello per la «nuova evangelizzazione» lanciato a suo tempo da Papa Giovanni Paolo. Vi hanno pregato l'allora arcivescovo cattolico di St. Louis, Missouri, e oggi Prefetto del Supremo Tribunale della segnatura Apostolica Raymond L. Burke, il giudice della Corte Suprema Antonin G. Scalia, cattolico, e il non cattolico presidente federale George W. Bush jr.

Eventi nazionali, ignorati. Né vale invocare la dicotomia fra «Paese legale», a cui sarebbero per forza di cose attenti gli addetti alla comunicazione, e «Paese reale», che prospera ma nel nascosto. Questi appuntamenti sono, negli Stati Uniti d'America, pubblici, avvengono alla luce del sole, lo sanno tutti, impegnano assieme popolo, politica e istituzioni. Adoro Paesi laici come gli Stati Uniti d'America.




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