freccia_long
Numero 440
del 13/09/2011
Riforma giudiziaria? Yes, we can PDF Stampa E-mail
! di F. N.
@ragionpolitica.it
  
lunedì 21 febbraio 2011

La bravura di uno statista si misura soprattutto nelle situazioni di crisi: la capacità di gestire la res politica al di fuori della «ordinaria amministrazione notarile» e, soprattutto, la capacità di ribaltare apparenti sconfitte in reali vittorie sono le caratteristiche che maggiormente distinguono un uomo politico di alto profilo da un semplice, per quanto bravo e preparato, amministratore.

All'alba del 14 dicembre scorso, in molti davano Silvio Berlusconi per spacciato: sembrava davvero che la zavorra finiana potesse fare definitivamente affondare il naviglio governativo. Dopo appena tre mesi lo scenario si è completamente ribaltato: l'esperienza futurista giace semidimenticata su un binario morto; la maggioranza si è consolidata sia al Senato che alla Camera, ponendo le basi per la ricomposizione delle commissioni parlamentari; l'elettorato di centrodestra, sia passivo che attivo, ha ritrovato slancio, motivazione e, soprattutto, una sana ed efficace aggressività. La «potatura» dei rami, insomma, ha già prodotto nel brevissimo periodo risultati assolutamente positivi e, in una qualche misura, oltre le più rosee previsioni.

In questo ridefinito scenario, anche l'assalto giudiziario al presidente del Consiglio può diventare paradossalmente un elemento positivo, ovvero fornire le basi per una convergenza trasversale sulla riforma giudiziaria. Domenica il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in un'intervista rilasciata a Welt am Sonntag, ha detto che «il governo regge finché ha la maggioranza e opera di conseguenza». In riferimento alla guerriglia giudiziaria, poi, Napolitano si è espresso così: «Il presidente del Consiglio ha le sue ragioni e buoni mezzi giuridici per difendersi dalle accuse». Con l'equilibrio e la chiarezza che sempre contraddistinguono le sue esternazioni, il capo dello Stato ha piantato l'ascia in mezzo al tavolo, demolendo le surreali aspettative di quanti, in aperta violazione del testo costituzionale, immaginavano come possibile lo scioglimento delle Camere ex officio da parte del presidente della Repubblica, anche in presenza di una netta maggioranza parlamentare. Inoltre, l'aver sottolineato la legittimità delle ragioni del premier e la intrinseca giuridicità della sua reazione implica, senza particolare arzigogoli esegetici, se non una censura tout court comunque un monito alla magistratura ed alla temerarietà giuridica di certe operazioni giudiziarie. Con buona pace di quanti hanno già scritto sentenza di condanna e motivazioni della medesima.

Al legittimo e motivato richiamo all'ordine del Capo dello Stato si aggiungono inoltre le voci dei sempre più numerosi «dissidenti» all'interno del Pd, per i quali è obbligatoria una riflessione profonda sulla giustizia italiana: Violante, Sircana, Renzi, Morando, Ceccanti, Chiaromonte. Soggetti che, pur non venendo meno al loro legittimo ruolo di oppositori, sono evidentemente stufi di vedersi dettare l'agenda politica dal partito delle procure, non fosse altro che proprio questa sudditanza della maggioranza dell'establishment di sinistra nei confronti dei pm si è rivelata disastrosa dal punto di vista elettorale: per il sindaco di Firenze, il «rottamatore» Renzi, la sinistra potrà tornare a vincere solo quando supererà definitivamente l'antiberlusconismo antropologico, alimentato dalla pirateria giudiziaria.

Ora, alla stato attuale delle cose manca il quorum dei 2/3 necessario per approvare la riforma costituzionale della giustizia evitando il ricorso al referendum confermativo. Ma non è impossibile supporre ed auspicare che, qualora l'esecutivo prosegua come ha brillantemente fatto finora sulla strada della fermezza e della chiarezza, si possano produrre le condizioni per una convergenza politica atta a ridefinire in positivo l'attuale, scompaginato e frammentario, assetto giudiziario. Magari già in questa legislatura. Le prove generali per una proposta di riforma costituzionale in tal senso ci saranno quando le Camere saranno chiamate a pronunciarsi sulle nuove disposizioni in materia di intercettazioni. Se, come è già accaduto, vi fossero voci fuori dal coro che votano secondo la propria libera coscienza e non in rispondenza ai diktat di partito (di quale partito lo sappiamo perfettamente), questo sarebbe indubitabilmente un primo segnale di apertura e disponibilità per la realizzazione di una più ampia e condivisa riforma della giustizia, avente ad oggetto la separazione delle carriere e la conseguente introduzione di un doppio Csm.

Questo perché tale esigenza va al di là di Silvio Berlusconi e del suo governo: si avverte ormai da più parti la necessità di ridefinire in maniera puntuale le regole che disciplinano la separazione e l'autonomia dei poteri dello Stato. Perché lo scontro politico, comunque legittimo e indice di una democrazia sana e dinamica, si giochi, finalmente, su un piano di maggiore civiltà. Giuridica e non solo.




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