All'indomani dell'inizio della «rivoluzione del gelsomino» in Tunisia, il leader libico Mu'ammar Al-Gheddafi aveva espresso piena solidarietà al suo amico e «collega» tunisino Zine El-Abidine Ben Ali. Probabilmente gli storici leader arabi (Ben Ali, Bouteflika, Gheddafi, Mubarak e Ali Saleh) e, con essi, i leader occidentali, credevano che il presidente tunisino sarebbe riuscito anche questa volta a domare le rivolte con la repressione. Ma, come hanno scritto i quotidiani arabi, il giovane tunisino Muhammad Al-Bou'azizi, dandosi fuoco il 17 dicembre 2010, ha «acceso la fiaccola» della rivoluzione nel cuore della Umma araba, dando inizio a una lunga scia di proteste che sembra inarrestabile.
Dalla notte al giorno, i governi occidentali si sono resi conto che non potevano più sostenere i vecchi «alleati». Lo stesso Gheddafi, che inizialmente aveva sostenuto Ben Ali, dopo la sua fuga in Arabia Saudita ha dovuto fare un passo indietro, ma il vaso era oramai traboccato. Casi di emulazione del gesto di immolazione di Al-Bou'azizi si sono registrati dal Marocco alla Giordania, passando per la Libia.
E alla fine il «giorno della collera» è arrivato anche a Tripoli, il 17 febbraio scorso. Centinaia di manifestanti hanno invaso le strade chiedendo la caduta del regime. Come accaduto in Egitto, e come sta accadendo nello Yemen, il leader libico ha reagito d'istinto schierando i suoi sostenitori, che hanno organizzato manifestazioni pro-regime, ma soprattutto agenti infiltrati e mercenari.
Ma la Libia non è la Tunisia, né tantomeno l'Egitto. In Libia il rischio di una guerra civile è concreto. Dunque, soprattutto per l'Italia, il Paese nordafricano rappresenta un elemento di crisi e instabilità che potrebbe avere pericolose ripercussioni non soltanto sul piano economico, ma soprattutto su quello energetico, dell'immigrazione e della minaccia di stampo jihadista. Mentre in Tunisia ed Egitto gli slogan principali erano «libertà e democrazia», a Tripoli e Benghazi il tono è diverso: «La Ilaha illa Allah wa Muhammad Rasul-Allah», una personalizzazione libica della testimonianza di fede islamica che significa «Non vi è altro Dio all'infuori di Allah e Muhammad è messaggero di Allah», diventa «La Ilaha illa Allah, wa Mu'ammar ‘Adu Allah», e cioè «Non vi è altro Dio all'infuori di Allah e Mu'ammar è il nemico di Allah». Un'espressione, questa, spesso utilizzata dai movimenti fondamentalisti per accusare di infedeltà un altro musulmano (takfir) e quindi condannarlo a morte. A conferma di ciò arriva anche una fatwa di Youssef al-Qaradawi, appena ritornato in Egitto. Intervistato dalla tv Al-Jazeera, ha dichiarato: «Legittimo i militari libici a uccidere Gheddafi».
In Libia esiste il rischio fondamentalismo, che si alimenta con la violenza, generando altra violenza che, se legittimata da una visione radicale dell'islam, diventa jihad. Mentre Al-Jazeera passa le notizie sulla Libia, gli sms dei telespettatori sono ininterrotti. I nomi degli autori sono diversi, così come i Paesi di origine e la lunghezza del messaggio. Ma il contenuto è lo stesso, e richiama all'elemento religioso come fattore di vittoria per i manifestanti libici. In oltre 30 minuti, nessun sms era privo del termine «Allah».
La Libia, come detto, non è la Tunisia o l'Egitto. La violenza è più accentuata, ci sono più morti, e anche l'esercito comincia a dare segnali di spaccature interne. È in corso una guerra civile? Tale rischio è stato ribadito anche dal figlio minore del Colonnello, Seif al-Islam Gheddafi, che in un videomessaggio ha fatto appello a un dialogo nazionale sulla Costituzione. Colui che sembrava essere apparentemente il volto nuovo e riformista della Libia ha invece dimostrato, di fronte alla minaccia di perdere i benefici derivanti dall'essere figlio del regime, di essere un «conservatore». Seif al-Islam non ha sostenuto apertamente la popolazione e ha accusato fazioni libiche all'estero di voler dividere il Paese. Ed ha alzato il tiro: «Tutti abbiamo le armi, ma non vogliamo arrivare al punto di doverle utilizzare». Martedì, parlando ad Al-Jazeera, il Colonnello ha rilanciato lo stesso messaggio, avvertendo: «Se sarà necessario, userò la forza».
Il rischio di un secondo Iraq a pochi chilometri dall'Italia esiste. Ha dichiarato Seif al-Islam: «Siamo di fronte a due scelte: o avviare un processo di riforma in Libia senza distruggere il Paese o entrare in una fase di violenza che sarà superiore a quella irachena». Ed ha concluso, facendo cadere la maschera: «Mu'ammar Gheddafi non è né Ben Ali né Mubarak, è un leader popolare». Probabilmente il destino del Colonnello potrebbe essere diverso da quello dei suoi ex colleghi in Tunisia ed Egitto. Fonti della famiglia Al-Gheddafi hanno fatto sapere al quotidiano Al-Sharq al-Awsat che «il leader libico non fuggirà, ed è disposto a morire in Libia». Lo hanno confermato anche Nour al-Mesmari, ex braccio destro del Colonnello, da Parigi, e lo stesso Gheddafi, con la sua apparizione in tv.
Violenti scontri, centinaia di morti, collegamenti telefonici interrotti, bombardamenti sulla folla, e la minaccia di bloccare l'afflusso di gas verso l'Italia. Il gruppo di opposizione al regime di Gheddafi, chiamato «17 febbraio» in onore del giorno in cui hanno avuto inizio le manifestazioni, ha diffuso un messaggio in cui, rivolgendosi all'Unione Europea in generale, ma riferendosi all'Italia in particolare, minaccia di voler interrompere gli afflussi di gas libico dalla fonte, chiudendo il giacimento che consente all'Italia e al Nord Europa di rifornirsi.
In ottemperanza al Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione siglato dal governo Berlusconi con il Colonnello libico il 30 agosto del 2008, l'Italia ha stanziato indennizzi per 5 miliardi di dollari e previsto investimenti per un'autostrada costiera che attraversi tutta la Libia, la costruzione di alloggi nel Paese nordafricano, borse di studio per studenti libici e pensioni di invalidità per i mutilati vittime delle mine antiuomo collocate dall'Italia su territorio libico durante il periodo coloniale. Da parte sua, il leader Gheddafi aveva garantito un pattugliamento congiunto delle coste libiche per ridurre il numero dei clandestini che giungono nel nostro Paese e l'afflusso di maggiori quantità di gas e di petrolio libico. Memore di quell'accordo, oggi il Colonnello lo utilizza come arma per mettere in guardia l'Europa.
Un dato, tuttavia, è certo: dall'inizio degli scontri l'afflusso degli immigrati verso le coste italiane aumenta in misura sensibile. Considerando l'alto numero di evasi tunisini e libici, il rischio di infiltrazioni tra le masse clandestine è reale, ed è stato sottolineato anche dal ministro dell'Interno, Roberto Maroni. La scorsa settimana, alla vigilia del «giorno della collera», la Libia aveva rilasciato gli ultimi (110 in tutto) detenuti (ex) membri del Gruppo Libico Islamico Combattente (GLIC). I centri di prima accoglienza, in un primo momento tenuti chiusi per non incentivare ulteriormente l'ingresso di clandestini, sono stati riaperti e contano centinaia di immigrati, fra i quali potrebbero nascondersi anche alcuni evasi dalle carceri tunisine e libiche. Tra coloro che giungono in Italia alcuni verranno espulsi, altri chiederanno il diritto d'asilo e lo status di rifugiato, altri vivranno da clandestini. Data la portata dell'emergenza e la minaccia che potrebbe toccare l'intera Europa, l'Ue ha il dovere di sostenere l'Italia. Gli apparati di intelligence europei, francesi e italiani in primis hanno già segnalato la minaccia di infiltrazioni di elementi jihadisti tra i clandestini.
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