Proponiamo ai lettori il testo dell'intervento pronunciato alla Camera dal ministro degli Esteri, Franco Frattini, nell'ambito dell'informativa urgente del governo sugli sviluppi della situazione in Libia.
Signor presidente, onorevoli colleghi, è evidente che parliamo oggi, a distanza di una settimana dalla mia ultima informativa in quest'aula, di una questione estremamente complessa, la più complessa e probabilmente la più drammatica che si sta sviluppando in queste ore e da qualche giorno in Libia. Non devo ricordare a quest'aula che il tentativo di una normalizzazione dei rapporti dell'Italia con la Libia, dopo gli scontri, le incomprensioni e le inimicizie del passato, è stata un'azione che si è dipanata per lunghi anni, coinvolgendo evidentemente l'Italia ed i governi dell'Italia per lunghi anni a partire dalla metà degli anni Novanta. Hanno lavorato a questo governi di diverso colore politico, consapevoli tutti della necessità di tentare di acquisire un definitivo accordo che permettesse non soltanto di far fronte ad interessi nazionali forti - come la prevenzione di una potenziale grande ondata migratoria illegale - ma anche della necessità di definire una volta per tutte i rapporti con la Libia, che avevano dal passato coloniale dell'Italia mantenuto una grande criticità.
L'accordo che l'Italia ha definito a livello bilaterale con la Libia, anticipato da accordi settoriali in materia migratoria (in particolare l'accordo quadro firmato dall'allora ministro Amato), fu approvato in quest'aula con la maggioranza di 413 voti favorevoli, quindi da una parte significativa dell'opposizione oltre alla maggioranza. Dico questo perché credo che dinanzi ad una situazione così complessa, delicata e potenzialmente drammatica per i suoi sviluppi in tutto il bacino del Mediterraneo, l'unità del Paese è necessaria, anche al di là delle valutazioni e delle analisi che qualcuno legittimamente può fare ed ha fatto. Mi riferisco a chi, come il presidente Casini, votò contro quell'accordo, ma poi qualche giorno fa ha rivolto un appello ad essere uniti nell'esaminare le conseguenze e la situazione che oggi deriva dalla trasformazione immediata, grave ed a mio avviso devastante, di una crisi interna in Libia, che avrà ripercussioni certamente sul tutto il bacino del Mediterraneo.
Come è possibile, a mio avviso, attuare quel proposito - che condivido - dell'unità di un Paese che si ritrova intorno ad una situazione di emergenza e di gravità? Anzitutto con la consultazione, con il coinvolgimento permanente di tutte le forze politiche, ovviamente di maggioranza e di opposizione, che si renderanno disponibili. Nelle grandi democrazie, quando vi è un momento delicato per l'interesse del Paese, l'informazione e la consultazione permanente del parlamento e delle forze politiche è la chiave per fare andare il Paese avanti insieme. Credo che spetti a voi, onorevoli deputati, ed ovviamente al presidente della Camera, decidere le modalità. Credo che se, ad esempio, si prevedesse una convocazione permanente degli uffici di presidenza delle commissioni Esteri e delle commissioni per i Diritti umani per essere informate e consultate costantemente, il governo non si tirerebbe certamente indietro. Chiaramente vi sono anche organi istituzionali del parlamento che hanno alla loro guida autorevoli esponenti dell'opposizione, che potrebbero certamente essere utilmente consultati e coinvolti per una reciproca informazione su come affrontare insieme i molteplici aspetti di questa vicenda.
Onorevoli deputati, siamo in una situazione certamente grave, anzi gravissima, resa ancora più grave dai propositi che martedì sera Gheddafi ha espresso nel suo discorso televisivo. La sua volontà di colpire il suo stesso popolo, oltre a determinare una situazione ormai di guerra civile tra aree del territorio, regioni e province all'interno delle quali vi sono gruppi che si combattono, bande e squadroni della morte che compiono raid, produrrà evidentemente un tragico bilancio, che sarà comunque in ogni caso un bagno di sangue.
Ed è questo il punto di partenza della mia analisi, che ho condiviso in queste ore con molti esponenti di governi europei e non, su cui dirò una parola tra un attimo. Nell'intervento televisivo di martedì sera abbiamo ascoltato alcune accuse piene di una retorica che avevamo pensato di vedere abbandonata, una retorica anti-italiana condita da indicazioni palesemente false, quali quella di avere fornito razzi ai rivoltosi della Cirenaica. È noto che l'Italia non produce quei materiali e soprattutto non li vende e non li ha mai venduti in quella regione. Sono frasi, quindi, completamente false dalla prima all'ultima parola.
Abbiamo ascoltato parole che hanno colpito anche i colleghi di Paesi membri dell'Unione europea. Tre giorni fa, gruppi della Cirenaica a Bengasi hanno annunciato la nascita dell'Emirato islamico della Libia dell'est. Hanno indicato la volontà di compiere rapimenti di cittadini occidentali e di combattere come dovere divino. Sono frasi che evocano un islamismo radicale che evidentemente ci preoccupa, in quanto collocato in un'area che è a poche centinaia di chilometri dalle coste dell'Unione europea.
Onorevoli colleghi, niente - neanche queste preoccupazioni - può giustificare l'azione e la reazione che si è concretizzata nell'uccisione violenta di centinaia e centinaia di civili innocenti. A questo immediatamente ha reagito unanimemente, dopo un'approfondita e seria discussione politica, l'Unione europea e ha reagito la comunità internazionale con le dichiarazioni degli Stati Uniti d'America. Sono estremamente importanti le dichiarazioni della Lega araba, il cui segretario generale Moussa avevo incontrato martedì mattina alla vigilia dell'apertura di un congresso straordinario di quell'organismo. Nel pomeriggio di martedì la Lega araba ha adottato un documento che ricalca perfettamente quello da noi approvato a Bruxelles: condanna delle violenze, appello immediato alla cessazione delle violenze, appello immediato allo stabilirsi di un dialogo nazionale civile. Tutto questo, venendo dalla Lega Araba, ha un particolare significato.
La scorsa notte, a seguito delle prese di posizione che ho ricordato, il Consiglio di sicurezza ha adottato una dichiarazione. Anche in essa è contenuto esattamente il principio che a noi è particolarmente chiaro: condanna della violenza, sospensione di ogni violenza, dialogo civile nazionale. Questi sono i punti di partenza da cui, a mio avviso, dobbiamo muovere, perché rispecchiano la visione unanime della comunità internazionale, a cui, evidentemente, l'Italia oggi si riferisce con convinzione. Abbiamo lavorato a Bruxelles, abbiamo seguito i lavori all'Onu e possiamo dire che la decisione della Lega Araba ha completato questo quadro.
Martedì sera, come è noto, il presidente del Consiglio italiano ha chiamato Gheddafi personalmente e gli ha chiesto la sospensione immediata delle violenze. La risposta è stata la ripetizione dell'analisi che era stata già pubblicamente enunciata in televisione: il presunto tentativo di potenze straniere di interferire negli affari della Libia. È stata citata l'Italia, con gli Stati Uniti d'America, come potenza che avrebbe voluto interferire per provocare tutto questo. Evidentemente, niente di più falso! L'appello del presidente del Consiglio italiano è un appello come unico leader dell'Unione europea e della comunità internazionale, insieme al segretario generale Ban Ki-Moon, che ha detto le stesse cose ottenendo la stessa risposta. Non è un segreto che avevo raccolto dagli Stati Uniti d'America, dalla signora Clinton, nelle mie frequenti conversazioni degli scorsi giorni, la necessità e l'utilità di un tentativo di appello diretto del presidente del Consiglio italiano accanto a quello del segretario dell'Onu, ma, di fronte alla reazione che vi è stata, oggi credo che l'Italia, il parlamento e l'Europa debbano, con assoluta chiarezza e fermezza, attestarsi sulla linea che abbiamo definito e che vi ho sinora esposto.
L'Unione europea ha deciso martedì di sospendere i negoziati per l'Accordo quadro tra Europa e Libia, alla luce dell'impossibilità di negoziare in un contesto in cui le violenze e il bagno di sangue nelle strade e nelle piazze continuano.
Abbiamo affrontato alcuni temi martedì sera, in una riunione che il presidente del Consiglio ha convocato, relativa ai vari aspetti e alle varie implicazioni di questa grave situazione che si è determinata, in primo luogo la questione relativa alla condizione degli italiani. Vi sono alcuni connazionali - oggi alcune centinaia, fino a pochi giorni fa circa 1.300 - lavoratori, alcuni impegnati in aziende private piccole, altri in grandi aziende italiane. Abbiamo condotto un piano di rientro in Italia attraverso voli organizzati dall'Alitalia. La sola giornata di martedì ha permesso di riportare in Italia circa 400 connazionali che lo avevano richiesto. Martedì sera l'ultimo aereo è partito senza che a Tripoli rimanessero cittadini italiani in attesa di imbarcarsi. Questa mattina arriva in Libia un aereo dell'Aeronautica militare con alcune squadre di pronto intervento, che possano assistere le operazioni di rimpatrio ove necessario, un'ulteriore unità di emergenza dell'unità di crisi, evidentemente in contatto con l'ambasciata italiana a Tripoli, e, certamente, vi saranno ulteriori iniziative già promosse dal ministero della Difesa, quali la partenza di due navi italiane in direzione libica verso i porti della Cirenaica, laddove gli aeroporti non sono attualmente praticabili per effetto dei bombardamenti.
Abbiamo riflettuto a lungo sulla questione dell'immigrazione. Sapete bene che la situazione migratoria in Libia, arrestata e rallentata negli scorsi anni, potrebbe riprendere in tutta la sua drammaticità qualora l'attuale situazione di vera e propria guerra civile e gli scontri portassero al collasso del sistema. Vi posso ricordare un semplice dato, che può dare un'idea di quanto potrebbe succedere: in Libia vivono oltre due milioni di non libici, che rappresentano il 30 per cento della popolazione residente in Libia. Questi lavoratori sono cittadini che vengono da Paesi dell'Africa subsahariana, da altri Paesi del Maghreb o del Machrek. Vi sono circa 300.000 egiziani che vivono in Cirenaica. È evidente che la perdita di lavoro, la situazione di emergenza ed il rischio per la sicurezza potrebbero indurre un numero significativo di queste persone a cercare altrove salvezza e opportunità di vita. Se oltre due milioni di persone si trovassero in questa situazione, la nostra valutazione è che, certamente, una gran parte di loro non marcerebbe o si imbarcherebbe verso l'Europa, ma, se anche soltanto il 10 per cento o il 15 per cento di questi due milioni di persone pensasse di rivolgersi verso nord, verso Cipro, verso Malta, verso la Grecia, verso l'Italia, stiamo parlando di 250.000, 300.000, 350.000 persone la cui unica speranza sarebbe quella di raggiungere per mare i porti dei Paesi dell'Unione europea. È un'eventualità a cui, evidentemente, non l'Italia da sola, ma l'Europa tutta intera deve prepararsi per il prossimo futuro. È chiaro che, se questo accadesse, l'Ue dovrà prendere in seria considerazione la richiesta che da sempre i Paesi mediterranei dell'Europa e l'Italia in particolare hanno formulato, ossia quella di una solidarietà europea, di una divisione degli oneri e del peso costituito da ondate migratorie che nessun Paese europeo da solo può affrontare.
Allora è chiaro che siamo tutti uniti nella condanna e nella valutazione delle conseguenze. Mi permetto di aggiungere che l'Italia sarà unità all'Ue nella valutazione di ulteriori, appropriate, misure che l'Europa riterrà necessarie nei confronti della Libia, ma è evidente che le conseguenze migratorie di quest'azione che tutta l'Europa insieme decide non potranno essere accollate solamente all'Italia. Questo è un punto su cui noi saremo chiari, fermi e puntuali. Non ho apprezzato le agenzie di stampa che hanno riportato martedì sera fonti anonime dell'Unione europea che, «coperte dall'anonimato», hanno affermato che certamente l'Italia non può pretendere il burden sharing e che certamente l'Italia e gli altri Paesi europei mediterranei non possono pretendere, al di là di un aiuto finanziario di 100 milioni di euro, la divisione tra i Paesi membri delle responsabilità. Credo che queste fonti anonime siano l'effetto della volontà di qualcuno di nascondersi dietro l'anonimato. Allora io dico: questa valutazione, questa opinione venga allo scoperto con i volti e le responsabilità di coloro che avranno il coraggio, con il loro nome e con il loro cognome, di dire all'Europa che di fronte all'azione comune verso la Libia solo l'Italia, solo Malta e solo Cipro ne pagheranno le conseguenze! Questo sarebbe il crollo, la distruzione e la rottura dell'idea di solidarietà europea che ci ha guidato negli ultimi 55 anni.
Pensiamo all'impatto sulla situazione energetica nazionale. Vi è infatti anche questo da valutare. Il ministro Romani martedì sera è stato molto chiaro: non vi saranno delle conseguenze insostenibili per l'Italia. L'Italia sarà in grado di sostenere nel breve e medio periodo anche la decisione assunta dall'Eni di interrompere la fornitura dalla Libia per evidenti ragioni di sicurezza. Ho sentito fonti che hanno parlato di una volontà di far esplodere i pozzi petroliferi libici. L'Eni ha ritenuto, a mio avviso ragionevolmente, di interrompere i flussi per motivi di sicurezza. Fortunatamente l'Italia ha una buona diversificazione: anzitutto l'Algeria, le forniture orientali (Azerbaijan e, ovviamente, Russia) e i Paesi del Golfo. Certamente questa è una conseguenza che l'Italia può sostenere.
L'impatto sarà sicuramente più duro per il settore nazionale delle infrastrutture. C'è stato detto ieri dal ministro Matteoli che vi sono imprese italiane interessate o già impegnate in azioni e in lavori che possono complessivamente raggiungere i 4 miliardi di euro. Si tratterà di una ricaduta negativa per le imprese italiane e vedremo come si evolverà la situazione, ma è un elemento su cui evidentemente dobbiamo riflettere.
Il ministero dell'Interno ha compiuto dei passi ed oggi il ministro Maroni incontrerà i colleghi ministri dell'interno dei Paesi europei mediterranei per affrontare e definire con loro una posizione unitaria in vista del Consiglio dei ministri dell'Interno e della Giustizia che domani si riunirà a Bruxelles.
L'Italia, come sapete, ha formulato otto richieste alla Commissione europea. La richiesta più significativa che noi abbiamo formulato è quella che ribadiremo nella persona del ministro dell'Interno: Frontex è stata istituita per essere l'organismo non soltanto di coordinamento, ma per divenire gradualmente l'organismo europeo di gestione dei flussi migratori e della protezione delle frontiere esterne. Il caso della Libia è, a mio avviso, esemplare, e Frontex deve assumere anche questa responsabilità. L'entrata in vigore della direttiva del 2008 sui centri di identificazione per gli immigrati irregolari che arrivano sul territorio europeo, credo possa dare a Frontex questo nuovo compito che lo statuto aveva previsto come eventuale, ma che il comitato esecutivo di Frontex deve operativamente decidere, affinchè si possa dire con grande chiarezza che quella che noi rivolgiamo all'Europa non è una nostra richiesta di distribuzione degli eventuali immigrati sul territorio europeo, ma la richiesta che l'Europa realizzi, con criteri uguali e con gli standard europei, un meccanismo serio di ripartizione degli oneri economici, sociali e anche umani del flusso migratorio che uno o più Paesi membri - in questo caso del Mediterraneo - potrebbero subire. In altri termini, onorevoli deputati, chiederemo con forza che l'Europa faccia l'Europa, che si assuma il suo dovere di coordinamento di questa azione chiara. Vogliamo più Europa nella gestione dei flussi migratori, non possiamo pensare che ognuno dei Paesi membri sia lasciato solo.
L'ultima cosa che voglio aggiungere è che martedì il ministro della Difesa ha accettato la richiesta di due Paesi, in primo luogo il Regno Unito e in secondo luogo la Serbia, di utilizzare le basi italiane per atterraggio e il decollo di voli umanitari per l'evacuazione urgente e immediata dei cittadini di quei Paesi.
La mia conclusione, onorevoli deputati, è che l'interesse nazionale dell'Italia richiede un impegno di tutti, del governo, delle forze politiche tutte, della società e del sistema delle imprese italiane. Questa è una situazione in cui l'Italia e l'Europa chiedono di essere più unite e più forti e di farlo insieme.
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