Guardando alla Libia, uno dei timori è che l'identità tribale prevalga scatenando, nel caso di un'uscita di scena di Gheddafi, un insanabile conflitto per il potere, come è successo in Somalia alla caduta di Siad Barre nel 1991. La struttura etnica in Libia, con oltre cento tribù e clan, è complessa e determinante. Tra le tribù più potenti figurano i Ghadafa, a cui appartiene il colonnello Gheddafi, gli Zuwahya e i Warfalla.
Come in Somalia, anche in Libia la tradizionale conflittualità inter e intra tribale, tradotta negli stati moderni in lotta per il controllo dell'apparato statale, è stata contenuta per decenni dall'avvento di un leader abile e spietato. Sia Gheddafi che Siad Barre, entrambi al potere dal 1969, hanno saputo bilanciare le forze tribali privilegiando innanzi tutto, come è ovvio in un sistema etnico, la propria comunità, ma anche, di volta in volta, alcune delle altre per ottenere in cambio fedeltà e alleanze. La provata determinazione a reprimere nel sangue i tentativi di altri clan di prendere il sopravvento ha fatto il resto, garantendo il potere a Siad Barre per 22 anni e a Muammar Gheddafi finora, vale a dire per 42 anni.
Altrove in Africa, nel frattempo, il tribalismo degenerava in scontri feroci, talvolta al limite del genocidio come nel caso del Rwanda e del Burundi, dove il conflitto tra Hutu e Tutsi ha provocato centinaia di migliaia di morti: 937.000, secondo le stime governative, in Rwanda, nei 100 giorni della primavera 1994 quando gli Hutu tentarono lo sterminio dei Tutsi, coinvolgendo nei massacri anche gli hutu che vi si opponevano.
In molti stati, dopo prove di forza più o meno dolorose, i contendenti hanno trovato un accordo, dando vita ad alternanze regolamentate, come in Nigeria, oppure a governi «di unità nazionale», espressione non di un progetto politico condiviso, ma di una consensuale spartizione delle cariche politiche e dei relativi vantaggi.
Nulla di ciò è avvenuto in Libia, e in Somalia fino al 1991, per la presenza appunto di un capo molto forte. In Somalia a determinare la fine del regime di Siad Barre è stata una sorprendente coalizione dei clan maggiori, accolta con entusiasmo dalla comunità internazionale che ha visto in ciò il segno di una svolta radicale: l'abbandono del tribalismo e l'adozione di istituzioni democratiche. Poche «Cassandre» avanzarono all'epoca delle perplessità, ma furono liquidate con l'accusa di «afropessimismo». Ancor meno si diede retta ad alcune voci della diaspora somala secondo cui un'alleanza solida e benefica dei clan somali era inimmaginabile: raggiunto lo scopo, i capi clan avrebbero iniziato una lotta per il potere tale da far rimpiangere l'epoca di Barre. Avevano ragione. Neanche l'accordo del 2004 per la costituzione di un governo e di un parlamento, in base al quale le cariche furono assegnate in parti uguali ai quattro clan più potenti, con l'aggiunta di una quota riservata a quelli minori, è valso a mettere fine al conflitto, tuttora in corso, che ha devastato il paese, con centinaia di migliaia di morti, altrettanti profughi e la frammentazione del territorio nazionale.
In Libia la posta in gioco è molto più alta che in Somalia: non solo il potere, ma l'accesso alle risorse immense derivanti dalle rendite petrolifere (136 miliardi di dollari nel 2008). Dunque, se non si può auspicare la vittoria di un dittatore, temendo il peggio per dopo, neanche ci si può illudere che la sua sconfitta apra a un'era di libertà, democrazia e giustizia: e forse neanche, almeno in tempi brevi, a un nuovo, sostenibile assetto di potere. Posto che sia in agenda, la democrazia è uno strumento che per funzionare richiede ben più di un appuntamento elettorale: prima di tutto l'adesione ai valori di libertà, parità e dignità della persona. Ma rivendicare libertà da una dittatura è altra cosa che rivendicare le libertà personali: che potrebbero essere negate, persino più ancora di quanto non sia stato finora, soprattutto se dell'islam, che anche nella sua espressione più «moderata» istituzionalizza delle violazioni dei diritti umani nel rispetto di tradizioni tribali millenarie, prevalesse una concezione integralista.
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