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Numero 431
del 16/07/2011
L’ennesima, futile polemica sul processo breve PDF Stampa E-mail
! di Francesco Natale
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giovedì 31 marzo 2011

Mettiamo insieme qualche sparuto fatterello, cercando nei limiti del possibile di dare organicità e coerenza al nostro piccolo elenco. Il neo nominato Ministro Saverio Romano è stato indagato per 8 (otto!) anni. A termine indagine il Pubblico Ministero ha chiesto l'archiviazione per l'eccellente imputato, ex luogotenente siciliano di Pierferdinando Casini, ora passato nel gruppo dei responsabili. Non l'avvocato difensore, ma proprio il pm ha chiesto l'archiviazione per Romano. Il Gip ha ritenuto opportuno negarla, sulla base di motivazioni a tutt'oggi non conoscibili che, probabilmente, saranno esplicitate nelle prossime settimane. L'intervento, forse non esattamente tra i più cauti, del Presidente della Repubblica, che ha avanzato con una nota formale riserve di merito riguardo all'opportunità della nomina di Romano a distanza di poche ore dall'avvenuto giuramento, ci fa riflettere su quanto possa essere legittimo in generale subordinare la possibilità di nominare un ministro, ad oggi incensurato e non sottoposto a procedimenti penali, al definitivo perfezionamento di un'indagine eterna. Secondo i più arrabbiati e solerti giustizialisti dovrebbe operare una perenne ed imperitura conventio ad excludendum dai pubblici uffici e dagli incarichi politici per tutti coloro che si ritrovano nelle medesime condizioni di Romano. Francamente ci pare eccessivo: ridurre un cittadino al rango di paria per otto o più anni, in attesa che l'elefantiaca macchina della giustizia arrivi non ad accertarne la colpevolezza, attenzione, bensì l'innocenza è attitudine maggiormente riconducibile ad un incubo kafkiano piuttosto che ad una sana ed efficace politica giudiziaria. Perché, e il drammatico precedente del Parlamento commissariato dalle procure nel 1993 dovrebbe farci amaramente riflettere, si traduce di fatto nella automatica subiezione della politica alla magistratura: l'esatto contrario della democrazia, anche nella sua forma più blanda e formale.

Altra curiosità: martedì sera a Otto e mezzo erano ospiti l'Onorevole Maurizio Paniz, relatore dell'emendamento sulla prescrizione breve, e il segretario generale dell'Anm Giuseppe Cascini. Consueta e ridondante critica pregiudiziale ad ogni ipotesi di snellimento e responsabilizzazione della giustizia da parte di Cascini, il quale si è sforzato in ogni modo di far passare una riforma doverosa e politicamente legittima come salvacondotto per il premier, puntuali e precisi rilanci da parte di Paniz, che ha smontato pezzo per pezzo il fantasioso teorema politico (non giuridico) cui l'Anm si appiglia attraverso i propri dirigenti. Sempre durante la medesima trasmissione Paolo Pagliaro nel suo «punto» gioca un jolly pro Anm niente male: scomoda niente meno che Pietro Trimarchi, professore emerito di Diritto Privato, autore, tra le altre pubblicazioni, di uno storico manuale di Istituzioni di Diritto Privato, eccelso per chiarezza espositiva, sul quale si sono formati decine di migliaia di giurisperiti (sottoscritto compreso...). Trimarchi in un articolo pubblicato sul Corriere della Sera auspica che non venga introdotta la responsabilità civile per i magistrati, poiché a suo dire questa comporterebbe un automatico opportunismo giudiziario: poiché la responsabilità opererebbe solo in caso di sentenza di condanna il giudice sarebbe naturalmente portato ad optare per l'appeasment, al fine di tutelare se stesso da eventuale danno economico. Non ci permettiamo ovviamente di confutare o sottoporre a surreale esegesi quanto espresso da un vero e proprio decano del diritto italiano, ma ci limitiamo a leggere con attenzione quanto egli ha detto tra le righe: qualora vi sia certezza della prova conseguente a doviziosa e puntuale raccolta degli elementi probatori, un indagine preliminare condotta con la discrezione del caso, non viziata, quindi, da inammissibili ed antigiuridiche fughe di notizie pilotate e un dibattimento sobrio lontano dal clamore mediatico, il giudice, poiché sereno e onestamente certo della bontà del lavoro svolto, non dovrebbe essere soggetto ad alcun timore di incorrere in sanzioni risarcitorie. Ovviamente vale il contrario per coloro che con una temerarietà ed una approssimazione fin troppo frequenti montano moloch processuali puramente indiziari sprovvisti in prima istanza pure delle elementari garanzie che il nostro ordinamento prevede, in seconda istanza della benché minima pezza probatoria.

E' vero, se vogliamo, quanto afferma Trimarchi quando dice che il magistrato non è equiparabile ad un ingegnere progettista o ad un medico, i quali hanno a che fare con leggi fisiche e fisiologiche più o meno precise, mentre il magistrato si trova a dover interpretare un linguaggio, come lo definiva Giovanni Tarello, «semitecnicizzato», ma questo non può tradursi automaticamente in una esenzione dal rischio tout court, in condizione esimente che, di fatto, pone il magistrato in una sfera privilegiata di arbitrio decisionale contro il quale non è ipotizzabile reazione alcuna.

Trimarchi afferma quel che afferma perché fotografa la nostra poco felice realtà giudiziaria per quello che è, senza indorature di pillola o ipocrisie di sorta, pertanto non è Cassandra quando sostiene che allo stato attuale delle cose i giudici, per le ragioni più diverse (alcune delle quali decisamente poco giustificabili e menzionabili...) incorrerebbero nel metus actionis. Questo è il ruolo che il giurista dovrebbe in effetti avere. Ma il ruolo del politico è ben diverso: partendo dal dato fattuale e in rispondenza ad un preciso mandato popolare è dovere del politico migliorare lo status quo, non lasciarlo inalterato quando palesemente non funziona o si presta a distorsioni continue. E una riforma che fonda i suoi cardini sulla maggior responsabilizzazione dei magistrati e, quindi, sulla maggior professionalizzazione dei medesimi nonché sul decurtamento dei biblici tempi processuali va esattamente in questa direzione, garantendo al cittadino una maggiore certezza del diritto, della tempistica processuale, delle garanzie costituzionali di cui può avvalersi e che troppo spesso vengono calpestate, in virtù di una prassi abominevole che la diuturnità (impunita ed incensurata) ha reso purtroppo consuetudine.

In ultimo, non possiamo non soffermarci sull'oscena gazzarra che l'opposizione ha scatenato in parlamento mercoledì, quando la maggioranza ha chiesto ed ottenuto di invertire i punti all'ordine del giorno accelerando così la votazione sulla cosiddetta prescrizione breve. Bersani e Franceschini, prontamente soccorsi dal Presidente della Camera che ha garantito all'opposizione il raddoppiamento degli spazi di dibattito, hanno tuonato istericamente «Vergogna vergogna!!». Forse la vera vergogna è riscontrabile in quanti auspicavano un dilatamento infinito dei tempi di discussione al solo scopo di inficiare sul nascere una riforma doverosa e nettamente migliorativa. Forse la vera vergogna è attribuibile a quanti nel legittimo e necessario ricorso al dibattito parlamentare vedono solo uno strumento di ostruzionismo politico senza quartiere, pregiudiziale, fine a se stesso, violandone e distorcendone il profondo significato democratico.

Forse la vergogna più nera spetta di diritto a quanti sono arrivati in aula a denunciare l'affossamento di «migliaia di processi per rapina e omicidio» dimostrando così di non aver nemmeno letto la proposta di riforma e ribaltando, nel volger di un battere di ciglia, quella bieca attitudine che sempre li ha visti in prima linea a chieder la forca per i colletti bianchi, soprassedendo allegramente per mere questioni di opportunità politica sui colpevoli di reati ad altissimo allarme sociale che, proprio grazie a questa riforma, è auspicabile ritrovino consono ruolo prioritario nelle agende giudiziarie...oggi troppo dense di foto di Vip, manco fossero Smemorande...




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