freccia_long
Numero 431
del 16/07/2011
Intercettazioni abusive PDF Stampa E-mail
! di F.N.
@ragionpolitica.it
  
martedì 05 aprile 2011

«Le conversazioni che non dovevano essere trascritte», titola il Corriere della Sera a proposito delle tre intercettazioni che vedono come protagonista Silvio Berlusconi, pubblicate dallo stesso quotidiano di via Solferino. Una domanda sorge spontanea: se dette conversazioni non dovevano essere trascritte, come è possibile che siano state pubblicate?

Questi tre dialoghi telefonici, come detto, vedono come interlocutore diretto il presidente del Consiglio, e pertanto per la loro trascrizione era necessaria l'autorizzazione delle Camere. Casualmente, nel lavoro di ripulitura delle 20.000 (ventimila!) pagine di intercettazioni depositate in procura, sono sfuggite all'attenzione dei giudici proprio queste tre conversazioni, le quali, altrettanto casualmente, sono state prontamente pubblicate dal Corriere.

Assistiamo, quindi, ad una violazione sistematica delle garanzie costituzionali, che si articola su più livelli: in primo luogo è ora di smetterla di far credere agli italiani che le persone sottoposte ad intercettazione nel nostro Paese siano meno di 20.000, come di recente ha affermato un noto magistrato. Le utenze sottoposte «ufficialmente» a controllo sono circa 20.000 (ma davvero possiamo conoscerne il numero preciso? Non crediamo), il che vuol dire che le persone intercettate sono tra le dieci e le venti volte di più. La cosa è abbastanza evidente: se il mio telefono è sotto controllo, ovviamente qualunque mio interlocutore sarà intercettato, registrato, trascritto. E' esattamente per questa ragione che esiste l'obbligo di richiedere nulla osta alla giunta per le autorizzazioni della Camera, ovvero per evitare che vengano trascritte e divulgate conversazioni telefoniche nelle quale uno degli interlocutori sia il capo dell'esecutivo piuttosto che un ministro in carica. Pertanto, chi ha omesso di espungere dalle trascrizioni conversazioni di questo tipo ha commesso una gravissima violazione. Chi ne ha - casualmente si intende - agevolato in qualche maniera la pubblicazione ha commesso una ulteriore violazione.

Il problema di fondo resta però il seguente: nessuno pagherà per queste violazioni. Non esiste alcun efficace sistema sanzionatorio che valga come deterrente e riesca pertanto a scoraggiare comportamenti devianti che ormai sono divenuti prassi. Soprattutto quando ad essere coinvolte sono persone mediaticamente molto appetibili, nei confronti delle quali sono stati costruiti apparati accusatori fragili ed inconsistenti, che nei nostri palazzi di giustizia potrebbero difficilmente portare ad una condanna di primo grado. Ma una palata o due di fango non si negano a nessuno. Soprattutto si cerca di distribuirne con la massima, antigiuridica generosità a chi ha giurato di riformare la giustizia. Perché la magistratura, attraverso l'Anm, avanza la pretesa di scrivere lei stessa, autonomamente e senza inutili orpelli quali il mandato popolare, la rappresentanza parlamentare e il confronto democratico, una riforma della giustizia pro domo propria, che magari ne aumenti le già abnormi prerogative, la deresponsabilizzi ulteriormente e subordini così la gestione politica del Paese al placet del Csm o di altro organo di rappresentanza.

E' ovvio ed evidente che, qualora la magistratura cessi di essere organo dello Stato preposto all'applicazione della legge (e confinato solo a questa funzione dalla Costituzione stessa) per divenire lobby corporativa che lotta politicamente per garantire la propria assoluta intangibilità, ci troviamo di fronte ad un'emergenza democratica preoccupante, alla quale è necessario dare risposte politiche nette, adamantine e definitivamente terminali. Cedere alle lusinghe dell'appeasment significherebbe perdere la più importante e decisiva battaglia di civiltà che il nostro Paese sta affrontando da oltre vent'anni.




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