«Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato». Il testo del terzo comma dell'articolo 27 della Costituzione della Repubblica italiana è il punto di partenza di una riflessione ad alta voce sul sistema penitenziario, sul decreto legge sulle carceri del ministro della Giustizia Severino, su un tema che gli organi di stampa e l'opinione pubblica faticano a trattare senza subire l'influenza di appartenenze ideologiche.
Partiamo dall'attualità: le carceri scoppiano. Sono quasi 67 mila i detenuti negli oltre 200 istituti penitenziari, a fronte di una capienza regolamentare di circa 46 mila posti. Sono quindi oltre 20 mila i detenuti in eccedenza rispetto alla capienza delle nostre carceri: un problema non inedito per il nostro Paese, in passato risolto affidandosi ad amnistie ed indulti. Amnistia o l'indulto sono soluzioni praticabili? No, perché la storia degli ultimi anni ci insegna che il problema è strutturale e quindi inevitabilmente ritorna. Anche se il Parlamento optasse per questa soluzione, entro pochi anni torneremmo a parlare di carceri piene e di condizioni disumane. E' giusto pensare a soluzioni strutturali. Una strada che il precedente governo ha voluto intraprendere, affidandosi a una serie di proposte legislative e ad un piano straordinario di realizzazione di nuovi istituti. Le prime con l'obiettivo di «deflazionare» l'ingresso nel sistema penitenziario, incentivando in primo luogo l'uso dei domiciliari; il secondo per aumentarne la capienza e renderla adeguata ad ospitare i detenuti. Soluzioni che l'attuale governo ha, in parte, riproposto nel decreto in discussione al Parlamento.
Per non affidarsi a giudizi preconfezionati occorre considerare più aspetti. Sono migliaia le persone in attesa di giudizio nelle carceri italiane: questo significa che il problema delle carceri non può essere risolto senza contemporaneamente affrontare il problema della giustizia e dei suoi tempi. Oltre 20 mila sono, invece, coloro che alimentano il fenomeno delle porte girevoli, ossia i detenuti condotti nelle case circondariali e trattenuti al massimo per 3 giorni. E' facile comprendere quale stress dal punto di vista organizzativo comporti per la polizia penitenziaria, che nel frattempo lamenta una carenza nell'organico di circa 6 mila unità. Questi numeri ci dicono che, laddove sia possibile, è ragionevole e opportuno incentivare le forme alternative alla detenzione, a partire proprio dai domiciliari. Su questo punto, quindi, la semplificazione giornalistica che parla di «svuota carceri» è scorretta e fuorviante. Scorretta perché alimenta le grida di allarme di forcaioli, a cui basterebbe ricordare, ad esempio, che i domiciliari sono concessi solo per alcuni reati e a detenuti non socialmente pericolosi, che non si tratta di un automatismo, ma la decisione ultima spetta al magistrato di sorveglianza.
D'altra parte svuotare le carceri non deve nemmeno diventare un imperativo, altrimenti rischieremmo di tralasciare una dimensione fondamentale del discorso, la sicurezza dei cittadini. I detenuti hanno diritto ad una detenzione dignitosa, così come i cittadini hanno diritto alla propria sicurezza. Un principio talmente banale da venire assai spesso dimenticato. E' quindi inevitabile che si realizzino nuovi istituti penitenziari e si adeguino quelli esistenti, spesso strutture risalenti all'epoca rinascimentale se non al medioevo, a standard moderni che consentano di attuare programmi di riabilitazione dei detenuti.
La discussione, poi, dovrebbe tenere in conto un altro dato: i detenuti stranieri sono circa 25 mila. E' ragionevole porsi una domanda: quanti di questi potrebbero o dovrebbero scontare la loro pena in patria. E' giusto che sia l'Italia ad assumersi l'onere della pena?
Infine, non può essere accantonato il tema degli ospedali psichiatrici giudiziari, che entro un anno dovranno chiudere. Siamo d'accordo se si tratta di chiudere strutture spesso fatiscenti ed inadeguate, ma poniamoci una domanda dal punto di vista sociale: su chi ricade l'onere della cura di pazienti potenzialmente pericolosi per se stessi e per gli altri? Sui sistemi sanitari regionali o sulle famiglie?
Il tema del sistema penitenziario è irriducibilmente complesso, tanto che le opinioni a volte sembrano condurre a cortocircuiti. Questo articolo pone più domande di quante risposte sia in grado di proporre. Con la sola convinzione che sia pericoloso dimenticare anche solo uno dei tanti elementi coinvolti.
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