«Ehi tu che pecorella sei? Hai un numero, un nome un cognome, sai che sei un illegale?» Questo è lo slogan che sintetizza la follia di quanto sta accadendo negli ultimi giorni in Val di Susa. Da una parte un manifestante, dall’altra un carabiniere. Da una parte un provocatore, dall’altra un uomo in divisa che svolge il proprio lavoro, una «pecorella» che non risponde alla provocazione. Il tutto ripreso da operatori e giornalisti successivamente aggrediti.
Quando a fine giornata si rende necessario fare la conta dei carabinieri o dei poliziotti feriti, dei manifestanti che accusano le forze dell’ordine di essere stati manganellati, quando si blocca un’autostrada per 53 ore consecutive, quando la cronaca racconta di sassi lanciati, di pneumatici incendiati, di cariche, di giornalisti allontanati o assaliti e quant’altro, non possiamo che utilizzare il termine follia.
Potrà quindi sembrare banale, ma occorre ancora una volta ripetere una litania, ovvia per tutti coloro che condividono un minimo di senso civico: va rispettato il diritto a manifestare, ma la violenza non può essere giustificata o tollerata, come ha ricordato il ministro dell'Interno, Annamaria Cancellieri. Un rifiuto della violenza che rende encomiabile l’atto di non cedere alle provocazioni del carabiniere coinvolto nel folle siparietto.
«Gli italiani onesti – ha affermato il segretario politico del Pdl, Angelino Alfano – si riconoscono nello sguardo di quel carabiniere che non rispondendo alle provocazioni meschine dei manifestanti ha tenuto alto l'onore delle nostre istituzioni».
Scontato? Purtroppo i fatti ci rispondono di no. Una linea condivisa e apprezzata anche dal ministro dei Trasporti francese, Thierry Mariani: «Fa bene l'Italia a non piegarsi davanti a una minoranza». E’ probabile, infatti, che i violenti siano pur sempre una minoranza e non rappresentino la totalità del movimento, ma, di certo, quando chi manifesta civilmente riuscirà ad emarginarli sarà una conquista democratica per tutti.
E’ però necessario soffermarsi su un altro punto, a volte trascurato, perché sovrastato dagli stessi fatti di cronaca. Tav o No Tav? Era il 2 marzo 1995 quando ebbe luogo a Torino la prima manifestazione No Tav. Discutere da ben diciassette anni a proposito del percorso della linea dell’alta velocità che deve collegare Lione e Torino è un altro aspetto ingiustificabile della vicenda. Stiamo parlando di un’infrastruttura strategica non solo per l’Italia, ma per l’Europa intera.
Quanto è costata all’Italia questa interminabile vicenda? Quante multe abbiamo pagato all’Unione europea per i ritardi? Quanti finanziamenti sono andati bruciati? Quanto hanno perso, in termini di competitività, le aziende italiane che avrebbero beneficiato del collegamento ad alta velocità con la Francia? Quanto costa ogni giorno il perpetuarsi di un movimento di protesta sordo ad ogni richiamo all’interesse nazionale, se non addirittura europeo. Perché è bene ricordare che la linea Lione-Torino è stata dichiarata strategica dall’Unione europea, non da qualche «cattivo lobbysta», come a volte grida la stanca retorica dei No Tav.
Non è democratico solo il diritto a manifestare il proprio dissenso. Lo è anche il diritto della maggioranza degli italiani a veder realizzata un’opera fondamentale per l’economia del Paese, come ha ricordato proprio il segretario Alfano.
E’ ora di mettere un punto. E’ in battaglie come queste che ci giochiamo la credibilità del Paese. Per questa ragione, nella vile provocazione del manifestante, le parole che danno ancora più fastidio sono queste: «Quindi fra sei ore ci vediamo qua...il cantiere dovrebbe durare vent'anni e ci vai in pensione vestito così come uno stronzo. Noi ci divertiamo un sacco a guardare questi stronzi».
I cittadini italiani non si divertono per nulla. L’Italia non può permettersi che questo cantiere duri vent’anni.
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