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Numero 466
del 08/03/2012
Putin vince PDF Stampa E-mail
! di Marco Respinti
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lunedì 05 marzo 2012

Vladimir Putin stravince il terzo mandato alla presidenza della Federazione Russa, con ampio vantaggio di suffragi. Nessuna novità: il suo successo era già stato abbondantemente annunciato alla vigilia e il risultato era dato da tutti per scontato. Menomale.

Qualsiasi altro esito elettorale sarebbe infatti stato disastroso, sia per la Russia sia per il resto del mondo. Perché Putin è, piaccia o no, il garante della stabilità di un Paese più che attraversato da correnti alterne e da segnali di rottura. Ciò significa anche che «lo zar» (come Putin viene impropriamente chiamato) è un conservatore dello status quo: il che di per sé non è mai una gran cosa, soprattutto quando significa stagnazione, epperò come scordare che «nessuna nuova, buona nuova»? Gli avversari della «linea Putin» sono del resto tutti peggiori di lui. E lo sono soprattutto i comunisti, che crescono tra le folle e che minacciano dall’interno lo Stato. Certo, non sono più i comunisti di una volta; e qualora dovessero malauguratamente arrivare al potere a Mosca, la Russia non rimpiomberebbe sicuramente ai tempi bui di Stalin. Ma l’avvento di una qualche forma di neocomunismo in Russia scompaginerebbe totalmente gli scenari geopolitici di mezzo globo, strappando Mosca all’orbita occidentale chissà per quanto tempo e con quali conseguenza a medio e a lungo termine. Perché questo è il punto. Putin potrà anche essere non il migliore dei governanti possibili. Non tutte le accuse di brogli che vengono rivolte al suo entourage potrebbero essere esagerate. Ma ogni alternativa al suo rigidismo, più che dirigismo, sarebbe peggiore.

La Russia pencola da sempre tra Est e Ovest, da secoli. Tiene costantemente i piedi in due scarpe, anche per la natura del suo stesso essere: un impero cresciuto per acquisizioni successive, costantemente in direzione est. Sta nelle cose che viva a cavallo tra due mondi. Proprio per questo, dunque, la scommessa da vincere è sempre quella di riuscire a mantenere quell’immenso oceano terrestre agganciato all’Occidente. La Russia è cioè uno dei rari casi in cui non vale il detto «meglio un amico fuori che uno scocciatore dentro». Per quanto bizzosa possa essere, infatti, la Russia va a ogni costo tenuta dentro l’orbita occidentale. Da grande nemico dell’Occidente ai tempi del regime comunista, Mosca deve stare legata al nostro mondo, anche con il beneficio di tutte le geometrie sghembe possibili, poiché lasciarla fuori significa armare un pericoloso nemico alle porte. Nel bene o nel male, la Russia resta una superpotenza, instabile come pochi luoghi del globo, eppure difficilmente trascurabile. Confine con il mondo asiatico, né è però anche la barriera, a volte il portale, sempre la cerniera. Consegnarla alla completa «asiatizzazione» sarebbe un dramma, abbandonarla al «resto del mondo» una vera tragedia. Ebbene, Putin è l’unico uomo oggi disponibile in Russia che possa garantire questo rapporto. Non certo in maniera indolore, ma in modo ineluttabile sì. Certo, il primo da convincere completamente è forse proprio Putin stesso; ma con chiunque altro non si riuscirebbe nemmeno a intavolare il discorso. Putin va, insomma, ancora del tutto conquistato, ma chance di farlo ce ne sono.

Chi lo ha capito come pochi nel mondo fu a suo tempo il premier italiano Silvio Berlusconi. La cosa gli costò molto, soprattutto sul versante americano, ma non di meno l’uomo di Arcore andò sino in fondo. Oltre l’Atlantico molti non gli hanno mai perdonato quel suo rapporto stretto con «lo zar», eppure era - allora com’è oggi - l’unica cosa da fare.

Forte, anzi fortissimo del proprio atlantismo granitico, Berlusconi è stato l’unico uomo politico occidentale a potersi, proprio per quello, permettere uno sbilanciamento tattico a est onde cercare, in qualche modo, di non smarrire il prezioso tassello russo di un mosaico che è necessario costruire continuamente, costantemente ricostruire e sempre difendere contro i suoi nemici plurimi. Un tassello che altrimenti si sarebbe trasformato in una mina vagante. Berlusconi ripeté insomma con Putin ciò che sublimemente gli riuscì in Italia nel 1994. A quel tempo, il futuro premier italiano riuscì a costruire un inedito quanto però efficace sistema di alleanze politiche asimmetriche, stringendo un patto con la Lega Nord nel settentrione del Paese e un altro con il Movimento Sociale Italiano avviato a divenire Alleanza Nazionale al Sud. Il perno centrale e il garante unico di quella coalizione anomale e vincente fu Berlusconi stesso, e in questo modo egli riuscì a far marciare non assieme ma nella stessa direzione sì due nemici irriducibili quanto indispensabili. La stessa cosa Berlusconi ha rifatto, e bene, sullo scenario internazionale con Putin: da un lato si è stretto sempre più agli Stati Uniti di George W. Bush, dall’altro si è legato alla Russia di Putin piuttosto invisa a Washington.

Chi oggi si strappa le vesti per le troppe anomalie di Putin pecca di miopismo. L’Occidente, in crisi endemica ma non ancora totalmente spacciato, è un’idea nobile, forte e non negoziabile che va rafforzata in tutti i modi. E la strada per la sua ricostruzione vale bene un detour in una dacia russa. Curioso che tutte le anime belle del progressismo sia statunitense sia europeo abbiano oggi qualcosa da dire contro Putin ma niente contro tutti gli assai peggiori non-Putin che circolano appena oltre l’uscio orientale di casa nostra.




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