Dopo quasi vent’anni di indagini, processi, udienze, testimoni, pentiti, interviste, dibattiti, intere programmazioni televisive dedicate, fiumi di inchiostro dai maestri della legalità e della moralità del quotidiano La Repubblica e della sinistra in genere, la Cassazione annulla con rinvio il procedimento a carico di Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa, disponendone una nuova celebrazione con giudici diversi. Lo stesso PG della Cassazione, Francesco Mauro Iacoviello, raffinato studioso (si ricordino tra i tanti i suoi contributi di studio sulla configurabilità giuridica del concorso esterno su prestigiose riviste scientifiche del calibro di «Cassazione penale»), ha dichiarato che «sono stati violati i diritti costituzionali dell’imputato» e che «il reato di concorso esterno in associazione mafiosa è un reato a cui non crede più nessuno» e che bisogna affermare tutto questo «non a favore dell’imputato, ma a favore del diritto».
Per i non addetti ai lavori occorre ricordare en-passant, pur senza scandagliare in profondità le delicate e complesse questioni tecniche connesse, che il reato in questione è innovativo, nel senso che è stato elaborato dalla giurisprudenza con cervellotiche motivazioni e distorsioni ermeneutiche più consone al positivismo giuridico in spregio anche ad ogni cautela nei confronti della sovranità legislativa del Parlamento che è sotto la copertura del principio di legalità e di quello di tassatività.
Come insegna nei suoi pregiatissimi scritti uno dei più noti ed acuti maestri della scienza penalistica italiana, Ferrando Mantovani, «il principio della riserva di legge mette al riparo dagli abusi del Governo, mentre quello della tassatività tutela contro gli abusi della magistratura».
Fu Franscesco Carrara, del resto, a ribadire che «in una buona legislazione l’arbitrio del magistrato deve limitarsi per quanto è possibile».
Un reato delineato nella sua struttura in aperta contrapposizione ai due suddetti principi, dunque, senza alcuna espressa norma di legge che lo contempli in ossequio al noto brocardo nullum crimen sine lege, non può che lasciar paventare la concretizzazione di ciò che uno dei padri del liberalismo illuministico, Condorcet, ebbe a definire come «dispotismo giudiziario».
Il processo Dell’Utri, e decine di altri negli ultimi anni, si sono sviluppati all’ombra della contestazione di un reato che non è previsto espressamente dalla legge come tale, ma è il frutto di una interpretazione della giurisprudenza. Il problema non è di poco conto se si considera che in uno Stato di diritto se da un lato si deve assicurare la lotta alla criminalità senza indugi, è anche pur vero che non possono essere sacrificati, per altro verso, i principi giuridici che sono proprio dello Stato di diritto medesimo.
Pur rigettando, come sempre, l’illusorio e illudente manicheismo morale tipico della migliore intellighenzia di sinistra (quello per cui solo a sinistra si è morali, solo a sinistra si è legali, solo a sinistra si è intellettuali, solo a sinistra si è costituzionali, solo a sinistra si è onesti, solo a sinistra si è amanti della libertà) occorre prendere atto che in Italia vi sono due correnti di pensiero politico-giuridico: quella per cui la legalità deve essere garantita ad ogni costo, anche se il costo è rappresentato dal sacrificio della libertà, della dignità, della verità; l’altra, invece, per cui non può esservi giustizia senza libertà, dignità e verità.
Dopo quasi due decenni trascorsi pontificando sulla presunta mafiosità di Dell’Utri o sulla colpevolezza di tanti altri imputati, la sinistra e tutto il mondo culturale attorno ad essa dovrebbero cominciare a misurarsi con la realtà e con la verità del diritto, abbandonando le prospettive ideologiche ed abbracciando finalmente quelle razionali; il PG Iacoviello ha dimostrato che non tutto è perduto e che si può ancora sperare che il giusto processo penale in Italia non rappresenti l’evanescenza di una visione utopistica, ma costituisca uno dei pilastri dello Stato di diritto.
Condividi questo articolo
|