Per chi volesse cimentarsi nel tentativo di salvare il salvabile cercando di comprendere le ragioni di ciò che si sta per esporre, risuonerebbero proprio le parole di Dante:« Vano pensiero aduni:/ la sconoscente vita che i fé sozzi,/ ad ogne conoscenza or li fa bruni». La pena del contrappasso a cui per Dante soggiacciono gli avari ed i prodighi del VII canto dell'Inferno, ben si adatta a certi soggetti che, avari d'onestà intellettuale e prodighi di sconcezze ideologiche, si battono affinché proprio la Divina Commedia venga elisa dai programmi scolastici ed universitari in quanto, a detta loro, sarebbe antisemita, islamofoba e omofoba. Una simile iniziativa fu già intrapresa un paio di anni or sono da alcune associazioni, che inviarono una lettera all'allora ministro Gelmini avanzando identiche richieste per analoghi motivi.
Oggi, invece, a condurre la battaglia contro Dante è una organizzazione non governativa denominata «Gherush92 Comitato per i diritti umani» che, operando quale consulente del Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite, ha avviato la campagna «Via la Divina Commedia dalle scuole», come si può leggere sul suo sito internet. Sulla debolezza intrinseca degli argomenti addotti e sulla incoerenza delle doglianze anti-dantesche, si è già avuto modo di scrivere da queste colonne proprio nel 2010, mostrando tutta l'incoerenza e la pretestuosità di tali richieste.
E' opportuno concentrarsi su un profilo particolare della vicenda, cioè quello della tolleranza. Se la volta scorsa furono della associazioni, che perseguono fini eterogenei tra loro rispetto alla vicenda che loro medesime hanno scatenato, questa volta è una associazione per i diritti umani ad essere la protagonista di una lotta condotta, con tutta evidenza, in nome della tolleranza, anzi, di una certa idea di tolleranza.
E qui s'inciampa nel primo problema: proprio in nome della tolleranza nei confronti di alcune categorie di soggetti (ebrei, islamici, omosessuali) si chiede la censura, o peggio, la espunzione della Divina Commedia dai programmi scolastici ed universitari. A tali paradossi sembrano condannati tutti coloro che si pongono in una visione più o meno esplicitamente, non tanto o non solo, anti-cristiana, quanto anche semplicemente a-cristiana. Del resto, fu lo stesso maestro della tolleranza illuministica, Voltaire, a predicare bene e razzolare male, pontificando sulla tolleranza di tutto e tutti, ma ritenendo all'un tempo intollerabile il Cristianesimo, come brillantemente riassunto dalla formula «Ecrasez l'infame!» («schiacciate l'infame»).
Sembra insomma che quanti si fanno portatori della causa della tolleranza si ritrovino presto o tardi a consumare il loro contrappasso, trovandosi essi stessi intrappolati tra le maglie della più cruda intolleranza. Antinomia che già il filosofo Leszek Kolakowski aveva riscontrato nelle sue riflessioni sul problema della tolleranza, che così potrebbe essere riassunto: si deve essere tolleranti con gli intolleranti? E' chiaro che se la risposta fosse affermativa si diventerebbe intolleranti, dunque si commetterebbe la stessa azione di chi si biasima compromettendo l'idea stessa di tolleranza; se la risposta fosse negativa, gli intolleranti alla lunga avrebbero la meglio e l'idea della tolleranza subirebbe comunque un esito infausto.
Che fare allora? E' chiaro che se si rimane all'interno della dicotomia tolleranza/intolleranza il problema potrebbe essere considerato sostanzialmente insolubile; ecco perché è opportuno assumere un'altra prospettiva, cioè quella della verità, posto che sia la tolleranza che l'intolleranza possono entrambe porsi contro la verità. Negare il carattere universale della Divina Commedia (Thomas Eliot scrisse che «la cultura di Dante non era quella di un paese europeo, ma quella dell'Europa intera) per tentare di trascinarla prima nelle aporie dei discorsi vani sulla tolleranza, e poi nei roveti dei particolarismi ideologici del politicamente corretto, significa negare la verità della Divina Commedia e la verità della cultura occidentale medesima. E' chiaro che simili istanze possono provenire soltanto da una certa mentalità laicista che, a furia di confondere le idee, si è confusa essa stessa con le menzogne che ha diffuso finendo addirittura per credervi.
Si teme tanto la Divina Commedia poiché essa, intrisa del pensiero classico e cristiano, insegna a distinguere il vero dal falso, il giusto dall'ingiusto, il bene dal male, ponendosi in netta rottura con il qualunquismo culturale dominante fondato sul pensiero debole del relativismo assoluto. Tali iniziative non sono altro che l'artigliare di un laicismo anticristiano sempre più veemente e cerberino a cui non bisogna prestar fede se non si desidera contrarre la miopia ideologica da cui è tragicamente affetto.
Senza infigimenti ed ipocrisie, occorre ammettere, allora, che si desidera oggi da più parti censurare Dante in nome di una equivoca ed equivocata idea di tolleranza poiché, con le parole di Boccaccio, «cercando in assai parti lo intrinseco senso della Commedia, si troverà essere semplice e immutabile verità, non di gentilizio puzzo spiacevole, ma odorifera di cristiana soavità, e in niuna cosa dalla religione di quella scordante ».
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