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Numero 472
del 21/04/2012
La geopolitica dell'Iran PDF Stampa E-mail
! di ogmo
@ragionpolitica.it
  
sabato 14 aprile 2012

Gli Stati Uniti alzano i toni sulla Siria in vista dei negoziati sul nucleare con Teheran. L’amministrazione Obama starebbe prendendo in considerazione un’azione militare limitata contro il regime di Baššār al-ʾAsad in Siria, formalmente per costringere il raʾīs di Damasco ad accettare il piano in sei punti di Kofi Annan, in particolare il cessate-il-fuoco e il ritiro delle forze corazzate dalle città del Paese. È quanto riferisce il sito israeliano L', tradizionalmente vicino agli ambienti dell’intelligence israeliana.

Probabilmente, le voci su un intervento armato circoscritto in Siria sono funzionali a dissuadere Teheran dal tirarsi fuori dalla prossima tornata negoziale con il «Gruppo 51» (Stati Uniti, Francia, Regno Unito, Russia, Cina e Germania) sul suo programma nucleare, prevista a İstanbul per il prossimo 14 aprile. In vista della ripresa delle trattative con le maggiori potenze, alcuni media della Repubblica Islamica hanno riportato la dichiarazione del presidente Maḥmūd Aḥmadīnejād secondo cui l’Iran possiede valuta estera a sufficienza per resistere a un embargo petrolifero totale per almeno due o tre anni. Nel frattempo, gli Stati Uniti prevedono un calo del 15% della produzione iraniana di greggio.

Il programma nucleare iraniano: Teheran guarda a Pyongyang Gli Āyatollāh iraniani verosimilmente non intendono acquisire un arsenale nucleare da impiegare per scopi militari. Guardano piuttosto alla strategia utilizzata dai nordcoreani a partire dagli Anni Novanta: Pyongyang, di scarso interesse strategico per gli Stati Uniti, si è ritagliato un ruolo rilevante nell’agenda di Washington solo dopo avere intrapreso il proprio programma nucleare. Ciò ha indotto infatti la Casa Bianca ad un approccio prudente, non lesinando incentivi al regime asiatico e di fatto imponendogli sanzioni economiche di dubbia efficacia. La dirigenza di Teheran ha quindi applicato il medesimo schema, con il duplice obiettivo di costringere gli americani a prendere maggiormente sul serio la Repubblica Islamica e, nel contempo, ad usare verso di essa la necessaria cautela.

Ma se un programma nucleare militare non è una minaccia diretta per Washington, lo è invece per lo Stato d’Israele. Un attacco israeliano che miri alle infrastrutture nucleari, da non escludere, potrebbe però mettere in moto un processo di azioni e reazioni che minerebbe non poco l’economia globale, oltre a spingere gli americani ad impedire rappresaglie iraniane nello stretto di Hormuz. Secondo la prestigiosa rivista statunitense Foreign Policy, l’Azerbaijan avrebbe già dato l’autorizzazione al governo di Gerusalemme di accedere alle proprie basi aeree in vista di un’offensiva contro l’Iran. L’ex Repubblica sovietica dispone, non a caso, di settecento chilometri di frontiera in comune con l’Iran e ha firmato un contratto da 1,2 miliardi di euro, per ottenere dallo Stato ebraico velivoli senza pilota (UAV) e altri sistemi di difesa. In contropartita, Baku avrebbe accettato di diventare la testa di ponte di eventuali operazioni militari israeliane contro la Repubblica Islamica.

In ogni caso, il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, avrebbe comunicato a Obama che Israele ha deciso di rinviare il ricorso alla forza contro l’Iran fino al prossimo autunno. Oltre quella data, l’aviazione israeliana non sarebbe più in condizione di attaccare e neutralizzare i siti nucleari iraniani. La vera partita si gioca a Damasco In tale ottica, il temuto programma nucleare sarebbe per Teheran essenzialmente una carta negoziale, nonché un diversivo per distogliere l’attenzione dell’Occidente dall’autentica ambizione del regime, ossia quella di cambiare a proprio favore di equilibri di potere nella regione mediorientale. È ciò che sta in effetti già avvenendo, in linea con gli obiettivi di lungo termine perseguiti dai dirigenti iraniani, anche prima della rivoluzione khomeinista. Dalla fine del secondo conflitto mondiale, l’Iran ambisce al dominio regionale e, nella fase attuale, intravede opportunità concrete per tradurre ciò in realtà.

Dopo le operazioni di intelligence volte a favorire l’invasione americana dell’Iraq e la conseguente deposizione di Ṣaddām Ḥusayn, Teheran sta gradualmente ricoprendo il vuoto di potere creatosi con il ritiro delle truppe americane, limitando nei fatti le possibilità di intervento statunitense nella regione. Adesso, invece, per il regime degli Āyatollāh la posta in gioco è la sopravvivenza del regime siriano, che garantirebbe all’Iran un potere che si estenderebbe ben al di là dei confini del Golfo Persico. Questo è ciò cui mirava anche lo Scià ed è il motivo per cui l’amministrazione statunitense non trascurerà così facilmente il dossier siriano.

fonte Ogmo  




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