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Numero 472
del 21/04/2012
Sudan, una terra che non ha mai pace PDF Stampa E-mail
! di Anna Bono
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domenica 15 aprile 2012

Mentre un colpo di Stato militare scuote un altro Stato africano, questa volta la Guinea Bissau, a tre settimane soltanto dal golpe militare che ha deposto il governo del Mali, un nuovo conflitto rischia di destabilizzare altri due Paesi africani, con probabili ripercussioni su una regione già tormentata da crisi lunghe e dolorose.

Non è guerra dichiarata, ma Sudan e Sud Sudan ormai si disputano le regioni di confine con le armi. La posta in gioco è talmente elevata, specialmente per il Sudan, da valere un nuovo conflitto. Karthoum, con la secessione del Sud, indipendente dal luglio del 2011, ha perso tre quarti dei giacimenti di petrolio, e dei proventi, che negli ultimi anni gli avevano garantito un Pil in crescita e vantaggiosi rapporti con le potenze industriali avide di materie prime, prima fra tutte la Cina. Ha tentato di limitare almeno in parte le perdite imponendo al Sud Sudan tariffe elevatissime per consentirgli di trasportare il greggio fino a Port Sudan tramite i propri oleodotti: l’unico modo per Juba, per il momento e per molto tempo ancora, di commercializzare il petrolio, in attesa di costruire altri oleodotti e un porto, sulle coste settentrionali del Kenya, che la renderanno autonoma da Kabul. Ma Juba ha reagito alle richieste finanziarie del Sudan rifiutando di pagare per il petrolio già trasportato e interrompendo l’estrazione di gran parte del greggio.

Il Sudan dunque non si può permettere di perdere altri giacimenti e ha reagito con violenza allorché nei giorni scorsi l’esercito sudsudanese ha occupato l’area petrolifera di Heglig, nel Sud Kordofan, che il Sud Sudan rivendica sulla base di confini tracciati all’epoca della colonizzazione britannica. Da qualche giorno, inoltre, l’aviazione sudanese bombarda lo stato sudsudanese di Unity, anch’esso ricco di giacimenti, colpendo pozzi e centri abitati, compreso il capoluogo Bentiu. L’Accordo globale di pace del 2005, che ha posto fine alla pluridecennale guerra tra il governo arabo islamico sudanese e le etnie del sud, di origine africana e di religione cristiana o animista, prevedeva che, nell’eventualità che il concordato referendum popolare decretasse la secessione del Sud, gli abitanti delle regioni di confine contese avrebbero potuto decidere a quale stato appartenere, anch’esse con dei referendum. Ma Khartoum ha rifiutato di indirli, temendo di perderle.

Tuttavia una parte delle popolazioni dei territori sudanesi di confine si era schierata con le etnie del sud nei lunghi anni di guerra civile e male sopporta di essere governata dal Sudan di cui teme a ragione la spietata determinazione a reprimere il dissenso, come sperimentano ormai da quasi un anno le etnie dei Monti Nuba. Quanto al Sud Sudan, poiché la sua economia dipende dal petrolio più ancora di quella del vicino, si può immaginare il danno causato dai mancati introiti, a cui si devono aggiungere le spese militari e i danni prodotti dagli scontri e dai bombardamenti nelle regioni di confine. Invece il Paese avrebbe bisogno di concentrare tutte le proprie risorse finanziarie e umane nello sviluppo di infrastrutture e servizi, quasi del tutto assenti, nonostante che nei sei anni precedenti il referendum l’amministrazione di Juba abbia già potuto contare sulla metà dei proventi del petrolio: spesi evidentemente in maniera non abbastanza oculata.

A complicare il quadro, dal 9 aprile 700.000 sudsudanesi ancora residenti in Sudan sono diventati a tutti gli effetti degli stranieri ai sensi delle nuove norme sulla cittadinanza. Rischiano l’espulsione, a meno che non siano in grado di esibire contratti di lavoro o altre attestazioni che consentano loro di ottenere un certificato di residenza o un permesso di soggiorno. Intanto sono privi di documenti e di diritti il che li pone in una situazione a dir poco inquietante. Se dovessero tornare al sud, non verrebbero bene accolti. Un loro eventuale rimpatrio, infatti, comporterebbe problemi di accoglienza e inserimento che né il governo né le comunità sudsudanesi per il momento non sono in grado di affrontare.




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