Charles Wendell Colson, per tutti sempre «Chuck», è morto il giorno del Natale di Roma, il 21 aprile, all’età di 80 anni. Nato a Boston il 16 ottobre 1931, a vederlo nelle foto di quel tempo, per lo più in bianco e nero, pareva un attore della fabbrica dei sogni e invece tutti lo chiamavano «ascia» del presidente Richard Nixon (Richard Milhous Nixon, 1913-1994). Perché a tagliare gambe e teste al suo prossimo era davvero il migliore.
Ex marine, aveva studiato da avvocato, ma lasciò la professione – uno studio altolocato – per buttarsi in quel mondo della politica che sa essere tanto nobile quanto greve. E così giunse ai vertici nel gennaio 1969, entrando a far parte del personale di punta dell’Amministrazione Nixon.
Colson restava però un nome noto solo agli insider; era un uomo di potere, ottimamente introdotto, persino strategico eppure ignoto al grande pubblico dei non addetti ai lavori. Ne avrebbe fatto assai volentieri a meno, ma le luci della ribalta si accesero per lui il giorno che scoppiò il famoso scandalo Watergate.
Onestamente, a riguardare oggi quei giorni burrascosi scappa da ridere. Se paragonato a ciò che è successo dopo negli Stati Uniti e altrove in mezzo mondo, Italia compresa, quello che allora sembrava lo scandalo del secolo, l’avere cioè segretamente origliato i chissà quali segreti di certi avversari politici, appare una burletta. Epperò agli americani di allora e di sempre – per esempio in occasione del successivo, e ben diverso, scandalo Lewinski – importa il reato sì, ma soprattutto e anzitutto il fatto che i detentori, per delega popolare, del potere dicano la verità quale che essa sia quando gliela si chiede in pubblico e magari pure chiamando a testimone la Sacra Bibbia; e che quindi se al contrario mentono, perdono la faccia per sempre poiché sì, per gli americani anche in politica conta la verità, quella che rende liberi e che ha pure il potere di cancellare qualsiasi misfatto. Ora, lo scandalo Watergate fu davvero sovradimensionato; ma andò che Nixon ci rimise la Casa Bianca, trovandosi un dì dell’agosto 1974 costretto alle dimissioni più per avere appunto giurato e spergiurato di non saperne nulla salvo poi cedere e dire che invece almeno un po’ sapeva. Il presidente ci rimise lo scranno più alto del potere americano e la faccia, ma questo servì a salvare la baracca. Sacrificato il capo-capro espiatorio, nessun altro pagò di persona, pur magari avendo responsabilità oggettive maggiori dello stesso Nixon, e la bolla si sgonfiò presto.
Nessuno pagò di persona tranne Chuck «l’ascia» Colson, che fu l’unico di quell’entourage a finire in galera. Dimostratane l’appartenenza ai cosiddetti «Watergate Seven» – il gruppo dei veri «manovratori» di tutto l’affaire –, Colson fu accusato di ostacolare la giustizia e per questo condannato alla prigione. Nel marzo 1974, prima che Nixon si dimettesse (e lui lo aveva già fatto in quel critico 1973), Colson fu condannato e così si fece sette mesi – ribadiamolo, l’unico di tutto il Watergate – nel carcere federale di Maxwell, in Alabama. Qualcosa però era successo, qualcosa d’importante, di fondamentale.
L’anno prima, mentre aspettava la sentenza che lo avrebbe privato giustamente della libertà, Colson il duro, Colson lo spietato, Colson che non chiedeva mai alcunché ad alcuno andò in crisi. Anzi, finì in ginocchio. Prostrato, piagato, pentito. Ne uscì rinato, letteralmente, e cioè convertito, un born-again Christian. Sì, è vero; speso la fede è la scappatoia che resta a chi ha tutto da farsi perdonare: ma che male c’è, non è esattamente così che funzionano le cose? Colson non ha del resto mica chiesto pietà, cercando di svicolare la galera o di accusare il «sistema» come se ce l’avesse pregiudizialmente con lui. Sapeva di avere sbagliato, per quanto appunto il Watergate fosse stata cosa esagerata, e finalmente docile e reso umile di cuore si sottopose alla pena senza fiatare.
Solo che la galera è sempre la galera, anche se sei un pezzo grosso, e così in carcere avvenne la sua seconda conversione.
Dietro le sbarre, infatti, Colson comprese sulla propria pelle cosa significa il dolore, la solitudine, l’abbandono. Comprese quale dramma sia la privazione della libertà, anche se sei colpevole e la legge ti colpisce con ragione.
Fu così che, una volta tornato libero, Chuck decise di trasformare interamente la propria vita, facendo di essa una incarnazione vivente di una di quelle opere di misericordia corporale che nelle parole di Cristo valgono il paradiso. Uscendo dal carcere federale dov’era stato rinchiuso mesi, Colson guardò i compagni di sventura che lasciava con lo stesso sguardo con cui Gesù uscito dal Sinedrio guardò Pietro che lo aveva rinnegato per ben tre volte prima del canto del gallo e disse loro: «I will never forget you guys!», «Ragazzi, non vi dimenticherò mai!».
Non erano parole di circostanza, ma una promessa di vita, un impegno cristiano. Nel 1976, Colson diede vita alla Prison Fellowship, un’opera di apostolato verso i carcerati e di sostegno alle loro famiglie che è diventata una meraviglia. Per 36 anni Chuck ha mantenuto costantemente quell’antica promossa, senza mai contestare la legittimità delle sentenze, senza lamentarsi, senza recriminare, sempre e solo convinto che anche i delinquenti più incalliti e turpi sono persone umane meritevoli di quell’amore che salva l’anima.
Lo squalo Colson era definitivamente morto e al suo posto era nato, forte anche di quell’antica esperienza di potere le cui lezioni migliori egli mai trascurerà mettendole al servizio della carità, un imitatore protestante di Cristo tra i più fulgidi.
Prison Fellowhsip è infatti diventato presto un network internazionale attivo in 112 Paesi, nonché la voce di chi è perseguitato nel silenzio complice in troppe regioni del mondo ancora immerse nella menzogna delle ideologie o delle religioni impazzite.
Colson operava per rimediare ai danni che il carcere infligge al corpo, ma pure all’anima e alla mente. La sua carità è infatti sempre stata anche culturale e anzitutto spirituale. Aiutare gli imprigionati significava per lui sovvenire alle loro necessità di pane, ma contemporaneamente annunciare Gesù che salva, e pure farlo seminando buona cultura. Ero nei boschi del Michigan nel 1991, alla casa e alla scuola di Russell Kirk (1918-1994) – il «padre» della rinascita conservatrice statunitense nella seconda metà del Novecento – quando per la prima volta m’imbattei nel nome e nell’opera di Colson proprio perché, studiando ogni anfratto della personalità e dell’opera Kirk, mi accorsi che Colson vi faceva riferimento spesso e volentieri, che fra i due correva buon sangue, che Colson guardava a Kirk come si guarda a un maestro. E questo soprattutto perché a far da ponte fra il cattolico Kirk e l’evangelical Colson vi era la figura e l’operare di un gigante quale C.S. Lewis (Clive Staples Lewis, 1898-1963).
Oltre a essersi diffusa in mezzo mondo, la Prison Fellowship di Colson ha generato, nel 1991, BreakPoint Radio, dai cui microfoni Chuck faceva quotidianamente udire la voce di Cristo e del conservatorismo culturale, e il tutto produsse poi l’idea di una «offensiva» basata sulla visione cristiana delle cose tipica di Colson, cioè il conservatorismo compassionevole (che non vuol dire «socialistico») prima che l’espressione diventasse di moda giornalistica, incarnato nel Centurions Program, creato nel 2004, e quindi nella fondazione, nel 2010, del Chuck Colson Center for Christian Worldview, che ne eternerà il lascito. La carità, testimoniava Colson con la propria vita, è di destra, perché è cristiana.
Uno come Chuck avrebbe volentieri sottoscritto l’idea che dire «cristiano conservatore» è una ripetizione, mentre dire «cristiano progressista» una bestemmia.
Autore di una trentina di libri, Colson ha ricevuto 15 dottorati honoris causa e nel 1993 il prestigioso Premio Templeton, assegnato a chi opera fattivamente per il prgresso autentico della religione. Il premio era di un milione di dollari, e lui lo donò alle opere di carità della Prison Fellowship esattamente come faceva con i guadagni del suo intenso programma di conferenze. Nel 2008, il presidente George W. Bush jr. lo ha insignito della Presidential Citinzens Medal.
Quello di Colson è un grande apologo conservatore, una meravigliosa avventura cristiana, insomma una bella, tipica, vera storia americana. Che continua a vivere attraverso le mille persone cui Chuck ha cambiato la vita.
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