A fine giugno è previsto il prossimo Consiglio europeo. Ci si attende, e soprattutto ci si augura, un sussulto di vita dell'economia europea, ma i segnali degli ultimi giorni sanno tanto di scricchiolii.
La crisi non arretra e i mercati finanziari rimangono in sofferenza. Sul fronte politico la caduta del governo in Olanda e le dichiarazioni del candidato favorito alle presidenziali in Francia, il socialista Hollande, gettano ombre sulla strada della ratifica del Fiscal Compact, l'accordo tra gli stati membri dell'Unione Europea per garantire il rispetto della disciplina fiscale, che dovrebbe essere approvato e ratificato entro gennaio 2013.
Negli scorsi giorni il primo ministro olandese, Mark Rutte, si è dimesso in seguito al fallimento delle trattative sui tagli al bilancio per il 2013 (15 miliardi di euro dai capitoli sulla sicurezza sociale e sulle pensioni) e del mancato sostegno del partito della Libertà (Pvv) dell'islamofobo Geert Wilders.
Ad alimentare le preoccupazioni è il fatto che il governo olandese sia caduto proprio sull’austerity, promossa con forza in accordo con la Germania. I tagli, infatti, erano stati imposti dall’aumento del debito pubblico, che nel 2011 ha raggiunto il 65,2% e dalla volontà del governo di ridurre la spesa per adeguarsi al Fiscal Compact.
Per questa ragione è facile comprendere perché secondo molti analisti, a partire dal report della statunitense Nomura, la crisi olandese non solo metterà in serio pericolo la ratifica del patto europeo di disciplina fiscale, ma ne minerà la stessa credibilità. La conclusione del report è che in futuro potremmo assistere a potenziali default disordinati sui pagamenti del debito e a un'uscita dall'Eurozona degli Stati che non ce la faranno da soli. In parole povere, la fine dell’unità monetaria.
Da Parigi, pur nel clima di parole spese in campagna elettorale, François Hollande ha annunciato al quotidiano tedesco Handelsblatt che se l'eurozona non imboccherà la strada della crescita, la Francia non firmerà il Fiscal Compact. Un'altra pesante stoccata all’accordo.
Olanda e Francia protagoniste e non occorre molta memoria per tornare al 2005, quando gli stessi Paesi si opposero alla firma del trattato costituente dell'Unione Europea.
Avverte il pericolo anche la Deutsche Bank: «Il rischio è quello di una disgregazione dell’asse fondamentale dell’Europa”. Ma la banca tedesca è andata oltre, offrendo anche un ulteriore spunto politico: il nazionalismo del Fronte nazionale di Marine Le Pen in Francia e il populismo di Geert Wilders in Olanda hanno una cosa in comune: sono contro la Germania e le sue posizioni in materia economica. Crisi e populismo, la storia insegna, si incrociano.
Immediate sono arrivate le reazioni negative dalle borse e le risposte dalla Germania. Il ministro degli Esteri tedesco, Guido Westerwelle, ha respinto la proposta di Hollande di ridiscutere il patto di bilancio europeo. Un'apertura è invece arrivata dal cancelliere tedesco Angela Markel, che fino a ieri ha imposto, come unica strategia anticrisi, la ferrea disciplina di bilancio.
La Merkel ha, infatti, parlato di crescita, ribadendo però che abbiamo bisogno di crescita sotto forma di iniziative sostenibili, non con programmi di stimolo che aumentano il debito”. Parole che testimoniano il disorientamento della Merkel che, già alle prese con difficoltà interne, vede traballare non solo l’asse con la Francia, ma la stessa spina dorsale dell’eurozona.
Di sola austerity e di tagli si muore, come dimostrano Grecia e Portogallo. Il problema, quindi, è riempire di contenuti quelle politiche per la crescita, richieste recentemente anche dall'Italia, che tutti auspicano, ma che nessuno sembra individuare. Certo è che l’ipotesi di un’Europa forte senza Grecia, Portogallo, Spagna e Italia, dimostra la sua infondatezza prima ancora di discuterne seriamente.
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