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Numero 482
del 22/06/2012
Gli Usa criticano l'Europa per nascondere la loro crisi PDF Stampa E-mail
! di Cristiano Bosco
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domenica 10 giugno 2012

La diversità di vedute tra il Presidente americano Barack Obama e il suo sfidante repubblicano Mitt Romney, come ovvio e come da copione, è abissale. Da buoni rivali, su pressoché ogni argomento, dalla politica estera a quella economica, passando per le questioni interne, i due candidati alla Casa Bianca, come d'altronde i partiti di riferimento, si trovano ai poli opposti o, comunque, su posizioni molto distanti. Tuttavia, a circa cinque mesi dall'election day del prossimo novembre, in questi giorni c'è qualcosa che li accomuna, nelle opinioni e nella tattica elettorale: l'avversione nei confronti dell'Europa.

La preoccupante situazione economica del vecchio continente è nelle ultime settimane entrata a far parte del dibattito politico americano, recitando un ruolo importante anche nella campagna per le elezioni presidenziali. L'ipotesi che la difficile fase che stanno attraversando gli Stati europei possa affossare, o comunque rallentare fortemente la ripresa americana è tutto fuorché improbabile, e ciò ha conseguentemente trasformato l'Europa in un bersaglio facile per Romney e Obama. Il primo, nell'attaccare l'avversario, non manca mai di evidenziare che le sue scelte in economia e la sua spesa pubblica «porteranno l'America sul sentiero dell'Europa», mentre il secondo, dal canto suo, sostiene che l'austerity promossa dal candidato repubblicano non farebbe altro che portare «alla stagnazione economica che l'Europa sta vivendo».

Inoltre, non c'è settimana in cui i notiziari, da questa parte dell'Atlantico, non riportino – ormai con una buona dose di insofferenza - i ripetuti moniti del Presidente americano agli stati europei, invitati a «fare in fretta», a «stimolare la crescita» ed a «seguire l'esempio Usa». L'Europa, insomma, potrebbe essere decisiva, oltre che per le sorti dell'economia statunitense, anche per determinare l'identità di colui che, dal gennaio 2013, si insedierà al 1600 di Pennsylvania Avenue a Washington, DC. Tuttavia, è lecito non aspettarsi discussioni, tra i due pretendenti alla presidenza, sulla situazione europea e sulle possibili soluzioni. Come riportato da Andy Sullivan di Reuters, sebbene la campagna elettorale «rappresenti idealmente l'occasione, per i due candidati, per raccontare agli elettori come gestirebbero la situazione», magari con riferimenti ad un'eventuale fuoriuscita della Grecia dall'euro o ad un crollo delle banche in Spagna, Obama e Romney a malapena si soffermano in dettaglio sull'eurozona, poiché il presidente «potrebbe sembrare ininfluente nel porre l'attenzione degli elettori su di una situazione al di fuori del suo controllo», mentre lo sfidante «rischierebbe di mettere a rischio la sua tesi sulla cattiva gestione dell'economia americana da parte di Obama, nel tentativo di dargli la colpa per scelte che appartengono a Berlino, Parigi, Atene».

Molto più semplicemente, l'Europa, più che un argomento di dibattito, è diventata per i due candidati uno spauracchio da agitare davanti agli americani, un'arma elettorale usata a fini propagandistici, uno strumento da utilizzare per calcoli strategici puramente interni. Parafrasando un celebre detto anti-americano, oggi si potrebbe coniare lo slogan «Blame Europe First» («la colpa prima all'Europa»). «Ognuno vuole usare l'Europa per i propri propositi domestici al momento», ha dichiarato al Washington Post Ian Bremmer, presidente dell'Eurasia Group, gruppo di consulenza e ricerca a New York, e ciò è confermato, oltre che dai recenti interventi pubblici dei due pretendenti alla Casa Bianca, anche da quanto dichiarato dall'ex presidente Bill Clinton, il quale, nei giorni scorsi, durante un evento di raccolta fondi per Obama, ha addirittura accusato i Repubblicani al Congresso e Romney di «aver adottato la politica economica europea»: a prescindere dalla effettiva corrispondenza dell'affermazione con la realtà, una colpa che, agli occhi dell'elettorato yankee, è davvero poco perdonabile.

C'è tuttavia da evidenziare, nei riferimenti all'Europa, un gap di credibilità tra i due schieramenti. Da una parte, il Partito Repubblicano, e di conseguenza il suo candidato Mitt Romney, negli ultimi anni si è sempre distinto per una certa diffidenza, se non aperta avversione, nei riguardi del continente europeo e delle sue scelte, in politica ed in economia: agli occhi del GOP e dei suoi elettori, sono state molteplici le occasioni in cui l'Europa è stata definita né più né meno che un «incubo socialista», paradiso del «big government» e del welfare senza freni, emblema di tutto ciò che i Repubblicani avversano. Una forzatura, certo, quasi una caricatura naif per alcuni esponenti quali Newt Gingrich o Rick Santorum, tuttavia, piaccia o meno, una linea di partito costante. Dall'altra parte, lo stesso non si può dire dei Democratici e del loro candidato Barack Obama, che fin dal suo insediamento si era presentato come un presidente più «globale» ed assai più «filo-europeo» del predecessore George W. Bush. Questo nuovo e diverso atteggiamento stride, se confrontato con quanto mostrato in precedenza, e rischia al tempo stesso di mettere in difficoltà il presidente uscente, che, a causa del ruolo istituzionale, tutto può permettersi fuorché alienarsi i leader degli stati europei – Merkel in testa - in questa delicatissima fase. La conferma di ciò è evidenziata dalle reazioni scatenate dalla sua ultima, poco fortunata, uscita sull'Europa, seguita, a stretto giro di posta, da una replica piccata, oltre che dalla stampa del vecchio continente, anche dal nuovo Ministro degli Esteri francese Laurent Fabius. Il quale, nel corso di una conferenza stampa in Italia, ha fatto notare ad Obama che «la crisi non è iniziata in Europa», e gli ha ricordato che «Lehman Brothers non era una banca europea»«Non dovremmo evitare le responsabilità», ha aggiunto Fabius, «ci troviamo tutti nella stessa barca». Una triste ed innegabile verità, che accomuna Europa e Stati Uniti. Con buona pace dei calcoli elettorali dei due candidati in corsa per White House.




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