Molti sono convinti che in Siria vi sia una situazione di grave stallo causata dall’attuale immobilismo della Comunità internazionale. Ebbene, forse, da una disamina dei fatti del conflitto siriano, emersi fino ad oggi, c’è da dare ragione agli scettici dovendo ammettere l‘incapacità di arrivare ad una positiva soluzione da parte della Comunità internazionale.
La continua, violenta ed inarrestabile repressione attuata dal regime di Bashar al Assad, contro la quale si sono infrante tutte le azioni messe in campo per risolvere la crisi, è la prova evidente del naufragio di ogni sforzo di buona volontà.
Questa visione però è priva di elementi oggettivi di cosa stia effettivamente accadendo sul terreno e della via di non ritorno ormai imboccata tra alawiti (etnia fedele al Presidente e al regime) e i sunniti (etnia a cui appartiene la maggioranza della popolazione siriana).
Gran parte della popolazione siriana esasperata e abbrutita dalla feroce repressione a cui è stata sottoposta in questi 17 mesi ha deciso di abbandonare la protesta. Gli oppositori dopo essere venuti a conoscenza in maniera sempre più esplicita e diretta di cosa erano capaci di fare le milizie del regime, tra subdule torture ad esecuzioni sommarie che hanno portato alla morte di oltre diecimila civili, non potevano fare altro di imbracciare le armi, l’unica via possibile per defenestrare Assad e soci.
Se qualche mese si poteva parlare di timidi tentativi di ribellione da parte della rivolta anti-Assad, il quadro attuale fa registrare una decisa inversione di tendenza pro-ribelli con un organizzazione dotata di leader efficaci (tra cui numerosi ex militari dell’esercito siriano che hanno disertato) e di armamenti sempre più sofisticati (forniti dai Paesi stranieri che appoggiano la rivolta) che hanno causato scontri sempre più cruenti in numerose città siriane e nella stessa capitale tra esercito e ribelli dimostra inequivocabilmente uno scenario di vera e propria guerra civile senza esclusione di colpi.
La guerriglia si rafforza ogni giorno di più e lo dimostrano le offensive contro le forze lealiste che in numerose circostanze sono state messe sotto scacco e costrette a subire imbarazzanti sconfitte. Uno dei segnali più evidenti delle risolute capacità degli oppositori di colpire al cuore il regime ed i suoi fedelissimi è rappresentato dall’attentato Kamikaze dello scorso 18 luglio a Damasco. Una guardia del corpo che ha tradito è riuscita a far saltare in aria la sede della sicurezza nazionale, dove si teneva una riunione di coordinamento contro i ribelli, in cui hanno perso la vita il Ministro della Difesa, Dawood Rajha e il Ministro dell’Interno, Ibrahim Shaar, oltre ad altri noti esponenti di spicco delle forze lealiste.
Il 28 luglio i combattenti del Free Syria Army sono riusciti ad abbattere un elicottero. Il regime non riesce a contrastare gli attacchi dei ribelli, tanto che agli annunci delle forze armate siriane di aver ripreso il controllo totale di Damasco e «ripulito» la città dai «terroristi» seguono nuovi violenti combattimenti anche nei quartieri che circondano la zona di sicurezza della capitale, dove hanno sede l'ufficio presidenziale e una delle residenze del ras Bashar al Assad.
Nella stessa città di Aleppo, per la prima volta, i ribelli sono riusciti a prendere il controllo per qualche ora dell'edificio della televisione di Stato, ma sono stati respinti dal bombardamento di elicotteri e Mig governativi. Nelle stesse ore, alcune tv arabe, hanno riferito che la battaglia è arrivata nel cuore di Aleppo, ai piedi della Cittadella antica, dove infuriano serrati combattimenti e continuano i bombardamenti dell’aviazione governativa. Non si tratta quindi di episodici scontri, ma di regolari combattimenti tra esercito regolare e forze ben organizzate.
I lealisti ormai temono i ribelli e per incutere terrore attuano rappresaglie contro civili inermi nelle aree delle loro roccaforti roccaforti. Episodi che hanno indotto la popolazione siriana a fuggire nei Paesi confinanti (Turchia, Libano, Giordania) alle prese con ondate di profughi e costretti ad allestire campi per i rifugiati, il cui numero continua ad aumentare e diventa ogni giorni più insostenibile da gestire.
Molti Paesi sono scesi in campo autonomamente, e seppur non ancora pronti ad impegnarsi direttamente, appoggiano tutte le soluzioni per brindare all’addio di Assad. Su questa linea si colloca la recentissima risoluzione non vincolante dell’Assemblea Generale dell’Onu. Lo stesso regime non ha colto la possibilità di possibili via di fuga che potevano essere una fuoriuscita onorevole per Assad e garantire l’auspicata uscita di scena di chi si è macchiato di atrocità e crimini contro il suo popolo. Assad sentendosi forte, spalleggiato dalla Russia, Iran e Cina, non mostra pentimenti e continua a cannoneggiare ed a vessare la sua gente.
In realtà il regime appare in forte difficoltà. Ne è riprova l’annuncio della tv araba al-Jazeera sulla disgregazione in atto nella compagine politica che appoggia Assad. Si parla di nuove defezioni di altri membri del governo tra le quali quelle del ministro degli affari religiosi Abdel Sattar Sayyid e del ministro delle finanze Muhammad Jleilati, che si aggiungono a quella dell' ex primo ministro Riad Hijab, ma vi sarebbero anche un gran numero di ufficiali dell'intelligence siriana che volterebbero le spalle al regime cercando la fuga in Giordania.
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