Tra le insidie alla stabilità internazionale l’area Medioorientale ha sempre rappresentato, dalla fine del secondo conflitto mondiale, un coacervo di pericoli. Interessi geopolitici, lotte dinastiche, ostilità etniche, interessi economici e petroliferi, ideologie nazionaliste e, soprattutto, la questione palestinese sono gli elementi che hanno concorso e concorrono all’instabilità politica, economico e sociale del Medio Oriente che è vissuto sino ad oggi attraverso una sorta di equilibrio precario, accettato da tutti dalla firma degli accordi di Camp David nel 1978 che, con la decisiva mediazione Usa, favorirono la pace e misero fine alla contrapposizione tra Egitto ed Israele. Oggi la partita sembra riaprirsi facendo emergere scenari più complessi e pericolosi a causati dalle dispute in atto, tutte dense di incognite e pronte ad esplodere in tutta la loro virulenza.
A preoccupare la comunità internazionale è principalmente il conflitto siriano stante l’immobilismo delle Nazioni Unite ed il lento suo deflagrare al di fuori dei confini con il coinvolgimento degli Stati confinanti. Turchia, Giordania, Iraq e Libano stanno vivendo momenti di grande tensione per l’esodo dei rifugiati e la fuga dei dissidenti. Il regime siriano accusa questi Paesi di esportare terroristi nel suo territorio e di rifornirli di armi, oltre che di aiutarli a combattere il regime di Damasco.
Non da meno sono le tensioni con gli Stati confinanti che non si placano, anzi vanno intensificandosi aggiungendo nuovi motivi di frizione, come quelli che coinvolgono la Turchia. Ankara già insofferente per l’abbattimento di un suo aereo da parte della contraerea siriana, a cui a risposto inviando truppe al confine e minacciando di intervenire, subisce nuove minacce da parte del PKK siriano, movimento notoriamente avversato dai Turchi, che non accetta l'influenza turca lungo la striscia a ridosso del confine turco iracheno, zona ricca di risorse idriche ed energetiche. La Turchia teme che il PKK, a causa della debolezza del regime siriano, possa avere mani libere per riorganizzarsi politicamente e gettare le basi per chiedere il riconoscimento internazionale del Kurdistan, annettendo territori iracheni, siriani e turchi.
Altri atti belligeranti sono in atto tra Siria e Libano con numerose violazioni territoriali compiute dalle truppe dell’esercito siriano nel Paese dei cedri. Il Libano è in forte difficoltà, in quanto viene trattato da Assad come un suo possedimento, tanto da manovrarne a suo piacimento le leve del potere della fragile democrazia libanese. Ne è riprova il legame e l’appoggio fornito dal leader libanese Hasan Nasrallah per placare la rivolta degli oppositori del regime siriano con l’invio di miliziani di Hezbollah. Un recente video messo in onda da una tv satellitare araba mostra un miliziano catturato dai ribelli che afferma di essere un cecchino professionista, entrato «legalmente» in Siria ai primi di agosto tramite uno dei valichi tra i due Paesi, insieme ad un gruppo di circa 1.500 uomini del Partito di Dio, inviati per proteggere Damasco ed altre città della Siria dai terroristi.
Ma in realtà in Siria si sta giocando un’altra partita quella confessionale tra alawiti (di estrazione sciita) e sunniti. In questo confronto non nuovo per il Medio Oriente, il cui principale terreno di scontro è l'Iraq che vede contrapposti sciiti e sunniti, oggi esplode anche nel conflitto siriano, dove il regime alawita (ramo della dottrina sciita dell’Islam) alleato dell’Iran, reprime nel sangue la ribellione della popolazione siriana di religione sunnita.
La crisi, quindi, si è estesa oltre i confini siriani. Infatti il confronto tra sunniti e sciiti interna, altro non è che l’asse principale su cui si articola lo scontro tra potenze nella regione. Sulla crisi siriana, dunque, ha avuto un notevole impatto l'influenza dell'Arabia Saudita, da una parte, con il seguito di monarchie sunnite del Golfo, Qatar in primis, e Iran, dall’altra, che con la caduta del regime di Assad vedrebbe il proprio asse sciita nell’area di molto indebolito.
Il regime di Assad sta perdendo il suo potere di influenza se si considera anche la vittoria in Egitto (in un altro importante e influente Paese arabo a prevalenza sunnita) del Presidente Morsi che è appoggiato dai Fratelli Mussulmani, i quali non fanno mistero di appoggiare i ribelli siriani. Anzi a molti analisti e leader occidentali risulta chiaro da tempo che alla guida dei ribelli siriani ci sono i Fratelli Musulmani e per di più l’ala che dipende direttamente dai fortissimi Fratelli Musulmani egiziani.
Con una vittoria in Siria i Fratelli Musulmani diventerebbero il vero potere politico-militare del Medio Oriente. I primi timidi segnali di questa forza politica, che ha defenestrato senza tentennamenti gli esponenti al governo e dell’esercito della casta militare che reggeva da anni le redini del Paese delle piramidi, sono stati presi con segnali contrastanti nelle principali capitali occidentali. Se le loro pulsioni antioccidentali dovessero manifestarsi e uscire allo scoperto ne farebbero, prima o poi, il cuore dello scontro Occidente-islam.
Come se non bastasse a questa situazione ad alta combustione si affianca un nuovo fronte d’instabilità nell’area, quello tra Israele ed Iran che potrebbe avere esiti imprevedibili non solo per la pace nello scacchiere mediorientale. Anche se la Comunità internazionale ha promosso da tempo sanzioni contro il nucleare iraniano, la partita delle sanzioni non pare sortire l’effetto desiderato. Ecco perché si teme il peggio e le voci su un opzione militare israeliana sempre più incombente continuano ad avere molto spazio su numerosi media. In una recente intervista televisiva alcuni esponenti delle Forze Armate iraniane hanno assicurato che sono già «pronti piani di rappresaglia», nel caso di un attacco israeliano, che nei giorni scorsi lo stesso Shimon Peres aveva definito «sempre più probabile».
L’escalation di un conflitto che potrebbe estendersi in tutto il Golfo Persico in caso di attacco israeliano all’Iran getta nuove ombre sulla situazione ad alta tensione in atto in Medio Oriente.
Le conseguenze dell’attuale instabilità sullo scacchiere Mediorientale sono però da attribuire anche al ruolo attivo svolto da Russia e Cina a difesa di Siria e Iran per ritagliarsi importanti appoggi nell’area in funzione anti USA. In realtà si ha l’impressione che questa posizione se non attentamente soppesata e bilanciata con i principali leader delle potenze mondiali finirà per innescare dei conflitti a catena che si ritorceranno contro chi li ha fomentati e finirà per condurre il Medio Oriente ad essere nuovamente il fertile terreno di scontro di azioni militari su vasta scala.
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