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Numero 490
del 30/08/2012
Se il giustizialismo lacera la sinistra PDF Stampa E-mail
! di Francesco Natale
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mercoledì 22 agosto 2012

Bersani contro Di Pietro, Travaglio contro Scalfari, l’ANM contro tutti, forte di 320 firme (di magistrati, of course) schieratesi veementemente contro ogni ipotesi di azione disciplinare nei confronti di Antonio Ingroia (un «manifesto Calabresi» al contrario, insomma…), PM in procinto di divenire il nuovo «eroe dei due mondi», visto l’imminente trasferimento/autoesilio su mandato ONU (!!!) in Guatemala (Fonte: Tempi). Potremmo al riguardo rilevare come, tutto sommato, Scipione avesse ben altro stile e ben altra caratura, quando disse: «Ingrata patria, non avrai nemmeno le mie ossa».

Giornalisti che difendono magistrati i quali difendono altri magistrati sbandierando la memoria di ulteriori magistrati (defunti), stabilendo parallelismi ed equiparazioni ributtanti che, siamo certi, farebbero rivoltare nella tomba i martiri di Capaci e Via d’Amelio. Il giochetto in sé non è nuovo, e abbiamo imparato a conoscerlo bene nel corso degli anni, ma un aspetto di dirompente novità in effetti c’è eccome: al di là del «fumus in oculis» fatto di ambigui piagnistei siculi stile Ciancimino, di mitologiche «agende rosse, gialle e turchine», di «delegittimazione-della-magistratura-da-parte-di-politica- istituzioni-venusiani», il dato reale mostra una sinistra sull’orlo della guerra civile. Perché la cosiddetta «magistratura d’assalto» (Traduzione: quella parte di magistratura adusa ad interpretare in maniera come minimo «creativa» le norme procedurali e processuali) va bene e funziona finché sceglie il bersaglio giusto. La musica cambia, e diviene cacofonia pura per le delicate orecchie di Bersani, Finocchiaro e soci, quando ad essere intercettato e «mediatizzato» è Giorgio Napolitano.

La posizione garantista a 360 gradi del PDL è nota e pertanto non vale la pena ribadirla qui. Il problema è tutto interno alla sinistra, il cui maggior partito non sa oggi come rendere digeribile a parte della base e agli eventuali (sempre più eventuali…) alleati l’ipotesi di una riforma della giustizia che ricalca punto per punto quella proposta dal centrodestra non più tardi di due anni fa (senza gli inquinamenti «proposti» da Giulia Bongiorno, ovviamente). I primi segni di malessere si sono manifestati quando la magistratura, con tutta la ieratica cautela del caso, osò interrogare Carlo Azeglio Ciampi in riferimento alla trattativa tra stato e mafia. Forse qualcuno auspicò che l’ex ministro Conso, all’epoca Guardasigilli, potesse fungere da capro espiatorio globale: un nuovo Primo Greganti, insomma. Sia come sia, o Conso non si prestò a fare la figura del fesso, oppure ci si rese conto che in ogni caso l’inchiesta avrebbe coinvolto a vario titolo altri soggetti. Se pensiamo che l’obiettivo primario di tale indagine fu quello di stabilire, al di là di ogni ragionevole dubbio, che esistessero rapporti solidi e conclamati tra il direttivo dell’allora neonata Forza Italia e «cosa nostra», la faccenda assume caratteristiche addirittura tragicomiche: è come se il cacciatore uscito in cerca di beccaccini si trovasse di fronte, anziché i minuscoli volatili, un elefante africano enorme, smisurato e con la luna parecchio storta.

Fatto sta che Antonio di Pietro esige l’impeachment di Napolitano, spaccando un pezzetto del suo partito nell’auspicio di aumentare però di un paio di punti il proprio consenso, magari a scapito di Beppe Grillo, e rendendo sempre meno probabile un’alleanza programmatica col PD (che, per inciso, se potesse se lo leverebbe definitivamente dalle scatole: ma saranno i sondaggi, alla fine, a decretare il destino della foto di Vasto…). PD che, come accennavamo, si trova nell’impossibile situazione di dover tenere in piedi quella contiguità sotterranea che perdura da quasi 30 anni con la magistratura senza al contempo farsi eterodirigere de facto da quest’ultima.

Tardivi sono i richiami dell’ex magistrato Luciano Violante: tardivi non perché non siano più di dieci anni che egli ha denunciato un rapporto abnorme e malsano tra magistratura e politica, ma perché, comunque, arrivano dopo «mani pulite». Fuori tempo massimo, quindi. La questione è pertanto severamente semplice: o il PD si prodiga, insieme all’avversario di sempre, a redigere ed approvare una riforma della giustizia equa ed efficace, che responsabilizzi seriamente la magistratura e ridefinisca funzioni e prerogative degli organi preposti alla giurisdizione domestica, rischiando così di perdere parte significativa del proprio consenso ma rivendicando altresì la propria indipendenza, oppure molla Napolitano e segue, pedissequo, le orme manettare di Travaglio e di Pietro. In entrambi i casi si verificheranno scontri, dilacerazioni e fuoriuscite, forse pure eccellenti: non si tratterà quindi di un’operazione a costo zero. Ed è proprio questo il punto critico: l’impossibilità, almeno attualmente, di valutare con precisione il rapporto tra costi e benefici dell’una e dell’altra scelta, con un segretario ormai conscio che l’immobilismo non è più un’opzione.




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