«Sono stato troppo educato». Così il Presidente americano Barack Obama, ospite del programma radiofonico Tom Joyner Morning Show, ha tentato di giustificare la sua poco convincente prestazione nel primo dibattito pubblico tra candidati alla Casa Bianca, svoltosi lo scorso 3 ottobre a Denver. Una performance così misera, da parte di un leader politico che per lungo tempo ha incantato il mondo con la sua arte oratoria, che ha stupito parecchi osservatori, e che ha consegnato una vittoria tanto sfolgorante quanto inaspettata al rivale repubblicano Mitt Romney, fino a quel giorno dato ormai come spacciato, dai più ritenuto un attore quasi perfetto per il ruolo dello sconfitto.
Le parole di Obama, circa una settimana dopo il confronto, e a poco meno di un mese dall'election day del prossimo novembre, appaiono però un timido e un po' tardivo tentativo di porre rimedio al proprio passo falso, in un momento in cui la campagna dell'avversario sembra aver trovato nuova energia. Per la prima volta dall'apertura dei giochi, Mitt Romney si trova davanti al presidente uscente nei sondaggi nazionali, con significativi miglioramenti nel consenso dell'elettorato femminile e, dettaglio ancor più importante, in crescita anche in alcuni Stati chiave, decisivi, assai più del voto popolare, per conquistare l'accesso alla Casa Bianca per i prossimi quattro anni. Romney al 49%, Obama al 47%: se i seggi dovessero aprirsi oggi, secondo Gallup la corsa sarebbe too close to call, ovvero impossibile da prevedere, con i due sfidanti appollaiati nelle classifiche di gradimento.
Per Pew Research, Romney 49%, Obama 45%, con il 72% degli elettori indipendenti convinti che l'ex governatore del Massachusetts abbia stravinto il dibattito.
Mentre il team di Obama, con il guru Dave Axelrod in testa, è alla disperata ricerca di idee e intuizioni geniali per riprendere il controllo della situazione e invertire la tendenza negativa, e mentre il fronte repubblicano si gode l'insperato e inatteso momento di gloria post-dibattito, tutti gli occhi dei commentatori politici sono puntati sugli Stati in bilico. A dispetto del balzo in avanti del candidato mormone del Grand Old Party, infatti, la cosiddetta «mappa elettorale» lascia ancora prevedere una strada alquanto in salita per Romney, nella sua salita per sfrattare l'ex senatore afroamericano dell'Illinois dalla sua attuale residenza di Washington, DC. Nonostante i sondaggi e i trend degli ultimi giorni, dal punto di vista puramente matematico, infatti, è Barack Obama ad avere più chance di raggiungere l'agognata soglia dei 270 voti elettorali per aggiudicarsi la rielezione.
Colorado, Florida, Iowa, North Carolina, New Hampshire, Nevada, Ohio, Virginia: saranno questi gli Stati che condizioneranno in maniera determinante l'esito delle prossime elezioni americane. Non a caso, su di essi si sta da tempo concentrando – come comprensibile – l'attenzione degli strateghi dei due opposti partiti, dando vita a una vera e propria guerriglia elettorale a colpi di spot televisivi, eventi pubblici e photo-operation per i media. Stando alle medie calcolate da RealClearPolitics, Romney starebbe guadagnando terreno in ciascuno dei cruciali Stati in bilico: più 0,7% in Florida, più 3 in North Carolina, più 0,5% in Colorado, a fronte di un Obama più 0,3% in Virginia, più 0,7% in Ohio, più 3,2% in Iowa. Dati che mostrano i due contendenti poco distanti l'uno dall'altro, e che confermano che la sfida, da qui al 6 novembre, sarà serratissima e senza esclusione di colpi.
Per vincere, Romney dovrà fare in modo di prolungare il più possibile il clima positivo instauratosi in questi giorni in casa repubblicana, presentandosi agli elettori come un candidato all'altezza di svolgere il gravoso incarico di Comandante in Capo ed evitando gaffe, convincere gli americani che la situazione di crisi diffusa è alimentata, e non alleviata, dalle politiche del governo a guida democratica, ma soprattutto superare sé stesso sul territorio per portare dalla propria parte alcuni degli «swing States»; per non perdere, Obama dovrà necessariamente limitare i danni e invertire l'attuale rotta della (sua) campagna elettorale, ritrovare un po' di quella capacità comunicativa con la quale il candidato degli slogan «Hope & Change» ipnotizzò l'America quattro anni or sono, sperare in qualche grossolano errore dell'avversario, ma soprattutto riuscire a tenersi stretti Stati decisivi, quali la Florida o l'Ohio. In grado, con i loro delegati, di garantirgli la permanenza alla Casa Bianca.
Condividi questo articolo
|