Scegliendo una platea non di poco conto, ovvero quella del teatrino delle buone intenzioni di Fabio Fazio, Walter Veltroni ha dichiarato apertamente la sua volontà irrevocabile di non volersi candidare alle elezioni politiche prossime venture.
Per comprendere quale e quanta sia la portata di una tale decisione può essere utile spendere due parole sulla colossale operazione di maquillage ideologico perpetrata a danno della medesima da parte del TG3.
Per il telegiornale di Bianca Berlinguer non ci sono dubbi possibili: la scelta di Veltroni mina ineluttabilmente il campo da gioco di Matteo Renzi e dei suoi sostenitori. L'ex segretario nonché fondatore del PD si autorottama sminuendo così la magnitudine dell'ordigno renziano e ridimensionandone la finora notevole capacità aggregativa.
Se poi, come pare sia possibile, altri notabili tipo Livia Turco seguiranno le orme di Veltroni, Renzi si troverà a parlar di nulla nel deserto.
Questo stando ovviamente alla interpretazione di stretta obbedienza paterna della Berlinguer.
Ma forse è lecito avanzare qualche dubbio su tale chiave di lettura esageratamente granitica e superficialmente tetragona.
E' impensabile che Veltroni non riesca a conseguire consenso sufficiente per rientrare in Parlamento: così come sarebbe ingenuo supporre che egli si accontenti di questo.
Da lungo tempo egli non fa più parte del «sinedrio» del suo partito, ovvero si dovrebbe accontentare di diventare un «peon» come tanti altri, orbato di dignità e onori.
E il legittimo orgoglio che lo anima dopo essere stato alternativo a D'Alema ai tempi del PDS Sindaco di Roma e Segretario del PD gli impedisce oggi di andare a rinfoltire la schiera dei portatori d'acqua.
Non solo: è lecito presumere che all'orgoglio si coniughi una discreta dose di malignità ed una ancor maggiore di stizza nei confronti di un direttivo che lo ha, nei fatti, progressivamente marginalizzato per inseguire la scelta post-massimalista, ovvero la rincorsa a Vendola e a Di Pietro sul loro stesso terreno.
Una corsa nella quale il PD parte con almeno dieci anni di ritardo, col pronosticabile risultato che l'eventuale coalizione di governo risultante dalla foto di Vasto sarà ostaggio delle sue componenti minoritarie.
Uno scenario preoccupante per l'Italia e assolutamente impraticabile per chi, nel bene o nel male, ha sempre premuto per una conversione socialdemocratica del partito, come Veltroni.
In realtà l'addio alle armi di Walter crea un sacco di problemi proprio a Bersani, il quale, forse inconsciamente, si trova giorno dopo giorno a giocare la partita delle primarie sempre più «fuori casa», ovvero nel campo scelto da Matteo Renzi, il quale sta pure rideterminando le regole del gioco (pan per focaccia, potrebbe dire qualcuno...).
L'operazione che Bersani sta maldestramente cercando di mettere in piedi, infatti, prevede una «rottamazione controllata» che possa risultare spendibile in campagna elettorale (per le primarie, si intende), ovvero convincere il potenziale elettore che non c'è nessun bisogno di Renzi: il PD è in grado di rinnovarsi autonomamente con scelte ponderate e tanta, tantissima buona volontà.
Primo problema: come sempre accade nelle umane cose e, a maggior ragione, in politica, tra l'originale ed una brutta copia l'elettore preferisce sempre il primo. Quanti sono convinti della necessità di palingenesi all'interno del PD opteranno comunque per Renzi e non si lasceranno distrarre dal teatrino della autodeterminazione domestica, la quale, per altro, conserverebbe intatto il «sinedrio» di cui sopra, ovvero Franceschini, Bindi, Marini, Bersani stesso, Fassina e compagnia.
Secondo problema: se si lasciano per strada gli interlocutori più trasversali e «moderati» o, comunque, meno inossidabilmente antiriformisti, il PD resterà una forza politica completamente autoreferenziale che, costretta a fare proprio il linguaggio di Vendola, potrà interloquire solo ed esclusivamente con una platea ben specifica equamente ripartita tra nostalgici con la foto di Lenin nel portafoglio e post-radicali perennemente infatuati dalle cosiddette «battaglie civili». Una congerìe numerosa, certo, ma decisamente non maggioritaria.
E' per questo che il gesto di Veltroni assume una valenza ben diversa e ben più critica rispetto alla immediata e prevedibile reazione d'ufficio del TG3.
Reazione che certifica una volta di più, se ancora ce ne fosse bisogno, che è ancora e sempre la paura a regnare in Via delle Botteghe Oscure...
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