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Una notizia devastante per l'immagine già molto sbiadita dell'Europa in Italia: cinque Stati della UE si sono detti contrari allo stanziamento di 670 milioni di euro in favore delle zone colpite dal terremoto in Emilia la scorsa primavera. Si tratta di Germania, Olanda, Finlandia, Gran Bretagna e Svezia, ossia, con l'eccezione degli inglesi, di quel fronte germanico pro-austerità, che sempre più ha assunto nei mesi tratti e toni tipicamente anti-italiani.
Secondo Patrizio Fiorilli, portavoce del commissario europeo al Bilancio, il polacco Janusz Lewandowski, tutti si sarebbero detti, in realtà, favorevoli allo stanziamento degli aiuti, ma i cinque avrebbero eccepito tecnicismi contabili, ossia vorrebbero che gli aiuti fossero spalmati anche sull'esercizio 2013. Insomma, diversità di vedute su formalità, che per l'ambasciatore italiano presso la UE, Ferdinando Nelli Feroci, non dovrebbero bloccare lo stanziamento. Nella serata di venerdì Bruxelles fa sapere che la trattativa si è riaperta. Anche di fronte alle calamità l'Europa non ha la prontezza di decidere, vittima dei formalismi.
Se nemmeno dinnanzi ad un terremoto riesce a darsi una linea comune e ragionevole sui fatti, questa Europa necessità di un ripensamento.
Così come non va l'ennesimo annuncio del ministro alle Finanze tedesco, Wolfgang Schaeuble, per cui neppure al prossimo Eurogruppo di lunedì si discuterà in via definitiva se concedere o meno la tranche da 31,5 miliardi di aiuti alla Grecia. Anzi, un funzionario europeo ha aggiunto che la questione potrebbe essere rimandata entro la fine dell'anno. Come se mesi e mesi di trattative, di annunci e di accordi non fossero sufficienti per tirare le somme. Come se non si avesse il coraggio di dire che la Grecia è spacciata e che forse non serve più inviarle nuovi quattrini.
E' l'Europa dell'ipocrisia, delle formalità, dei riti vuoti e snervanti, che sta allontanando ogni giorno di più fette crescenti di popolazione da essa, mentre in diverse zone del sud sta mettendo in serio pericolo la tenuta delle istituzioni democratiche, in primis, proprio in Grecia e Italia.
Ieri le cifre drammatiche snocciolate dalla Commissione e dal governatore della BCE, Mario Draghi, sono state la dimostrazione che se l'America sta per cadere in un «burrone" fiscale, l'Eurozona sta precipitando verso un abisso sociale.
I tedeschi, con Angela Merkel, dicono che la ripresa non arriverà prima di altri cinque anni. Se fosse vero, significherebbe che la crisi si è mangiata dieci anni delle nostre vite, sospese tra progetti individuali mai portati a compimento e ambizioni troncate congelate.
Le previsioni parlano di un tasso di disoccupazione che nel 2013 salirebbe dall'attuale 11,3% all'11,8%, per attestarsi ancora all'11,7% nel 2014. Questo come conseguenza di un pil nell'Eurozona in calo dello 0,4% nel 2013 e in ripresa solo dello 0,1% l'anno prossimo.
E pare che la crisi sia arrivata fin dove ha corso sinora la locomotiva tedesca, che a settembre ha visto scendere la produzione industriale dell'1,8% su base mensile e gli ordini del 3,3% su agosto. Normale, secondo Draghi, che sia così, considerato che la Germania ha il 40% delle sue esportazioni proprio nell'Eurozona, la quale rappresenta il 65% degli investimenti diretti esteri verso Berlino.
E' un'Europa nel pieno delle sue difficoltà, che anziché affrontare una volta per tutte i suoi problemi, decidendo la strada da imboccare, rinvia di vertice in vertice le discussioni, prima ancora che le soluzioni.
E' sempre di ieri la notizia che la BCE ritirerà progressivamente le attuali banconote emesse nel 2002, per stamparne di nuove. Nessuno scalpore, figuriamoci, ma che rischia di scadere nel ridicolo, proprio mentre i popoli dell'Area Euro si chiedono se questa moneta abbia ancora un futuro, se sia lecito pensare che si ritorni prima o poi alle vecchie monete nazionali. Insomma, non si danno risposte e non s'intravedono soluzioni, né si avvertono cenni di un qualche miglioramento sul fronte dell'economia o della stessa finanza.
E' un'Europa triste e rabbuiata, quella che esce da questi quattro anni intensi di crisi, molto meno solida e unita di quanto già si immaginasse. Si chiede il Fiscal Compact, spogliando i governi e i parlamenti nazionali di competenze storicamente loro assegnate, senza che s'interpellino i popoli su questo, così come sui punti salienti del processo di centralizzazione dei poteri in capo a Bruxelles. Proprio la consapevolezza dell'impotenza delle stesse capitali sta inducendo gli abitanti della UE, a ogni latitudine, a un sentimento di estraneazione dai processi politico-decisionali a tutti i livelli. E' come se ciascuno avvertisse l'inutilità del proprio voto, la lontananza delle sfere decisionali dalla propria realtà, non solo in senso geografico, ma anche e soprattutto nelle modalità con cui si governano i processi.
Non esiste un coinvolgimento democratico, non esiste la volontà stessa di interpellare coloro che sono oggetto dei riti maniacali di Bruxelles. Siamo all'anno zero della coscienza democratica.
Certo, quanto sta accadendo Oltreoceano ci spinge a ritenere che anche la democrazia non è sempre efficiente ed efficace nel risolvere le grandi questioni nazionali. L'America di Barack Obama rinvia da anni il problema del debito. Ma in ogni caso, il popolo americano viene messo costantemente nella possibilità di scegliere il proprio destino, come abbiamo notato anche alle elezioni presidenziali e per il rinnovo di parte del Congresso pochi giorni fa.
In Europa il destino è nelle mani di funzionari di alto livello, slegati dalle realtà che governano e incapaci per ciò stesso di dare soluzione ai loro problemi. E il deficit di democrazia si trasforma facilmente in rifiuto dei popoli ad osservare quanto deciso nelle chiuse stanze di Bruxelles.
L'inefficienza e l'inefficacia di questa Europa si stanno notando ancora una volta nella questione dello spread. A settembre l'annuncio di Draghi del varo dell'Omt («Outright Monetary Transaction") o anche detto «piano anti-spread" aveva ridotto fin poco sopra i 300 punti base il differenziale di rendimento tra i nostri decennali pubblici e quelli tedeschi. Ora siamo tornati già a quasi 370 bp, con un trend preoccupante rialzista, che prosegue più o meno da settimane. Il motivo? Della parentesi di rasserenamento dei mercati, che pure la BCE aveva aperto, la UE non ha voluto approfittare in alcun modo, proseguendo nella strada delle polemiche e dei rinvii su tutti i capitoli più importanti, come la messa a punto dello stesso piano Draghi, il salvataggio della Grecia e le modalità di erogazione degli aiuti agli Stati che ne facessero richiesta. Ora la breve fase dei rendimenti in discesa potrebbe essere bruciata da un ritorno alle tensioni più acute dei mesi scorsi, mettendo a rischio la tenuta dei nostri conti pubblici e il frutto dei sacrifici compiuti. Lo stesso tira e molla con la Grecia non aiuta a distendere gli animi e il clima sui mercati, perché ad oggi non sappiamo se Bruxelles intende salvare o meno Atene.
La sensazione netta è che qualche Paese stia giocando a tirare la corda fino al momento precedente alla rottura, nella consapevolezza che la crisi sinora lo ha premiato. Il riferimento è alla Germania, che ha beneficiato indubbiamente della sfiducia degli investitori verso gli asset di Stati come Italia e Spagna, avvantaggiandosi di una liquidità abbondante dall'estero, che ha recato solo effetti positivi sui suoi conti pubblici e sul suo sistema creditizio, sebbene adesso Berlino rischi lo scoppio di una bolla monetario-immobiliare, dovuta all'eccesso di liquidità investita nei due campi. Il pericolo è che ciò trascini l'intera Eurozona verso una nuova crisi, senza che l'Europa abbia mosso un dito per arginare tale incombenza e, anzi, rappresentando un fattore di amplificazione dei rischi, per via di una politica monetaria unica, impotente nell'affrontare due situazioni esattamente contrapposte.
Non c'è dubbio che l'architettura europea vada rivista, perché è evidente che così razzolando, l'intera costruzione rischia di crollarci addosso, venute giù le basi su cui poggiava, ossia la tenuta delle istituzioni nazionali.
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