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Numero 510
del 07/02/2013
La Germania ostenta una virtù che sul debito non ha PDF Stampa E-mail
! di G.T.
@ragionpolitica.it
  
giovedì 20 dicembre 2012

L'austera Germania rivede in calo il rapporto tra debito e pil, che quest'anno sarà dell'81%, due punti in meno della precedente stima di luglio dello stesso governo federale tedesco, grazie al pareggio di bilancio che sarà certamente centrato. E Berlino annuncia che nel 2013 ridurrà le sue emissioni di titoli del debito pubblico a 250 miliardi (in Italia saranno 410 miliardi), 5 miliardi in meno del previsto. 173 miliardi riguarderanno titoli a lunga scadenza e 77 miliardi a breve. Saranno anche emessi per la prima volta titoli misti, ossia congiuntamente dal governo federale e i Laender, ciascuno rispondente per la propria quota. Fin qui le notizie positive da un Paese dove i rendimenti a breve termine sono da svariati mesi negativi, alimentando una bolla che forse è già destinata a sgonfiarsi nei prossimi mesi.

Ma c'è una ricerca del 2011 di una Fondazione tedesca, la Stiftung Marktwirtschaft, nota per le sue posizioni liberali e riformiste, che spiega come il debito tedesco sia considerato meno sostenibile nel lungo periodo del debito italiano. Anzi l'Italia avrebbe il debito pubblico più sostenibile d'Europa. Come mai? Gli economisti della Stiftung Marktwitschaft distinguono due categorie di debito: quello esplicito, ossia il famoso nostro 126% del pil contro l'81% della Germania; quello implicito, cioè derivante dalle spese che saranno necessarie in futuro per mantenere spese sanitarie e pensioni di una popolazione che invecchia. Ebbene, sommando i due tipi di debito, si scopre che l'Italia può contare nel lungo periodo di un debito del 146% del pil, la Germania arriverebbe al 197%, la Francia al 337,5%, la Spagna al 548,5% e l'Irlanda, addirittura, oltre il 1.497%. Un mondo capovolto. Quelli che oggi sono definiti «virtuosi", potenzialmente non lo sono e, al contrario, rappresentano una bomba debitoria pronta a esplodere nell'arco di alcuni decenni. Quanto all'Italia, non solo non sarebbe messa male, ma i dati si riferiscono alla situazione del 2010, ossia prima delle riforme Sacconi e Fornero, che hanno inasprito ancora di più i requisiti di accesso alla pensione.

Conclusione: il governo tecnico non ha affatto salvato l'Italia, ma si è limitato a mostrare il volto feroce ai mercati, che chiedevano questo. In termini numerici, eravamo messi relativamente bene prima e ancora di più lo siamo adesso. Ma non è tutto. Il nostro debito ammonta ormai a 2 mila miliardi, qualcosa in più di quello di Francia e Gran Bretagna, che sono a quota oltre 1.900 miliardi e al di sotto del debito tedesco, che ammonta a quasi 2.100 miliardi di euro. Il problema è che noi pagheremo nel 2013 ben 91 miliardi di euro in interessi (5,5% del pil), contro gli appena 55 miliardi della Francia, i 70 miliardi della Gran Bretagna e i 64 miliardi della Germania (2,5% del pil tedesco). Perché? Semplice, il nostro Paese è ritenuto meno sicuro, in quanto il debito viene valutato in rapporto al pil e la sua incidenza su quest'ultimo risulta da noi di gran lunga superiore alla media dell'Eurozona, che si attesta all'85%. Ma da anni ci si dibatte se sia corretto valutare il debito (misura stock) sul pil (reddito nazionale annuo) o non sia, al contrario, preferibile calcolarlo in rapporto alla ricchezza complessiva (pubblica e privata) di un'economia. Questo, perché sarebbe come se un mutuo (debito) lo si valutasse in grandezza solo in riferimento al reddito annuo di una famiglia. Esempio: la famiglia Rossi ha contratto un mutuo da 100 mila euro e ha un reddito annuo di 20 mila euro. Quindi, il suo debito è cinque volte il suo reddito annuo. Ma se questa famiglia possiede beni mobili e immobili per (poniamo) 400 mila euro, allora la valutazione dell'incidenza di questo mutuo sulla sua situazione patrimoniale cambia e lo stesso vale per uno stato.

L'Italia ha una ricchezza finanziaria privata netta (escludendo i beni immobili) del 175% il pil. La Germania si ferma al 126%. Che significa? Che se rapportassimo il nostro debito alla sola ricchezza finanziaria delle nostre famiglie, esso sarebbe del 72%, mentre in Germania si attesterebbe al 64%. Livelli del tutto simili. Eppure, continuiamo a pagare oltre il doppio degli interessi su BoT e BTp, rispetto ai tedeschi. E se guardiamo ai dati assoluti, notiamo come 20 anni fa, Francia e Gran Bretagna avevano un debito pari alla metà di quello italiano, quando oggi è agli stessi livelli, mentre la Germania era a meno della metà; oggi è sopra di noi. E' come dire che siamo partiti peggio di tutti, ma oggi ci troviamo in una posizione sostanzialmente simile a quella degli altri, in quanto questi hanno accresciuto il loro indebitamento a ritmi superiori a quelli nostri negli anni 90 e Duemila.

Ma non è finita: la Germania vorrebbe imporre a tutti il raggiungimento il prima possibile dell'obiettivo del rapporto tra debito e pil al 60%, secondo i criteri del Trattato di Maastricht. Evidentemente, la cancelliera ritiene di potere agevolmente ridurre la sua esposizione debitoria del 20% del pil in pochi anni, quando un rapporto della Commissione Europea di questi giorni, il «Fiscal Sustainability", prevede che Berlino non centrerà questo target da qui al 2030. Motivo? I tedeschi non hanno un welfare sostenibile e malgrado già nel 2012 dovrebbero mostrare un avanzo primario del 2,5%, ciò non servirà loro a evitare la crescita del suddetto «debito implicito", dato che la crescita della loro spesa previdenziale e sanitaria crescerà del 3,6% in media tra il 2010 e il 2060, contro una media europea del 2,9%. Vogliamo, infine, lasciamo perdere il discorso del debito consolidato, nel senso che non tutti sanno che la Germania non contabilizza nel bilancio nazionale i debiti delle società pubbliche, come sono costretti a fare tutti gli altri stati e ciò in conseguenza di una previsione loro dedicata dall'Europa, all'indomani della riunificazione tra Est e Ovest. Insomma, il classico aiutino perdurante. Altrimenti, si calcola che da tempo il debito pubblico dovrebbe essere attestarsi oltre il 100% del pil.

Possiamo con ciò dire che in Italia va tutto bene e che non dobbiamo cambiare mentalità sul modo di gestire le casse pubbliche? Assolutamente, no. E' ovvio che in un Paese che consuma quasi il 50% della sua ricchezza in spesa pubblica ci siano margini enormi per ridurre sprechi e avviare un processo di contenimento della mano dello Stato in economia. Ma qui si vuole mettere in evidenza che l'attacco contro l'Italia da parte dei mercati da un anno e mezzo è stato palesemente ingiustificato, rozzo e spicciolo. Consoliamoci sapendo che il nostro giro c'è già stato. Ma in futuro toccherà ad altri.




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