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Il l bilancio definitivo dell’attacco al sito In Amenas, in Algeria, è stato di 37 ostaggi e 29 terroristi morti. Questi ultimi erano originari, come le loro vittime, di diversi paesi, almeno sei, oltre all’Algeria: Egitto, Niger, Ciad, Mauritania, Mali e Canada. A guidarli da Gao, nel nord del Mali, o forse dal Niger era il loro capo, l’algerino Mokhtar Belmokhtar, il Guercio, così soprannominato dopo aver perso l’occhio sinistro maneggiando degli esplosivi mentre si trovava in Afghanistan dove si era recato alla fine degli anni 80 per combattere al fianco dei mujahadeen durante la guerra civile afghana (1989-1992).
Al ritorno in patria, nel 1993, Mokhtar Belmokhtar si era unito al GIA, Gruppo Islamico Armato, distinguendosi per le proprie imprese fino a meritare rapidamente il grado di comandante. Negli anni successivi ha quindi assunto incarichi di comando nel GSPC, Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento, e in AQMI, Al Qaida nel Maghreb Islamico. Da anni si è stabilito nel nord del Mali, dove ha sposato quattro donne arabe e tuareg e dove lo scorso dicembre ha costituito una propria brigata di combattenti chiamata al-Mulathamin («mascherata”) oppure al-Muwaqiin Bi dam («quelli che firmano con il sangue”). Su di lui pendono tre condanne a morte in contumacia emesse dai tribunali algerini, l’ultima nel 2012.
Sappiamo ormai con certezza che l’azione terroristica di Mokhtar Belmokhtar è la risposta alla decisione della Francia di attaccare i movimenti armati islamici che da quasi un anno controllano il nord del Mali: AQMI, Mujao (Movimento per l’unità e il jihad in Africa Occidentale) e Ansar Dine (Difensori della fede).
La scelta degli impianti di In Amenas vuole essere un avvertimento all’Algeria che sostiene l’azione militare di Parigi consentendo ai suoi aerei di sorvolare i propri cieli.
L’entrata in guerra della Francia l’11 gennaio era già costata la vita pochi giorni prima a un cittadino francese, l’agente segreto Denis Allex, prigioniero dal 2009 degli integralisti islamici somali al Shabaab. Nella notte tra l’11 e il 12 gennaio è fallito un tentativo francese di liberarlo costato la vita a due militari. Il 16 gennaio, dopo averlo condannato a morte all’unanimità, i terroristi somali hanno eseguito la sentenza: «è stata Parigi a firmare la sua condanna a morte” – ha dichiarato il portavoce di al Shabaab nell’annunciare la sentenza di morte – lo uccideremo per la politica francese di oppressione dei musulmani nel mondo, la sua politica di oppressione dell’Islam sul suo territorio e le operazioni militari in Afghanistan e in Mali”.
I fatti dei giorni scorsi non fanno che confermare quello che ormai è noto da tempo, vale a dire l’esistenza di reti transnazionali di cellule terroristiche che attraversa il continente africano da un oceano all’altro: gli al Shabaab, nati in Somalia, hanno collegamenti e uomini in Mali, Niger e fino in Mauritania; lo stesso dicasi di Boko Haram, il movimento che sta massacrando i cristiani in Nigeria, di AQMI, nato in Algeria... I movimenti armati approfittano dell’assenza di controllo da parte dei governi su vaste estensioni di territorio in cui possono insediarsi e muoversi liberamente così come le bande criminali che vivono di sequestri, traffico di armi e di droga con le quali i terroristi intrecciano rapporti proficui.
Il formarsi di reti di cellule terroristiche legate a diverse sigle, capaci di unirsi e collaborare è esattamente quello che gli Stati Uniti hanno cercato di evitare quando, dopo l’11 settembre 2001, hanno avviato due progetti di sostegno soprattutto logistico e tecnico alle forze di sicurezza e militari dei paesi più minacciati: la Pan Sahel Initiative (PSI) e l’East Africa Counterterrorism Initiative (EACTI). La PSI riguardava Ciad, Mali, Mauritania e Niger. Intendeva fornire ai loro governi addestramento militare, armi, mezzi di trasporto e di comunicazione per combattere le attività terroristiche e per prevenirle con efficaci sistemi di monitoraggio dei movimenti di persone e di beni alle frontiere e nei territori abbandonati a se stessi dalle autorità governative. L’EACTI svolgeva compiti analoghi in Kenya, Tanzania, Uganda, Etiopia, Eritrea e Gibuti. Se pure i due progetti non hanno fallito, certo finora i risultati sono del tutto insufficienti.
Adesso il Mali rischia di diventare un nuovo Afghanistan, dicono gli osservatori internazionali, e magari una nuova Somalia. Intanto sta diventando lo scenario della seconda guerra continentale, dopo quella combattuta nella Repubblica Democratica del Congo tra il 1998 e il 2003. Ciad, Nigeria e Togo hanno già inviato truppe a sostegno dell’esercito maliano e del contingente francese e presto dovrebbero arrivare i militari, in tutto da 3.300 a 5.000, promessi da altri stati dell’Ecowas, l’organismo economico regionale dell’Africa occidentale, che hanno deciso di partecipare all’operazione militare Misma, Missione internazionale di sostegno al Mali, approvata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite a dicembre.
L’Unione Europea e gli Stati Uniti appoggeranno le operazioni militari con supporti logistici e l’UE invierà a febbraio 450 militari incaricati di addestrare i militari del Mali. L’ingerenza di Stati arabi – il Qatar, ad esempio, accusato di fornire sostegno militare e finanziario ai movimenti islamici maliani – amplia ulteriormente lo scenario rivelando la portata internazionale del conflitto che si combatte in Mali.
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