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Un anno non è ancora bastato a fare chiarezza sulla vicenda dei due fucilieri della Marina accusati dell'omicidio, del febbraio dello scorso anno, di due pescatori indiani durante un'operazione contro la pirateria al largo delle costa del Kerala. Alla complessità del caso internazionale, si è aggiunto un clima di tensione crescente, culminato nell’invito rivolto dalle autorità indiane all'ambasciatore d'Italia a New Delhi, Daniele Mancini, di non lasciare il Paese”. Ambasciatore che, secondo le fonti della tv indiana, dovrà fornire alla Corte Suprema, entro il 18 marzo, una spiegazione sul mancato ritorno in India dei due militari, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, in Italia grazie ad un permesso concesso per le elezioni.
Riassumendo le fila della vicenda, la Corte indiana non ha ancora risolto il problema della giurisdizione, mentre l’Italia chiede l’applicazione della Convenzione internazionale sul diritto del mare, che prevede una consultazione tra i due governi, e il ricorso al diritto arbitrale. La svolta – la scelta di trattenere i fucilieri in Italia - è dovuta ad un’indiscrezione secondo cui l’India stava per istituire unilateralmente il tribunale speciale che era stato individuato dai due Paesi come via di soluzione della vicenda.
Secondo la posizione diplomatica italiana, quindi, il mancato ritorno non viola gli impegni presi, ma è solo una misura per accelerare la richiesta di incontro tra i due Paesi per arrivare ad una soluzione della controversia. Il tutto basandosi sulla Convenzione internazionale sul diritto del mare. Come ha chiarito il ministro Giulio Terzi: "Abbiamo molti motivi giuridicamente solidi per procedere nella direzione intrapresa: l'arbitrato internazionale. Tutto quello che il governo indiano deve sapere sui nostri motivi, lo conosce ampiamente, così come molti nostri partner".
Il problema è che la licenza era stata concessa grazie ad una dichiarazione scritta da parte dell’ambasciatore che assicurava il ritorno in India dei militari italiani entro il 22 marzo.
Nel frattempo si registra l’intervento dell’Unione europea nella questione, attraverso le parole del il portavoce dell'alto rappresentante della politica estera della Ue, Catherine Ashton, che ha auspicato che “si trovi una soluzione nel pieno rispetto della convenzione Onu sul diritto del mare e delle leggi internazionali e nazionali”.
Ancora una volta, purtroppo, l’Unione europea dimostra assoluta inconsistenza in politica estera e ad azioni concrete preferisce auspici e vuoti impegni.
A questo punto non resta che attendere la prossima tappa, che, sempre secondo fonti indiane, sarà il 22 marzo, alla scadenza del permesso concesso ai marò. Non sarebbe stato più opportuno, però, agire con maggior fermezza nelle fasi iniziali della vicenda, piuttosto che, di fatto, provocare uno strappo con le autorità indiane?
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