freccia_long
Numero 531
del 05/09/2013
The iron lady PDF Stampa E-mail
! di C.B.
@ragionpolitica.it
  
venerdì 12 aprile 2013
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Anche nel momento stesso della sua scomparsa e nei giorni immediatamente successivi, come nel corso di tutta la sua lunga vita e della sua duratura carriera politica, Margaret Thatcher è stata capace di suscitare le reazioni più diverse. Una delle più grandi e influenti personalità politiche del secolo scorso, la «Iron Lady» è sempre stata figura polarizzante: o la si amava, o la si odiava, senza che fossero ammesse vie di mezzo. E così è tuttora, mentre tutto il mondo la commemora, ovunque – Italia compresa – si versano fiumi di inchiostro per lodarla e altrettanti (con buona pace del rispetto per i defunti) per criticarla, per non parlare delle ingiustificabili ed eccessive, ma fortunatamente rare e limitate, manifestazioni di giubilo ed esultanza conseguenti alla notizia della morte.

La statura e la caratura di Margaret Thatcher era ed è tuttora così elevata che, ancora oggi, è in grado di dividere e, naturalmente, come impone il copione – ormai quasi un cliché – di una certa stampa e di una certa parte politica, in molti si sono già messi al lavoro per tentare, con poca fortuna, di cavalcare l'onda della memoria nel tentativo ambizioso e audace di smontarne o anche solo intaccarne il mito. Così, mentre le più autorevoli firme di tutto il mondo hanno cantato le meritatissime lodi, ricordato le moltissime imprese e l'impatto assolutamente rivoluzionario che la Lady di Ferro ebbe sulla Gran Bretagna, sull'Occidente e sul mondo, altrettanti commentatori - alcuni dei quali si trovavano su posizioni critiche già all'epoca del suo governo, bisogna riconoscere - hanno provato a mettere in evidenza (presunti) lati oscuri, sminuendo ogni traguardo da lei raggiunto, contestando dati e risultati, provando così a offuscarne la grandiosa eredità, politica ed economica. Inutilmente.

Non c'è titolo, articolo o corsivo che tenga. Nessuna firma, contestazione, o caricatura fuori tempo massimo può infatti ridurre, né tanto meno cancellare, una figura politica che è già stata consegnata alla storia e che, per la sua tenacia, per il suo coraggio, per i suoi ideali, fungerà sempre da esempio per le future generazioni di conservatori e di liberali, su entrambe le coste della Manica, e su entrambe le sponde dell'Atlantico. Così come il suo grande amico e alleato americano Ronald Reagan – al fianco del quale fu decisiva nel vincere la Guerra Fredda – Margaret Thatcher, prima e unica donna ai vertici del governo britannico, mostrò una audacia senza precedenti nel portare avanti e affermare le proprie idee, prima contro l'establishment del suo stesso partito, quindi contro lo status quo della società inglese, in tutte le sue incarnazioni e rappresentazioni, dalla famiglia reale ai sindacati. «Ha demolito i due pilastri conservatori della società Britannica: le organizzazioni sindacali che tenevano in catene il Labor Party e la borghesia dei leader Tory che assomigliavano ai resti benigni ma infelici di 'Downtown Abbey', involontari partner della paralisi della Gran Bretagna», ha sintetizzato egregiamente l'editorialista David Ignatius sul Washington Post.

Fu «il più grande politico britannico dai tempi di Winston Churchill», come sottolineato da Walter Russell Mead su Reuters, capace di prendersi sulle spalle una nazione in un momento difficile e, con scelte coraggiose e spesso impopolari, traghettarla in acque migliori. Senza rinunciare alla forza dei propri convincimenti, a cominciare da capisaldi quali l'affermazione delle responsabilità individuali, la limitazione della presenza dello Stato nella vita dei cittadini, il contrasto a tutto campo del comunismo. E mantenendo assoluta sfiducia, diffidenza e scetticismo nei confronti dell'Unione Europea e della moneta unica, tematica di grande attualità ancora oggi, a circa trent'anni di distanza. Con il suo intervento militare nelle Falkland, ha ricordato al suo popolo che l'Occidente, a dispetto dell'inazione europea, non era ancora pronto a vivere nell'illusione della «pace perpetua” di Kant, ma piuttosto in un mondo caratterizzato dalla concezione hobbesiana delle relazioni internazionali, come avrebbe spiegato anni più tardi Robert Kagan nel suo saggio «Paradiso e Potere».

Con la sua politica interna, ha dimostrato che il liberalismo, e con esso il liberismo, non erano semplici insegnamenti teorici da libri di testo, ma vere dottrine da applicare concretamente, con risultati per lo più convincenti. Non credeva nella «società», bensì negli individui e nelle loro libertà. Al termine del secondo mandato dell'amico Ronald Reagan, la Iron Lady scrisse, sul magazine conservatore National Review, che il presidente statunitense «riuscì a conquistare il più difficile degli obiettivi in politica: cambiare i comportamenti e le percezioni su quanto è possibile. Con la forza delle sue convinzioni, ha agito per allargare la libertà in tutto il mondo, in un momento in cui la libertà era in ritirata – e ci riuscì». Lo stesso, ha notato il commentatore USA Lou Cannon, si può affermare per Margaret Thatcher.




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