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Il secondo discorso di insediamento pronunciato da Giorgio Napolitano è stato, senza mezzi termini, una vera bomba.
Non solo perché come ha sottolineato Giuliano Ferrara su «Il Foglio» è stato un discorso sostanzialmente privo di vuoto formalismo quanto più denso di verità e passione, ma soprattutto perché con severa chiarezza e umanissimo, intimo coinvolgimento ha posto come centrale la questione della coesione politica, elemento oggi indispensabile per affrontare efficacemente la non facile situazione italiana.
Ponendo l'accento sulla coesione il Presidente ha altresì individuato con puntuale e spietata completezza, uno per uno, quei fenomeni deteriori che hanno tenuto il paese al palo per ben due mesi: il peccato originale che ha viziato da subito l'azione dell'ex dirigenza del PD, ovvero la suicida «conventio ad excludendum» nei confronti del PDL, il fosco e irato vociare di «esperti», dei redattori del «Fatto Quotidiano», dei fautori dei «principi etici non negoziabili» che hanno pervicacemente insistito sulla linea della rottura senza se e senza ma e, ultimo ma non ultimo, Napolitano ha smascherato in maniera perfetta ed inattaccabile la mistificazione della «democrazia telematica», dei «twitters» e dei «bloggers», specificando senza mezzi termini che partiti e istituzioni sono il luogo principe, per consolidata tradizione e per dettato costituzionale, nei quali si esercita la Democrazia. Quella vera: non quella mendace che ha cercato fino all'ultimo di spacciare Stefano Rodotà come «presidente degli Italiani» poiché preselezionato da «ben» 4000 persone attraverso quell'insulsa viareggiata promossa da Beppe Grillo che va sotto il nome di «quirinarie».
Un discorso, quindi, privo di qualsivoglia paternalismo, con molto «bastone» e poca «carota», come la situazione stessa impone.
Un discorso che ha fissato pochi e chiari punti fermi dei quali la politica ha oggi il dovere di tenere conto (e guai se così non fosse!) perché ha ridato prospettive, speranza e dignità in primis al popolo italiano, e quindi alle sue istituzioni, stralciando senza remore, come era giusto fare, ogni afflato personalista, divisivo, disgregante.
Napolitano ha da subito esercitato quella che al contempo risulta essere la sua più importante eppur meno cogente prerogativa: la cosiddetta «moral suasion».
Forte della sua autorevolezza e di un secondo mandato figlio della più ampia convergenza oggi immaginabile il Presidente ha responsabilizzato, e pesantemente, l'intera classe politica, specificando a chiare lettere quali siano le priorità da affrontare: mercato del lavoro, riforma della giustizia, politica sociale, economica e fiscale, legge elettorale. Nessuno spazio concesso a sterili «battaglie civili» di retroguardia, nessuno spazio a velleitarismi di qualunque matrice o provenienza.
Una scelta ottimale, quindi, questo secondo mandato di Giorgio Napolitano perché in nuce contiene di per sé i germi della nostra salvezza, contribuendo a ridisegnare dalle fondamenta le regole della dialettica politica, del confronto, del dialogo, oggi non più ipotizzabile come costante lancio di pietre da torri contrapposte.
In questo nuovo, positivo scenario non possiamo non riconoscere inoltre il ruolo fondamentale che ha avuto il PDL in generale e Silvio Berlusconi nello specifico: nonostante le innumerevoli umiliazioni cui la nostra forza politica di riferimento è stata sottoposta, da Lucia Annunziata che qualifica il centrodestra come «impresentabile» allo sdegno con cui Pierluigi Bersani ha chiuso in malomodo ogni porta lasciata aperta al dialogo (con le conseguenze spaventose che oggi il PD sta patendo...), è finalmente passata la linea che il Cavaliere con notevole lungimiranza ha da subito indicato come unica strada praticabile.
Dialogo e confronto aperto nell'interesse primario dell'Italia e degli italiani, al fine di ridimensionare nel più breve tempo possibile le enormi sperequazioni sociali che il governo Monti ha prodotto: una missione di impellenza critica che quanti in piena incoscienza continuano a parlare di «inciucio», «tradimento», «accordi sottobanco» non hanno, semplicemente, nessuna volontà di affrontare. Non solo poiché costoro antepongono sistematicamente il proprio velleitarismo bolso agli interessi reali del paese, ma soprattutto perché di politica, nella sua accezione più alta e nobile, non sanno nulla di nulla.
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