La decisione della Suprema Corte che fissa l'udienza per il caso Mediaset in data 30 Luglio può certamente destare sconcerto, ma resta formalmente legittima: se escludiamo la doverosa possibilità di breve rinvio, poiché la legge prevede un preavviso di almeno 30 giorni alle parti ricorrenti, non esistono elementi che possano configurare una formale violazione in diritto o, comunque, una patente illegittimità di tale decisione.
Pedissequa e pressoché inattaccabile adesione al codice, quindi: un caso davvero più unico che raro in Italia il quale, in re ipsa, sottolinea una volta di più lo status di assoluta specialità del cittadino Silvio Berlusconi, nei confronti del quale stavolta, con una inversione di tendenza degna di acrobati circensi, il giudice cessa di essere interprete creativo e fantasioso del diritto penale e, improvvisamente, si riscopre ligia e fedele «bocca della legge». Montesquieu del resto è un evergreen. A seconda del caso, almeno.
Una scelta strategica astuta oltre ogni dire: perché se da un lato è possibile e doveroso contestare l'operato di giudici di merito che quotidianamente sminuzzano il codice penale e ne fanno polpette più affini al gusto del togato del caso rispetto alla materia prima originaria (giuridicamente intoccabile, ma soprassediamo...), come è possibile contestare la decisione di una Corte che applica quasi alla lettera il dettato normativo? La prassi e i precedenti nel nostro ordinamento non hanno quasi nessun valore, quindi è inutile appigliarsi al diffuso malcostume, ormai dato acquisito, che rende il nostro sistema giudiziario uno dei più lenti e farraginosi al mondo.
Dal punto di vista squisitamente procedurale, quindi, non emergono elementi che possano inficiare l'operato della Cassazione: anche se la improvvisa smania decisionale di quest'ultima costringe alla riassegnazione del ricorso alla cosiddetta «sezione feriale» e non, come originariamente previsto alla terza o alla sesta sezione, già pronunciatesi in passato favorevolmente sui ricorsi presentati da Silvio Berlusconi.
Così come inattaccabile dal punto di vista giornalistico risulta l'articolessa di Luigi Ferrarella pubblicata giusto ieri sul Corrierone nazionale.
Un commento di cronaca giudiziaria nel quale Ferrarella indica a chiare lettere quali siano i presupposti in fatto ed in diritto del caso Mediaset, quale debba essere la strategia processuale che dovrà seguire la Corte e, tanto per non dimenticare nulla, praticamente scrive già di suo pugno decisum e motivazione. Tutto formalmente legittimo, tutto a norma di codice deontologico.
Per oggettiva preparazione nonché per la notevole abilità nel destreggiarsi tra colossali ambiguità giuridiche un ermellino honoris causa Ferrarella se lo meriterebbe tutto.
Ora, ferma restando l'inattaccabilità sul piano giuridico formale di taluni comportamenti, siano essi giudiziari o giornalistici, una considerazione sorge comunque spontanea: il cosiddetto «circuito mediatico-giudiziario» esiste. E' una realtà conclamata che genera perniciose distorsioni in un campo come nell'altro: un flusso biunivoco di influenze reciproche a volte nebulose e impalpabili, altre volte nette e conclamate. La realtà è estremamente semplice (e per questo terribilmente più nociva): esiste da sempre il criterio di cosiddetta «contiguità oggettiva». Quello in base al quale in totale assenza di contatti, scambi, abboccamenti, associazioni più o meno delinquenziali negli «anni di piombo» gli «eskimi» redazionali (al Corriere come a La Stampa piuttosto che in altre testate del tempo più marcatamente engagé) indicavano i bersagli ai brigatisti rossi, attraverso un linguaggio ben specifico, un patois perfettamente comprensibile a chi aveva dimestichezza con un certo tipo di retorica metapolitica.
Un sistema ispirato alle declinazioni in concreto dell'egemonia culturale gramsciana di straordinaria efficacia, poiché rendeva completamente immuni, sul piano penalistico, fiancheggiatori, spalleggiatori, mandanti morali.
Certo, oggi non stiamo certamente parlando di editoriali che armano la mano dei brigatisti, ci mancherebbe: ma il principio di contiguità oggettiva appare tuttora valido e straordinariamente efficace. Così è stato per tutto l'infausto periodo di «mani pulite», così è stato per le innumerevoli «fughe di notizie» chiaramente pilotate aventi ad oggetto atti istruttori (coperti di per sé dal più assoluto segreto, la violazione del quale comporterebbe sanzioni gravissime), così è stato per gli avvisi di garanzia recapitati a mezzo stampa.
Nel caso specifico, la concomitanza quasi incredibile dell'articolo di Ferrarella con la repentina decisione della Corte come minimo desta qualche sospetto: d'altra parte risulterebbe forse sterile indagare su chi ha influenzato chi, quando, come e perché, poiché anche assodato che una contiguità oggettiva tra il «partito terzista» di RCS e la magistratura esista, stiamo comunque parlando di ipotesi (e forse più che di semplici ipotesi...) suggestive, certamente, ma penalmente irrilevanti.
E' senz'altro netta e cristallina, questo sì, la rilevanza politica che suddette ipotesi rivestono: in un momento come questo, in cui il PD e il PDL crescono nei sondaggi, in particolare il PDL che ha rimontato quasi 10 punti percentuali rispetto alla fine del 2012, in cui SEL, Scelta Civica (Monti per RCS resta uomo provvidenziale...) e UDC praticamente contano come il due di coppe, Futuro e Libertà è sparito nel nulla e il «movimento» di Grillo ha perso oltre 11 punti di gradimento, l'accelerazione improvvisa della Cassazione (ispirata o meno che sia stata) non potrà non avere conseguenze sul piano politico. E, forse, è proprio questo che qualcuno vuole: la ridefinizione dell'assetto governativo (un Monti bis? Un nuovo esecutivo più marcatamente movimentista? Un governo laicista sul modello Hollande?) in termini meno equilibrati e meno moderati che comporti il superamento della nuova dialettica, finora abbastanza fruttuosa (o comunque non nociva), tra centrodestra e centrosinistra, la quale se non altro ha imposto, a beneficio di tutti, l'abbattimento delle tradizionali barriere antropo-politiche che hanno tenuto il paese al palo per quasi vent'anni.
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