Che la sentenza sul caso Mediaset sia stata un trauma potenzialmente esiziale per il nostro Paese non è un mistero: c'era chi preconizzava una sorta di catartica manifestazione di massa contro Silvio Berlusconi, l'odiato Cavaliere finalmente disarcionato, sconfitto, annientato da una magistratura che è riuscita laddove la politica ha sempre, puntualmente fallito per vent'anni; c'è chi ha disposto presidi paramilitari (prudentemente, per carità...) proprio temendo la prospettiva di guerriglie urbane sparse a macchia di leopardo per tutta la Capitale; ci sono coloro i quali attribuivano a tale sentenza una valenza quasi metafisica: la ricostituzione di un ordine civile violato dall'esistenza stessa (fisica e politica) del leader del PDL, considerato con sprezzo una anomalia ontologica e antropologica.
Il cuneo che impediva agli imperscrutabili ingranaggi dell'«ordine» di girare liberamente, indifferenti a tutto e a tutti, in rispondenza a disegni più «alti» non comprensibili né intelligibili alla maggioranza dei consociati.
In verità, a parte qualche sparuto facinoroso che al più desta pietà e compassione, nessuno si è abbandonato a grida di gioia, a sbandierate da Palio di Siena, a conferenze stampa infocate in cui rintuzzare l'avversario finalmente sconfitto.
Fanno eccezione, come sempre accade in taluni frangenti critici, alcuni esponenti dei cosiddetti «cattolici adulti». Su tutti due: Rosy Bindi e don Sciortino, direttore di Famiglia Cristiana.
La prima ha già inviato il messaggio trasversale a Enrico Letta col quale ritiene necessaria una «riconferma» della fiducia al suo esecutivo dopo la condanna di Berlusconi. Nel codice bindiano «riconferma» va tradotto, senza particolari difficoltà interpretative, con rimpasto di governo. Un Governo che, non da oggi, alla Bindi suona come troppo policromo (cioè, in una parola, rappresentativo).
Quale migliore occasione per cogliere la palla al balzo e omogeneizzarne il colore, sulla base, ovviamente, del rispolverato criterio autoreferenziale della superiorità antropologica: non conta come state governando, ma di quale parte politica siete espressione. Un balzo indietro di un anno buono, prima che si addivenisse, nell'interesse esclusivo del paese, al superamento delle barricate, della necessaria individuazione del nemico oggettivo, della demonizzazione senza quartiere dell'avversario.
Anche a Sciortino non par vero che la Cassazione abbia adottato una sentenza di tal fatta: finalmente è riuscito a tirar fuori dal cassetto quell'editoriale scritto forse una decina d'anni fa e pensava ormai di destinare al macero.
Con tutto il livore di cui è capace un prevosto che nei suoi scritti si guarda bene dal citare Cristo, sostituito dal nebuloso concetto di «solidarietà», che dissente apertamente e a più riprese dalla Dottrina del Magistero, che strizza costantemente l'occhio alla lobby LGBT (lesbian-gay-bisexual-transgender), fino a pubblicare in quarta di copertina il loro «materiale pubblicitario» sulle «nuove famiglie», egli dà la stura a tutta l'acrimonia, a tutto l'assai poco cristiano disprezzo che ha accumulato nel corso degli anni. Sputa fiele sui sostenitori del Cavaliere poiché, a suo dire, afflitti da «piaggeria e sudditanza», si accanisce contro l'ipotesi di nuovo partito liquidandolo come vecchio in partenza, denigra, con sottigliezze da leguleio di campagna, il Segretario Nazionale Alfano mettendone in dubbio ruolo e capacità.
Un «exploit» squallido, desolante, incommentabile.
Ma al di là delle pagliacciate poste in essere da quei «cattolici» che non credono più in Dio ma nella «costituzione», la questione di estrema gravità è ben altra: in una intervista rilasciata al «Mattino», il giudice Antonio Esposito, Presidente del Collegio Giudicante che ha emesso la sentenza sul processo Mediaset ha affermato «Berlusconi condannato perché sapeva non perché non poteva non sapere».
Immediata la smentita da parte dello stesso Esposito al quale ha prontamente replicato il direttore del quotidiano napoletano, Alessandro Barbano che così si è espresso: «Posso assicurare voi e i miei lettori che l'intervista è letterale, cioè sono stati riportati integralmente il testo, le parole e le frasi pronunciate dal presidente di cui ovviamente abbiamo prova».
La questione è di gravità massima, poiché, qualora confermate dalle prove menzionate da Barbano, le parole di Esposito anticipano in maniera assolutamente irrituale le motivazioni della sentenza, ad oggi non ancora depositate.
Comprensibile la reazione immediata del PDL che attraverso i suoi rappresentanti ha manifestato preoccupato sconcerto, a fronte di esternazioni di rarissima inopportunità la cui «gratuità», per altro, induce legittimamente a pensare, come ha affermato l'Onorevole Elvira Savino, che «Se il presidente della sezione feriale della Cassazione, Antonio Esposito, ha ritenuto di dover concedere una intervista (confermata dal Mattino) per spiegare le motivazioni della sentenza addirittura prima del deposito della sentenza stessa, allora è la conferma che c'è più di qualcosa che non va. Ha voluto mettere le mani avanti, ma, excusatio non petita, accusatio manifesta».
Ancor più sconcertanti al riguardo le dichiarazioni di fonti vicine alla Cassazione così come dell'ANM, le quali hanno, di fatto, «scaricato» Esposito: dalle prime si apprende che l'intervista in oggetto «non inficia né cambia la decisione sul processo Mediaset», al più si può parlare di «espressione di una opinione personale», nell'ambito della quale «profili disciplinari e profili giuridici vanno tenuti distinti», come a dire che le esternazioni di Esposito assumono un valore ben più critico e preoccupante rispetto a quanto semplicemente affermato, ovvero implicano l'esistenza di più livelli incrociati e sovrapposti nel contesto della decisione. Livelli ad oggi inconoscibili.
Per l'ANM l'intervista, comunque giudicata «inopportuna» dal Presidente Sabelli, «va ricondotta ai giusti termini: stiamo parlando di una sentenza irrevocabile e dunque va esclusa qualunque tipo di conseguenza processuale, visto che non c'è stata anticipazione di giudizio; così come vanno escluse conseguenze disciplinari, che sorgono quando le dichiarazioni coinvolgono soggetti di un procedimento in corso di trattazione». Una gara a metter le mani avanti, insomma, dopo che Esposito ha compiuto una «gaffe», per usare un inadeguato eufemismo, le cui conseguenze saranno imprevedibili e contribuiranno, potenzialmente, a gettare l'ennesima ombra sulla cosiddetta «serenità di giudizio» della magistratura e sul principio, evidentemente fallato, del «libero convincimento del giudice».
Chi fa la guardia ai custodi, quindi? E, soprattutto, cosa mai avranno detto i «custodi» in quelle interminabili sette ore e più di camera di consiglio? Con tutta probabilità non lo sapremo mai con certezza: senz'altro le esternazioni di Esposito aprono uno spiraglio su quello che può essere stato lo svolgimento del dibattito sul decisum. Uno spiraglio in verità inquietante.
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