Forse gli «dei» sorridono ancora al Cavaliere, il quale del resto si è sempre dimostrato, fino ad ora, capace di formidabili colpi a sorpresa non solo per indiscutibili virtù proprie ma anche a causa della stoltezza inimmaginabile dei suoi nemici. Che il «miracolo» si possa ancora verificare ce ne ha dato prova una comparsata a TV7 di Matteo Renzi, proprio quel Matteo Renzi che rappresenta la «risorsa» indispensabile, l'arma segreta per la rinascita, anzi, per la resurrezione del PD.
Ebbene, lo «statista» fiorentino, pronamente intervistato da devota interlocutrice su i suoi progetti, sulle sue ricette per il rilancio dell'Italia, non ha avuto difficoltà ad ammettere che per lo «start» all'economia disastrata del nostro sventurato paese occorre reperire, e per diversi anni, una somma annuale pari a 14 miliardi di euro. Somma da prelevarsi a danno delle cosiddette «pensioni d'oro», nuovo feticcio della demonografia democratica: il nemico oggettivo da abbattere ad ogni costo, insomma.
Nemico, le «pensioni d'oro», di cui, per altro, è iniziata da tempo la criminalizzazione ricorrendo ad ogni strumento mediatico disponibile.
«Pensioni d'oro» che il vanesio pinocchio fiorentino ha definito con allarmante candore come quelle pari o superiori ai 2500 euro mensili, ovvero le pensioni percepite da chiunque abbia rivestito i ruoli di quadro apicale o di dirigente, pubblico o privato. Si tratta di oltre un milione di persone (e relativi contesti familiari) ai quali Renzi pensa di infliggere una rapina media di circa 7000 euro all'anno.
Considerando che la grandissima parte dei pensionati ha di solito almeno un parente convivente, i soggetti direttamente colpiti dalla «terapia Renzi» si aggirerebbero tra i due e i tre milioni di unità. Ai quali bisogna aggiungerne almeno il doppio rappresentato dai gruppi familiari in cui almeno un membro riveste tutt'oggi nel lavoro il ruolo di quadro o dirigente e che, un domani non si sa quanto lontano, maturerà il legittimo diritto alla pensione.
Si tratta di un bacino elettorale enorme, valutabile nel complesso tra i sette e i nove milioni di unità, di cui, ipotizziamo, almeno il 40% simpatizza per PD, SEL e altra simile mercanzia.
Ora, Machiavelli raccomanda al Principe, se egli vuole conservare lo Stato, di non toccare «e donne e le robbe» dei sudditi, soprattutto «le robbe», e se pensiamo che l'impegno sull'abolizione dell'odiatissima IMU ha praticamente ribaltato i risultati elettorali attesi alle ultime elezioni, possiamo tranquillamente immaginare quale sarebbe la reazione del corpo elettorale di cui sopra qualora, ad esempio, si inviasse loro un messaggio personalizzato che illustri nel dettaglio l'ammontare effettivo della rapina immaginata dal borgomastro fiorentino.
Rapina tanto più odiosa perché non si sa minimamente come verrebbero impiegati quei fantomatici 14 miliardi annui e, soprattutto, perché il rapinatore, cioè il nostro Stato congiunto al suo immenso parastato possiede una «manomorta» (ovvero beni immobili non sfruttati economicamente) sterminata, paragonabile all'intero ammontare del nostro mitico e mitizzato (dalla Germania, soprattutto: la quale ne ha provvista, in termini reali e non burocratici, per più del doppio...) debito pubblico.
Manomorta che sarebbe esca assai appetibile per il nostro risparmio privato nazionale il quale, pur pesantemente ridimensionato e vessato da infinite tasse e gabelle, è tutt'ora superiore al doppio dell'intero ammontare del debito pubblico.
Certo, mettere in valore il nostro patrimonio pubblico richiede energie e lungimiranza da statisti, mentre noi abbiamo soprattutto abbondanza di personaggi da cabaret.
Richiederebbe come primo passo, ad esempio, di strappare canini e unghie (metaforicamente, si intende) ai TAR et similia, ovvero di possedere cuore e cipiglio da Principe. Certamente non da quaquaraqua, come avrebbe detto Sciascia...
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