«Mercoledì scorso si è chiuso un ventennio con un confronto politico molto forte». Il premier Enrico Letta, aiutato dal voto di venerdì che ha certificato la decadenza di Silvio Berlusconi da senatore, ha cercato con questa semplice frase di mettere la parola fine sulla lunga stagione del berlusconismo.
Secondo alcune ricostruzioni giornalistiche l'avrebbe fatto in accordo con Angelino Alfano per aiutarlo a rafforzare il suo ruolo dentro la nascente Forza Italia. Secondo altri lo scopo recondito sarebbe stato quello di favorire la spaccatura tra falchi e colombe e spingere le seconde a formare gruppi autonomi e separati dal Popolo della Libertà.
L'obiettivo del premier è esattamente questo: spaccare il fronte moderato per indebolirlo. La mossa di Berlusconi di rinnovare la fiducia al suo governo ha infatti spiazzato il giovane Letta tanto da fargli esternare un complimento nei suoi confronti. Quel «grande», detto con uno stupore istintivo ha preceduto per alcuni momenti la domanda che ha subito attanagliato i suoi compagni di partito. «Nemmeno oggi ci siamo liberati di lui?», si sono subito chiesti i democratici più antiberlusconiani che speravano di avere «maggioranza nuova», magari «più ridotta nei numeri ma di fatto più coesa e meno febbricitante».
Se da un lato è vero che Berlusconi ha votato la fiducia per non spaccare il partito, è altrettanto vero che con questa mossa ha messo sotto scacco quell'ala del Partito Democratico che voleva mettere sotto scacco lui. Proprio per questo Letta si è affrettato a stringere un patto di non belligeranza con il segretario in pectore Matteo Renzi. Il capo del governo resterà fuori dalla competizione del Congresso del partito mentre il sindaco di Firenze ha promesso il massimo appoggio al governo di larghe intese. Entrambi sono figli della Democrazia Cristiana ma sono cresciuti nella Seconda Repubblica bipolarista e conoscono perfettamente i danni che ha generato in passato il dualismo tra i due compagni di partito post comunisti, Walter Veltroni e Massimo D'Alema.
Ovviamente il proseguo del governo di Letta jr ha inevitabilmente frenato la corsa dell'ambizioso Renzi verso Palazzo Chigi ma il sindaco di Firenze sa benissimo che prima di raggiungere quell'obiettivo deve vincere la tappa che lo porta a Largo del Nazareno. Per riuscirci non deve avere avversari troppo competitivi perché stavolta non gli basterà vincere, dovrà stravincere. Senza il placito benestare di Letta questo non è possibile. Un accordo tra i due era inevitabile anche per frenare eventuali derive neocentriste che, come loro ben sanno, non portano alla vittoria ma conducono direttamente alla sconfitta. L’ha dimostrato l'esperienza di Scelta Civica, ininfluente per formare un governo ma determinante per far perdere sia il centrosinistra bersaniano che il centrodestra berlusconiano. Se Renzi otterrà rassicurazioni circa il sostegno dei lettiani, almeno in fase congressuale, le velleità neocentriste resteranno una prerogativa dei Beppe Fioroni e di pochi altri.
Sia per Letta che per Renzi, infatti, gli avversari da battere restano tre: Berlusconi, i franchi tiratori e gli ex diessini dalemiani. La decadenza del Cavaliere, infatti, deve ancora essere ratificata dai senatori di Palazzo Madama e perciò il Pd sembra essere orientato ad accettare la proposta del Movimento 5 stelle di votare a scrutinio palese. Lo spettro dei franchi tiratori aleggia ancora tra i banchi dei parlamentari democratici e l'ombra di Massimo D'Alema si aggira tra i due ex democristiani.
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