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Numero 534
del 02/02/2014
Saccomanni, il ministro delle tasse PDF Stampa E-mail
! di Francesco Natale
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sabato 23 novembre 2013
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Il Ministro Saccomanni, il Ministro più «pesante» del Governo, poiché Tesoro, Bilancio e Finanze si concentrano nella sua persona, tempo fa minacciò le dimissioni se non gli avessero consentito di alzare di un ulteriore punto l'aliquota IVA, perché bisognava assolutamente incrementare le entrate fiscali di 1,5/2 miliardi di euro. E quanti operatori dei media si accodarono al coro: «basta populismo pre-elettorale», «è il momento della verità e della seriet໫occorre reperire ulteriori risorse» (per altro pari al 2 per 1000 della spesa pubblica...). Un incremento dell'IVA comporta, però, in automatico un minore introito globale per il fisco.

Non occorre avere frequentato istituzioni prestigiose (London School of Economics, Bocconi, Luiss) per sapere che questo è il risultato naturale conseguente ad un inasprimento delle aliquote: -14% è il risultato dell'aumento delle accise sul carburante, -6% il risultato dell'aumento dell'IVA. Una «straordinaria eterogenesi dei fini, perché non solo diminuiranno ancora gli introiti del fisco, ma una «bella» moria di imprese marginali scaricherà sul sistema del Welfare oneri pesantissimi. Spariranno molti contribuenti che diventeranno assistiti. Danno che si somma a danno, quindi. E per concepire questo «capolavoro» abbiamo dovuto assoldare cosiddetti «tecnici».

Non pago di questo il superministro ha pure intrapreso una crociata senza quartiere contro il denaro contante. Ora, a prescindere da questioni marginali che riguardano la non ancora capillare diffusione dei mezzi di pagamento elettronico nel nostro Paese, nonché la difficoltà per talune categorie nell'apprendere come utilizzarli correttamente (gli anziani, ad esempio), esiste una questione di principio sulla quale non si può né si deve cedere terreno: la volontà pervasiva che manifesta l'istituzione «tecnicizzata», come attualmente è il Ministero dell'Economia, rappresenta un attentato alla nostra libertà individuale inaudito, senza precedenti, potenzialmente terminale. La scusa, per non definirla favoletta tout court, che ci viene propinata, sapendo bene che tale argomento vellica i bassi istinti di una popolazione esasperata, è la famigerata «lotta all'evasione fiscale». Non solo tale «argomentazione» parte da un assunto profondamente ingiusto e sbagliato, ovvero che tutti gli italiani siano evasori in potenza, ma, stando alla realtà dei fatti non andrebbe ad incidere se non in misura infinitesimale sull'evasione reale, ovvero quella che non si circoscrive alla mancata emissione di scontrino fiscale, bensì quella perpetrata dagli evasori «professionisti» i quali nemmeno sono titolari di un conto in banca personale, e certamente dispongono di mezzi, strutture, apparato, rete di relazioni che consentirebbe loro di prescindere (come già fanno) tranquillamente dal denaro contante.

Quindi chi andrebbe ad aggredire la «informatizzazione» della liquidità? Semplice: il nostro stile di vita, quel poco di benessere diffuso che ancora resta, la nostra elementare e legittima capacità di spesa residuale. Il Panopticon (ciò che tutto vede, sa, conosce) immaginato da Saccomanni ha un solo scopo, già caro alla sinistra bersaniana e ripreso, con furbizia e artifici da magistrale guitto, da Matteo Renzi: «prendere i soldi dove ci sono per metterli dove servono». Non contrastare, quindi, in maniera efficace i disintegratori fiscali, ovvero coloro i quali, a fronte di patrimoni sconfinati, neppure esistono per il Fisco, bensì aggredire la preda più facile, a portata di mano e, soprattutto, innocente poiché magari impossibilitata anche solo a pensare di poter evadere: noi, i cittadini comuni, che non possiedono alcuno strumento a difesa efficiente delle proprie sudate risorse.

Lo «scenario Saccomanni» arriverebbe a considerare «transazione tassabile» il denaro che i genitori o i parenti stretti regalano o prestano ai figli per acquistare una casa o una attività commerciale. O, come sempre più spesso accade, per fare fronte alla necessità quotidiane che la crisi (e la malagestione della medesima) hanno reso insopportabili economicamente per tantissime persone. Ci chiediamo con notevole e serissima preoccupazione cosa accadrebbe riguardo all'elemosina elargita improvvidamente ad un mendicante piuttosto che alle donazioni effettuate a favore di enti benefici: evasione pure questa? Di fronte ad una realtà italiana disastrata, nella quale assistiamo impotenti a scempi come quello che riguarda il comparto produttivo, ad esempio, della zona di Prato, nella quale gli imprenditori italiani chiudono i battenti (circa 1500 aziende tra industria e artigianato all'alba del 2012...) poiché si vedono negati prestiti ed estensione di fido (avendo commesse, ordini, beni strumentali a garanzia) laddove sedicenti imprenditori cinesi con redditi dichiarati inferiori agli 8000 Euro annui (fonte: Piazza Pulita del 11/11/2013) ottengono mutui e prestiti senza batter ciglio, il nostro Ministro dell'Economia pensa a come demolire ulteriormente quel poco di mercato interno che ci resta, colpevolizzando, di fatto abitudini, modelli di vita, attitudine alla spesa che non solo sono perfettamente leciti e legittimi, ma rappresentano l'ultimo baluardo che ancora consente ad un numero sempre inferiore di soggetti onesti di continuare a vivere, lavorare, tirare avanti tra mille difficoltà.

Un modello sociale evidentemente troppo poco «europeo» per Saccomanni, che deve essere ridimensionato a colpi di cesoie: e le macerie, umane e materiali, che ne conseguiranno saranno liquidate come semplice «danno collaterale». Siamo di fronte alla solita, estenuante ricerca spasmodica della pagliuzza nell'occhio dell'onesto, perché per taluni soggetti cresciuti a pane, tecnica ed Europa questa è molto più odiosa e facile da individuare rispetto alla trave celata nella cornea del disonesto. Che meraviglia...




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