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numero 280
6 marzo 2008
 
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di sergio 21 gennaio 2004 16:22

La sinistra, i crimini del comunismo, la vergogna.

In sintesi
Secondo la sinistra, comunismo e nazifascismo non sono assimilabili in quanto i regimi comunisti si sono realizzati in forme dispotiche e violente che sono la negazione dell'ideologia che li ha ispirati, mentre non si può dire altrettanto del nazifascismo.
Tuttavia questi regimi sono stati giudicati "comunisti" da osservatori preparati e competenti quali i dirigenti dei vari partiti comunisti dell'occidente: come è possibile che questi osservatori abbiano preso per comunismo ciò che ne era la negazione?
L'unica ragionevole interpretazione dei fatti consiste nel riconoscere che il comunismo reale, anche nelle sue forme più tragiche, è indistinguibile dal comunismo ideale, cioè ne è una corretta realizzazione.
Gli intellettuali e tutto il popolo di sinistra si sono dimostrati inferiori alla destra democratica sia intellettualmente, in quanto hanno fallito previsioni e analisi del fenomeno comunista (che gli altri avevano correttamente interpretato), sia dal punto di vista morale, in quanto, come sostenitori, oggettivamente corresponsabili delle tragedie che ne sono seguite.
Nella speranza di contrastare il giudizio di campioni di stupidità che si sono guadagnati sul campo, e che si sentono addosso, l'intellighenzia di sinistra, in modo infantile, accusa di stupidità proprio coloro che sul campo della intelligenza, li hanno indiscutibilmente battuti.
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La sinistra sostiene che il comunismo non può essere assimilato al nazifascismo in quanto le violenze e i massacri, che hanno caratterizzato tutti i regimi comunisti, sarebbero in contraddizione con i principi della ideologia in nome della quale sono nati (mentre ciò non accade per il nazifascismo). Quei regimi non sarebbero quindi l'attuazione dei principi che li hanno ispirati ma, dicono, ne sarebbero l'opposto, la negazione. Per questo l'ideologia può essere salvata, e non deve necessariamente seguire nella rovina il crollo del comunismo reale.
Ma come hanno fatto i dirigenti del Pci, dopo essere stati a lungo in Russia, e nei paesi satelliti, a non accorgersi che quel che vedevano era l'opposto del vero comunismo? Perché i dirigenti comunisti italiani (ma anche francesi, ecc) hanno espresso giudizi entusiastici su quei regimi, propagandandoli come ideale di società? Come hanno fatto a non vedere che il comunismo reale, che era sotto i loro occhi, era la negazione di tutti i principi del comunismo, e quindi ne era l'opposto? Si può capire un errore nel non distinguere due cose tra loro simili, non nel confondere una realtà con la sua negazione, un inferno con un paradiso.
Non è più ragionevole pensare che ciò che vedevano era ciò che si aspettavano di vedere? Che le violenze non erano in contraddizione con l'ideale ma ne erano il prezzo da accettare?
E quindi appellarsi a queste presunte contraddizioni, non equivale allora ad ammettere che il comunismo come lo si vorrebbe è indistinguibile dal comunismo reale e sanguinario, anche agli occhi di osservatori preparati e competenti? Questi osservatori non hanno avuto dubbi, o almeno allora non li hanno manifestati, su presunte incompatibilità tra la realizzazione del comunismo che era in atto e la presunta bontà degli ideali. E se ciò non fosse vero, allora bisognerebbe pensare alla gestione del partito comunista italiano come ad una colossale menzogna.
Rimane una sola interpretazione dei fatti, e cioè che i regimi comunisti sono una ragionevole approssimazione del comunismo ideale, per nulla in contraddizione con i suoi principi, approssimazione che si discosta dal proprio ideale nella misura in cui se ne discostano tutte le cose, quando dal mondo delle idee si calano nella realtà.
Solo quando la storia ha dimostrato con i fatti ciò che le menti più aperte già avevano capito e si sforzavano di far capire, e cioè che il comunismo era da annoverare, al pari del nazifascismo, tra le più nefaste ideologie concepite dall'uomo, in quanto foriere di tragedie immani, solo allora i maitre à penser, salvo poche eccezioni, hanno parlato dei regimi comunisti come l'opposto, la contraddizione dell'ideale che avrebbe dovuto guidarli.
A questo punto gli intellettuali di sinistra si sono trovati davanti a due possibilità: o riconoscere di aver clamorosamente sbagliato, di essere dotati di una capacità di elaborazione critica inferiore agli intellettuali della destra democratica, che condannavano sia la barbarie comunista che quella nazifascista, o di aver saputo, capito e aver mentito, di aver condiviso, e quindi di essere corresponsabili di quelle nefandezze. (Stupidi o corresponsabili dei crimini, una alternativa terribile, dilaniante, comunque vergognosa, per un intellettuale che rivendica una "tensione morale")
E infatti tra queste due posizioni (con alcune eccezioni, come per esempio quella di Pietro Ingrao che, con onestà e coraggio, parla di "macchia", e di Rossana Rossanda che affronta l'argomento senza reticenze), si sono divisi i dirigenti e intellettuali comunisti. I primi, che dicono di aver saputo, preferiscono la condanna morale, per aver condiviso e mentito, e lasciano il cerino (della stupidità) in mano a quanti hanno creduto alle loro assurde menzogne per anni, e li hanno votati.
Gli altri, cioè coloro che riconoscono di aver frainteso, di non aver ben capito, di aver sottovalutato ecc., si sentono addosso il giudizio di pensatori mediocri, che hanno dimostrato scarsa intelligenza nell'analisi di fenomeni che, per altro, erano stati correttamente interpretati da molti.
E ciò tanto più gravemente se si ricorda l' arroganza e aggressività con la quale questi errori di interpretazione venivano spacciati per verità, arroganza che ha contagiato un po' tutta l'area culturale della sinistra, che ora si affanna in un fuggi fuggi generale dalle vecchie posizioni, in cui ognuno rinnega ciò che è stato.
Ora l'intellighenzia di sinistra deve metabolizzare l'umiliazione di essersi dimostrata inferiore intellettualmente alla destra, e si trova ad affrontare il malumore che serpeggia nel suo gregge, esposto anch'esso all'umiliazione e allo scherno per la sua disponibilità a credere, e così a lungo, in verità così insensate.
Da tempo usa la sua capillare presenza nei mezzi di stampa e negli organi di formazione e controllo dell'opinione pubblica (giornalisti, critici, direttori di strutture culturali ecc.) nel tentativo di cancellare quell'onta: a sinistra vanno sempre più spesso ripetendosi (tra di loro, per rincuorarsi e per rincuorare il loro popolo) che sono tutt'altro che stupidi, che sono nel giusto, nella speranza di contrastare il giudizio di campioni di stupidità che si sono guadagnati sul campo, e che si sentono addosso. E, in modo infantile, accusano di stupidità proprio coloro che su quel campo, sul campo della intelligenza, li hanno indiscutibilmente battuti.

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Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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