LIBERTA' DI SUICIDIO E DI OMICIDIO
Quale che sia la scelta il dilemma non esisterebbe, entrambe le ipotesi sono conseguibili, democraticamente, sotto l’incitamento sfrenato, esasperato, di quel partito anarco-radicale che si proclama detentore di un’etica sociale che va ben al di là dell’uomo e della cultura che lo ha fatto “Homo sapiens”: essere umano che pensa liberamente al di là dell’incombente presente.
La libertà è l’oggetto del contendere. Come se la libertà dovesse essere l’appagamento d’ogni desiderio e la rottura di tutti quei vincoli culturali che le consentono esclusivamente ciò che non è proibito dalla legge. Da qui la pretesa che si legiferi opportunamente affinché nella legge sia incluso anche il diritto d’aborto e il diritto agli omosessuali ed uranisti di costituire “famiglie” legalmente riconosciute. La famiglia millantata arcaica perché si faccia spazio ai PACS che, della famiglia naturale, sono l’edonistica impostura.
Una smania di sessualità erotica, soffusa di sentimentalismo carnale, pretenderebbe di attribuirsi dei riconoscimenti etici cui la società civile si assumerebbe l’onere: garantendo alle coppie di fatto, così costituite, tutte quelle provvidenze che lo Stato riserva alla famiglia come istituzione fondante della società civile.
Suicidio della specie umana insidiata dall’impossibilità di trasmettere il proprio DNA nei figli che non verranno, e quindi destinata all’estinzione nel breve volgere di qualche generazione se prevalesse l’esempio godereccio dell’edonismo accettato come etica di vita. Non senza voler alludere alle Sacre Scritture che condannano Sodoma e Gomorra luoghi di perdizione.
“Igitur Dominus pluit super Sodomam et Gomorrham, sulphur et ignem a Domino de caelo…”.
Fermo restando il diritto di ciascuno di armeggiare la propria sessualità secondo gli impulsi del desiderio, non è che i poveretti cui si nega la legittimità di “famiglia” siano dei reietti.
Essi godono degli stessi diritti-doveri di tutti i cittadini e dallo Stato ricevono le stesse provvidenze di ogn’altro cittadino rispettoso delle leggi. Non è il bisogno di carezze domestiche che si contesta loro; né l’ipotesi malaugurata di dover ricorrere a cure particolari, ad essi negate, che può autorizzare gli amatori del sesso uranista a dolersi della neghittosità della società nei loro confronti. La ghettizzazione così tanto strillazzata esiste soltanto nelle loro impudenza safficamente impegnata nella libertà, orgogliosamente ostentata, come conquista virtuosa di uguaglianza.
Sembrerebbe la scoperta dell’ovvio. Eppure, i signori crociati della libertà sessuale, insistono nell’imporre alle nostre leggi di andare oltre il naturale, consentendo a certa lussuria d’ottenere legittimazione e contributi.
Il problema non è filosofico, ci mancherebbe, ma pretendere “egalité” là dove di “egalitè” c’è solo l’impulso sfrenato dei sensi, è una prevaricazione che la democrazia subisce con grave danno della libertà. Opinando per gli eterosessuali un altrettanto diritto di ribellarsi a cotanta lussuria.
Nell’affrontare il dramma dell’aborto legalizzato, che è come un legalizzare l’omicidio alla luce del sole, sarebbe lodevole se i soliti crociati della libertà “libera” (come la giustizia giusta), si facessero promotori di provvedimenti legislativi che riconoscessero alla donna in gravidanza tutte quelle provvidenze economiche e sociali necessarie ad una mamma impegnata nella gravidanza della creatura che dovrà nascere. È soprattutto il dopo che dovrebbe essere garantito a quella mamma, a quella creatura che dovrà crescere fra tutte le difficoltà della vita.
Sbizzarrirsi a blaterare affinché la donna indecisa o contraria alla maternità sia legittimata a liberarsi della vita che l’affligge, aborto, è uno sciagurato uccidere che mutila la società civile del suo naturale crescere. Come se il grano seminato, o qualsiasi altro seminato, decidesse d’improvviso di non voler più germinare, impedendo alla vita di tramandarsi.
Direbbero i francesi: ça suffit! Il resto, magari, al discernimento di chi legge.
Celestino Ferraro
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