|
|||||||
|
|
Gilles Deleuze: un profilodi Fabrizio Gualco - 4 novembre 2002 Gilles Deleuze nasce a Parigi nel gennaio 1925. La sua famiglia, benestante, risiede in un quartiere presso l'Arco di Trionfo. Il padre è un ingegnere che si occupa di attività imprenditoriali. Negli anni che precedono lo scoppio del secondo conflitto bellico, al pari di tanti altri nuclei famigliari, la sicurezza economica dei Deleuze si deteriora. Le entrate si riducono e costringono ad un ridimensionamento dello stile di vita che, tra le altre cose, induce il padre a cambiare lavoro e l'intera famiglia a trasferirsi nel più modesto XVII arrondisement. Il percorso scolastico di Deleuze, almeno a sentire quello che lui stesso ammette, risulta piuttosto mediocre. L'interesse per lo studio si accresce quando il giovane incontra Pierre Halbwachs durante l'anno che il giovane Gilles, per volere dei genitori, trascorre a Deauville in Normandia. Questi lo introduce nel mondo delle letture, ed in particolare all'incontro con le opere di Charles Baudelaire, Andrè Gide, Anatole France. In coincidenza con l'invasione tedesca della Francia, Deleuze ritorna nella capitale e continua il suo percorso di studi al Licée Carnot. Compiuti gli studi liceali, asseconda la sua inclinazione per le materie umanistiche: nel 1944 Deleuze si iscrive all'Università della Sorbona, presso la facoltà di filosofia. Qui frequenta i corsi di Ferdinand Alquié (studioso di Cartesio, Spinoza e Bergson), Jean Hyppolite (specialista dell'opera di Hegel) e Georges Canguihelm. Fra i suoi compagni di studi spuntano i nomi di Michel Butor e Michel Tournier, destinati a diventare nella seconda meta del Novecento scrittori di fama nazionale. Nel periodo che va dal 1948 al 1957 termina gli studi universitari e comincia ad insegnare nei licei di Amiens, Orleans e Parigi. La carriera di professore liceale si interrompe con l'avvio della carriera universitaria che Deleuze inaugura appunto nel 1957 nelle vesti di assistant di Storia della Filosofia alla Sorbona. Tre anni più tardi, in qualità di ricercatore al CNRS, entra a far parte del Centro Nazionale della Ricerca Scientifica, corrispettivo francese dell'italiano CNR. Nel 1964 ottiene la sua prima cattedra all'Università di Lione. Nel 1969 presenta due tesi di Dottorato entrambe pubblicate in volume. La prima, sviluppata sotto la guida di Maurice de Gandillac, si intitola Différence et répétition (trad. it. Differenza e ripetizione, Raffaello Cortina Editore, Milano 1997), si propone di proseguire il solco tracciato da Nietzsche in direzione di un rovesciamento del platonismo ed in generale di tutte le forme tradizionali del pensiero. La seconda, portata a termine con la supervisione di Ferdinand Alquié, è dedicata all'interpretazione di Spinoza ed è discussa con il titolo Spinoza et le problème de l'expression (trad. it. Spinoza e il problema dell'espressione, Quodlibet, Macerata 1999). Nel 1969 si trasferisce al dipartimento di filosofia dell' università di Paris VIII - Vincennes (il dipartimento fondato da Michel Foucault, del quale avremo occasione di parlare in seguito), a cui afferirà fino al 1987. Dopo un lungo periodo di malattia, Gilles Deleuze si suicida gettandosi dalla finestra del suo appartamento a Parigi. E' il 1995. Secondo Franca D'Agostini, il pensiero e le opere di Deleuze si caratterizzano principalmente in senso sperimentale ed emancipativo (cfr. Analitici e continentali, Raffaello Cortina Editore, Milano 1997, p. 413): in tal modo, «la sua filosofia si presenta come una forma di costruzionismo» che «si connette ad una forma di animismo, per cui si ammette che i concetti creati non siano entità inerti ma al contrario siano capaci di autoformazione e dunque siano dotati di una vita e di una storia». Nella sua carriera di inventore di concetti, Deleuze imprime alla produzione teorica i caratteri dell'eterogeneità e della complessità. Caratteri che non di rado si rivelano alquanto complessi. Il suo punto di vista esprime una concezione fallimentare della storia della filosofia, la quale pertanto non si configura più come trascrizione informativa di ciò che un filosofo ha detto, ma si trasforma in estrapolazione concettuale volta quasi esclusivamente a far emergere ciò che egli non ha detto. La storia cessa di essere storia del pensiero e delle sue forme di rappresentazione teorica, e diviene interpretazione e comunicazione di quello che si presume che un pensatore abbia taciuto: un'estrapolazione che trasforma la storia dell'esplicitamente detto in decodificazione dell'implicito, in ermeneutica del non-detto. In altre parole, secondo Deleuze il ruolo dello storico della filosofia si condensa nel dire quello che non è stato detto: dire, sulla base metodologica di una libertà di interpretazione che è anche possibile considerare come arbitrio interpretativo, ciò che lo storico-interprete presume sia stato di volta in volta sottinteso dall'autore oggetto di interpretazione: «la storia della filosofia non deve ridire ciò che un filosofo dice, ma dire ciò che egli sottintendeva necessariamente, ciò che non diceva e che però è presente in quello che dice». (cfr. Lettre à un critique sévère) A parte rari casi, come ad esempio il saggio di critica letteraria dedicato a Marcel Proust del 1964 (trad. it. Marcel Proust e i segni, Einaudi, Torino 1986) i testi deleuziani non sono di facile lettura. Nelle pagine introduttive di Qu'est-ce que la philosophie? , testo scritto a quattro mani con l'amico e sodale Felix Guattari e pubblicato nel 1991 (trad. it. Che cos'è la filosofia? , Einaudi, Torino 1996) si legge che «il filosofo è l'amico del concetto» ma, a quanto sembra, una tale amicizia non si riverbera nei confronti dei lettori. Da questo punto di vista se il linguaggio di Hannah Arendt cerca la semplicità senza per questo mai cadere nella semplificazione, lo stile di Gilles Deleuze si tuffa nella complessità e si espone alla complicatezza. Il dialogo che Deleuze instaura con il lettore è l'opposto di ciò che Ortega y Gasset intendeva l'esperienza dialogica: ossia come dialogo dal punto di vista dell'altro. Se con Proust il problema della scrittura implica una sorta di gemmazione, all'interno della lingua conosciuta, di una lingua incognita, alternativa, "straniera"; e se con Beckett, d'altro canto, si parla di operare dei buchi nel linguaggio al fine di vedere cosa c'è "dietro" al linguaggio stesso, allora, come Deleuze scrive in Critique et clinique del 1993 - raccolta di saggi che a buon motivo può essere considerato il suo testamento letterario e filosofico (trad. it. Critica e clinica, Raffaello Cortina Editore, Milano 1996), colui che scrive «trascina la lingua fuori dai solchi abituali, la fa delirare (. ..) è l'intero linguaggio che tende verso un limite "asintattico", "agrammaticale"». Secondo Deleuze filosofia e letteratura coincidono con i concetti e le invenzioni linguistiche che danno forma al delirio di chi vuole costantemente porsi ai confini del linguaggio, al fine di rompere schemi ritenuti cristallizzati, oltremodo rigidi, e perciò inutili. Tali confini sono vissuti come limiti negativi: barriere, muri, schermature limitanti da superare in modo dirompente attraverso la sostituzione delle regole vigenti con regole inventate all'occasione e per l'occasione. Gilles Deleuze può essere senza dubbio uno degli ispiratori delle pratiche di pensiero e di azione che innervano il dire e il fare dell'attuale cultura politica antagonista. All'interno della sua opera non compaiono solamente nomi di filosofi (Spinoza, Hume, Nietzsche) o di scrittori (Proust, Kafka, Beckett, Simondon) ma anche nomi attinenti alla psicologia e alla psichiatria (Guattari, Foucault, Laing, Cooper), alla pittura (Francis Bacon), al teatro (Carmelo Bene), alla cinematografia, alla musica d'avanguardia. Gli strumenti linguistici e concettuali di derivazione deleuziana rientrano in modo diretto o indiretto nel lessico di molti intellettuali militanti radicalmente avversi alla costituzione attuale delle cose, tra i quali è possibile ricordare Antonio Negri, Michael Hardt, Paolo Virno, Judith Revel. Deleuze possiede lo spirito dell'avanguardista, per il quale la tradizione non può dialogare con l'innovazione: se non altro perché la verità è figlia del tempo e perciò prodotto temporaneo ed altrettanto temporanea permanenza, seppur vitale. La filosofia non è itinerario sapienziale così come si presenta la scepsi di Platone e di tutti coloro che alla metafisica dell'Ateniese si sono in vari modi e misure ispirati. Non è impresa spirituale cosi come testimoniano Pavel Florenskij ed Edith Stein. E neppure si presenta come ricerca del senso della vita al modo di Sciacca o di Victor Frankl. La filosofia considerata nell'accezione deleuziana si configura piuttosto come attività funambolica, pratica di sperimentazione linguistica, inventiva concettuale che si determina nella creazione, all'interno di una prospettiva integralmente immanentista, di formule mentali e modi di vita resi legittimi e plausibili dalla loro stessa esistenza. In tal contesto, la sperimentazione assume il ruolo di via di salvezza della mente umana dall'irrigidimento mentale indotto dalle istituzioni sociali e dalle mentalità considerate dominanti: e l'emancipazione, già dagli anni 70 (cfr. i Dialogues con la sua compagna Claire Carnet, pubblicati nel 1977 - trad. it. Conversazioni, Feltrinelli, Milano 1980), si presenta come un programma di liberazione del pensiero oppresso in mille modi e maniere da un mondo ritenuto sostanzialmente negativo e fondamentalmente indegno di essere vissuto e compreso così come esso è. La pratica dell'invenzione concettuale nega principi fondativi, in modo radicale quelli metafisici, poiché la metafisica non è colta come possibile strade maestra, come l'humus su cui l'intelligenza può radicarsi e fruttificare al meglio, ma come forma di costrizione e coercizione, fucina di gabbie retoriche da cui il pensiero umano deve e può liberarsi. Fabrizio Gualco |
Iscriviti alla newsletter per ricevere gratuitamente la rivista al tuo indirizzo e-mail IN QUESTO NUMERO
|
|||||
|
Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
|||||||