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numero 280
6 marzo 2008
 
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Victor Frankl
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Colpa collettiva e colpa individuale

di Fabrizio Gualco - 29 gennaio 2003

Come abbiamo visto, Frankl è un reduce del lager. Un sopravvissuto. Una persona che ha attraversato condizioni e situazioni poste ben al di sotto del minimo grado accettabile di decenza e di umanità. Un individuo che ha trascorso, per dirla con Rimbaud, la sua personale stagione all'inferno, e che da tale inferno è emerso non senza cicatrici fisiche e spirituali. Frankl, similmente a Edith Stein, Etty Hillesum, Pavel Florenskij, Aleksandr Solzenicyn ed al pari di milioni delle altre vittime sacrificate in nome del delirio ideologico nero e rosso, ha sperimentato la forma di oppressione più tremenda che possa esistere: l'oppressione totalitaria dell'uomo sull'uomo come violenza gratuitamente attuata nei confronti della persona.

Nonostante tutto, e come non a tutti è capitato, egli non solo è sopravvissuto, ma, cosa in certi casi ancor più difficile, è riuscito a riprendere in mano le redini della propria esistenza. Come a tal proposito scrive Giselher Guttmann: «Frankl rappresenta, sotto forma di dissezione obiettiva, la situazione limite di un'esistenza permanentemente provvisoria e dalla costante incertezza sulla fine. Tuttavia egli ebbe non soltanto l'energia per sopravvivere, ma anche la forza, dopo il ritorno dai Lager, di rimanere fedele ai suoi princìpi con tranquilla assennatezza» (cfr. la sua Introduzione a Victor E. Frankl, Logoterapia. Medicina dell'anima, a cura di Eugenio Fizzotti, Gribaudi Editore, Milano 2001).

L'impresa spirituale insita nel dar vita ad una nuova vita, nel dare inizio ad un nuovo inizio implica (cosa di non secondaria importanza: per Frankl si è trattato niente di meno che di questo) l'esercizio incondizionato di una virtù non comune: quella propria a colui che, in modo libero e cosciente, sceglie di non farsi interiormente catturare dalla possibilità dell'odio né dalla vischiosità venefica dal risentimento verso coloro che, in vari modi, gli hanno causato sofferenze inaudite né gli hanno risparmiato torture e brutture dirette o indirette.

La grandezza umana e spirituale di Frankl si determina nell'intelligenza vigile che si concretizza nella saggezza di chi dalla sofferenza estrae la sua interiore forza: di colui che, dal letamaio composto da ogni possibile bruttura, ha estratto la capacità di vedere, giudicare, soppesare, misurare le cose del mondo attraverso un sentimento di giustizia legato indissolubilmente ad un cristallino senso delle proporzioni.

Da questo punto di vista, come sostiene Frankl, i confini del giudizio non sono statici, dati una volta per tutte; bensì dinamici, in continua e vicendevole intersecazione. Se proprio si vuole formulare una constatazione estremamente sintetica, allora si può dire che, in fondo, «sulla terra esistono solo due razze umane, e solo queste due: la "razza" degli uomini per bene e quella dei "poco di buono". Queste razze sono diffuse ovunque, penetrano e si infilano in tutti i gruppi». (Cfr. Uno psicologo nei lager, Edizioni Ares).

Il realismo di Victor Frankl emerge anche e forse soprattutto quando egli parla del rapporto fra colpa collettiva e colpa individuale. Già dal 1945 Frankl si schiera contro il concetto di colpa collettiva. La colpa, egli sostiene, può essere soltanto personale. La colpa collettiva, propriamente, non esiste. Non si può incolpare un popolo, una nazione estendendo in modo generalistico ciò che necessariamente va semmai ascritto alle persone, alle singole persone sia per ciò che hanno fatto, sia per quello che hanno tralasciato di fare.

Al di là di ogni forma di ottimismo sentimentale, di tentazione buonistica, di forzatura critica tesa all'edulcorazione di temi e problemi importanti e spesso scottanti, Victor Frankl riesce a comunicare, sia per via diretta che indiretta, la profonda persuasione che la bontà, così come la tentazione della malvagità, può essere presente in ogni essere umano a prescindere dalla sua specifica collocazione geografica o funzione sociale, perché in ogni individuo è presente la libertà fondamentale che si traduce, operativamente, nell'opzione di scegliere se attuare il bene oppure il male. In tal senso, i frutti di una tale libertà possono essere tanto dolci quanto indicibilmente amari, ma restano pur sempre appannaggio dell'uomo come singolo.

Le sue considerazioni al riguardo non sono certo sbrigative, né dettate da una filantropia tanto retorica quanto fittizia: derivano dalle sue esperienze. Ne sono un frutto. Forse non da tutti compreso e di certo per qualcuno anche incomprensibile. La radice sostanziale dei suoi giudizi non nasce da induzioni o deduzioni di carattere teorico: ma dai capitoli scritti con l'inchiostro del coinvolgimento diretto e concreto, della vita vissuta in prima persona.

Infine risulta eloquente il seguente passo, tratto da un discorso che Frankl tenne il 10 marzo 1988 - cinquantesimo anniversario dell'ingresso dell'esercito hitleriano in terra austriaca - nella piazza municipale di Vienna davanti ad un uditorio formato di trentacinquemila persone: «Signori e signore, vi prego in quest'ora di ricordare con me mio padre, che morì nel lager di Theresienstadt; mio fratello, che morì nel lager di Auschwitz; mia madre, che finì in una camera a gas di Auschwitz; e la mia prima moglie, che perse la vita nel lager di Bergen-Belsen. E tuttavia devo chiedervi di non aspettarvi da me una sola parola di odio. Chi mai dovrei odiare? Io conosco soltanto le vittime, non i carnefici, quantomeno non li conosco personalmente - e io rifiuto di dichiarare qualcuno collettivamente colpevole. Una colpa collettiva infatti non esiste, e io questo non lo dico oggi, l'ho detto fin dal primo giorno in cui fui liberato dal mio ultimo campo di concentramento» (Cit. in: Paola Giovetti, Victor Frankl. Vita e opere del fondatore della logoterapia, Edizioni Mediterranee, Roma, 2001, p. 54).

Fabrizio Gualco

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Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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