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Sul perfettismodi Fabrizio Gualco - 15 febbraio 2003 Il perfettismo è la nota di fondo della mentalità utopica. La si percepisce nella presunzione di possedere la verità una volta per tutte; nella sicumera di conoscere perfettamente ciò che è bene e ciò che è male; nella pretesa di essere capaci di attuare, quali che siano i modi e le maniere, la giustizia perfetta. Il perfettismo, «vera insidia mortale per la società contemporanea, presupposto di tutte le forme di dispotismo e di totalitarismo, di populismo e demagogia» (cfr. G. Zen, Tra antiperfettismo e principio di giustizia, in Aa. Vv. , Rosmini e l'enciclopedia delle scienze, Olschki Editore, Firenze 1998), è frutto dell' incapacità di riconoscere le persone e il mondo per ciò che sono. Un'incapacità causata da un distorto senso del reale, da cui proliferano giudizi sull'uomo e sul mondo tanto inappellabili quanto infondati. Come tale, il perfettismo implica il sacrificio dei beni presenti in nome di beni futuri, ponendosi così all'interno di un'ottica falsata, che induce la persona alla svalutazione del concreto e alla sopravvalutazione dell'astratto. I giudizi perfettistici in realtà sono pregiudizi, anche perché non tengono conto dei limiti ontologici delle cose umane e mondane. Rousseau, teorico del bon sauvage, difensore dell'innocenza primitiva e primordiale nonché ispiratore della morte della responsabilità personale a favore di quella collettiva, può essere considerato come figura esemplare (cfr. , a tal riguardo, G. Baget Bozzo, Le metamorfosi della cristianità, Sugarco, Como 1991, pp. 91-96). Antonio Rosmini scrive: «Il perfettismo, cioè quel sistema che crede possibile il perfetto nelle cose umane, e che sacrifica i beni presenti all'immaginata futura perfezione, è un difetto dell'ignoranza. Egli consiste in baldanzoso pregiudizio, per il quale si giudica dell'umana natura troppo favorevolmente, e si giudica sopra una pura ipotesi, sopra un postulato che non si può concedere, e con mancanza assoluta di riflessione sopra i limiti delle cose» (cfr. A. Rosmini, Filosofia della politica, Rusconi, Milano). Il giudizio del filosofo e teologo roveretano trae linfa sostanziale all'interno di una visione realistica e fondamentalmente positiva dell'uomo e del mondo. Il discorso poggia sulle acquisizioni fondamentali della metafisica creazionista e dell'ontologia di ispirazione cristiana. Per Rosmini l'uomo, ente creaturale intelligente e finito, possiede dei limiti che lo determinano. Il limite primario è dato dal suo statuto ontologico. Tale statuto, lungi dall'essere una delimitazione negativa, costituisce la fondamentale attestazione positiva della bontà del suo essere, in quanto è la determinazione che ci permette di essere ciò che siamo: in senso "orizzontale" perché ci determina come persone e rende possibile la nostra singolarità: ogni persona è distinta dalle altre con le quali è in relazione. In senso "verticale", perché impedisce l'indebita identificazione dell'uomo con Dio: impone cioè la distinzione fra l'essere finito e l'Essere infinito. L'atto creante di Dio è un atto positivo, teso ad affermare e non a negare il creato. In questa prospettiva, dire che l'uomo è un essere limitato non significa affermare che il suo essere è rinchiuso all'interno di un recinto, che egli è "meno" di ciò che dovrebbe essere. Il limite ontologico che segna il nostro essere non è un limite che nega o priva di qualcosa, né toglie alcunché di necessario e dovuto per natura. Dal canto suo, Michele Federico Sciacca, interpretando le istanze rosminiane, coglie a fondo la questione e scrive che «l'essere con le sue limitazioni non comporta che l'ente finito sia imperfetto, anzi è questa la sua perfezione in quanto finito: come tale, non gli manca niente; non ha è non è solo quello che non gli è dovuto e se l'avesse cesserebbe di essere l'essere che è» (M. F. Sciacca, Ontologia triadica e trinitaria, l'Epos, Palermo, p. 52). Insomma: possiamo dirci perfetti, ma solo in senso relativo. Una perfezione relativa - quella umana - che nei confronti di quella divina - assoluta - appare sempre come imperfetta e sempre perfettibile, poiché il finito è costitutivamente incapace di adeguare l'infinito. Da ciò deriva che ammettere la propria imperfezione significa riconoscere un elemento costitutivo della nostra identità di persone. I nostri limiti personali sono costitutivi: rappresentano una condizione ontologica ed epistemologica che supporta l'esercizio concreto della libertà, dell'intelligenza e della responsabilità in tutti i campi dell'azione personale. I nostri progetti, le nostre azioni, le nostre attuazioni rispecchiano la nostra natura. D'altronde, come ogni antiperfettista, annota Dario Antiseri, Rosmini è naturalmente «a favore dell'idea e della pratica di perfettibilità dei comportamenti umani» (cfr. D. Antiseri, Antonio Rosmini. Una pietra miliare nella storia del cattolicesimo italiano in Aa. Vv. , Grandi liberali, a cura di E. Di Nuoscio e R. Modugno Crocetta, Rubbettino, Soveria Mannelli 2002, pp. 11-17). Non a caso, sintetizza Massimo Baldini, «la critica al perfettismo non è un rifiutare i miglioramenti della società, non è un chiudersi nel già esistente, non è avversione per il nuovo. In realtà, è un porsi un problema del miglioramento della società in termini non astratti» (M. Baldini, Il liberalismo, Dio e il mercato, Armando Editore, Roma 2001, p. 29). Il cristianesimo presenta la perfezione in tutta la sua eccellenza. Ma occorre tener presente che la prospettiva del cristianesimo, quale via di salvezza, è escatologica. Occorrerebbe sempre tener presente, in questo senso, la distinzione agostiniana fra status viae e status patriae. La perfezione cui il Cristo fa riferimento è imitabile, ma non pienamente raggiungibile. Il luogo del compimento storico e temporale viene posto al di là, e non al di qua della storia e del tempo. Per il cristiano la perfezione assoluta esiste, ma non è di questo mondo: la si può imitare, ma non ricopiare. La perfezione è un orizzonte aperto, una conquista che ogni volta va riconquistata: «qualunque perfezione può essere imitata, sebbene non appieno asseguita» (A. Rosmini, Filosofia della politica, cit. ). In questo mondo, la perfezione personale e sociale passa attraverso i limiti del nostro essere e del nostro fare; attraverso la necessaria fallibilità di una finitezza la cui perfettibilità è reale. Del resto, ben prima di Rosmini, Tommaso d'Aquino ricorda che la grazia divina non distrugge né sostituisce la natura, ma la eleva e la perfeziona. Riconoscere i propri limiti è un atto d'amore che ogni uomo fa a se stesso, veicolando nel tempo il sapore dell'eterno. Un atto importante, a prescindere dal quale risulta impossibile anche l'amore per gli altri. Parafrasando il passo di una novella chassidica, potremo dire che nell'Aldilà, all'uomo non verrà chiesto perché non è divenuto come Mosé o Giacobbe: ma domandato perché non è diventato se stesso. Fabrizio Gualco |
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Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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