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Riflessioni sulla giornata della memoriadi Remo Viazzi - 16 febbraio 2003 Un tema impegnativo, attuale, scottante per il primo appuntamento con "Pagine di Storia", nella speranza di coinvolgere tutti. La celebrazione della "Giornata della memoria" ha - ancora una volta - colpito nel segno: evitare appunto di dimenticare, ma anche farci sentire un po' tutti responsabili di quanto accadde allora. Il fascismo e le leggi razziali: la pretesa cioè di dipingere la situazione italiana con le stesse fosche tinte usate per quella tedesca però non mi piace e non dà conto della realtà storica. Difetti ne abbiamo tanti, parecchi errori hanno riempito le pagine della nostra storia, qualcuno anche paragonabile allo sterminio degli ebrei da parte dei nazisti, si pensi per esempio alle persecuzioni dei romani contro i primi cristiani, però "italiani brava gente" è un motto che ben sintetizza l'animo della "razza (tanto per restare in tema)". L'accusa Ricevo e riporto: «E sì, perché l'esimio professore (Gibelli, Storia Contemporanea - Università di Genova) - presentando in Provincia, qui a Genova, il libro di Pier Paolo Rivello... - affermò, parlando della questione ebraica, che è l'ora di finirla di dire che il fascismo non è paragonabile al nazismo, e cioè che il primo fu "blando", il secondo "criminale", in quanto sono stati la stessa cosa, e cioè entrambi feroci» Ritengo l'analisi del professore Gibelli troppo severa, affrettata e colpevole di una certa malcelata propensione alla lettura politica dei fatti storici. Basteranno poche citazioni, tratte da autori i più disparati per smontare una tesi che - se ha, come supposto, delle finalità politiche - non rende merito all'Italia e agli italiani. Se vogliamo osare non rende merito neanche allo stesso fascismo, che seppe - pur con qualche eccezione - almeno in questo resistere alle follie hitleriane. La prima voce, la più autorevole è quella di Renzo De Felice, che in "Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo" ci offre alcuni importanti spunti di riflessione. Gibelli sostiene dunque che fascismo e nazismo furono la stessa cosa, De Felice non lo pensa affatto e così argomenta, riguardo alle decisioni del Gran Consiglio del fascismo del 6 ottobre 1938, che precedettero di poco il R. D.L. 17 novembre 1938 n. 1728: «... per differenziare il razzismo fascista da quello nazista e per poter realizzare la formula del "discriminare e non perseguitare", non aveva voluto imboccare decisamente la via "biologica", unica possibile per chi voglia realizzare senza sbandamenti un vero antisemitismo, e si era, invece, mantenuto su un ibrido terreno un po' biologico, un po' religioso e un po' politico...(p. 335)». Abbiamo così cominciato dalla parte più difficile: cercare di "salvare" il fascismo. No. Non è questo l'intento, ma prendere decisamente le distanze è doveroso. Ci siamo macchiati - se qualcuno preferisce - si è macchiato (il fascismo) del crimine, orrendo di "discriminare", che forse si è gradualmente trasformato in quello ancor peggiore di "perseguitare", ma mai abbiamo pensato di "annientare": la "soluzione finale" non fa parte della nostra storia. Ammettere poi che la discriminazione perseguiva finalità politiche e religiose più che "biologiche" ci solleva non solo dall'accusa di antisemitismo, ma da quella tout court di razzismo. E non mi si venga a dire della guerra d'Africa, perché si finirebbe in un vespaio che non salverebbe alcun europeo dall'accusa di razzismo. Ma De Felice poco dopo fa un altro rilievo importante, questa volta parlando di Mussolini: «Né, del resto, per poco che egli considerasse l'opinione pubblica e la maturità politica degli italiani, era possibile pensare ad un'aperta persecuzione, dopo che, nonostante l'enorme battage propagandistico, era apparso chiaro che i primi provvedimenti e l'idea stessa di essi erano stati respinti dalla stragrande maggioranza degli italiani con una unanimità una volta tanto veramente totalitaria». Questo per ribadire come non ci si debba troppo colpevolizzare e comunque non oltre i nostri reali demeriti. È vero poi che le leggi razziali fasciste furono assai più blande, come è vero che molti ebrei europei trovarono rifugio proprio in Italia e con l'aiuto di numerosi fascisti scamparono ai campi di concentramento nazisti. Gli scontri tra gerarchi fascisti e nazisti a tal proposito sono noti: per la situazione degli ebrei di Francia si può rimandare ad un articolo di Paolo Maltese su "Storia illustrata" dell'ottobre 1983, n. 311, pp. 117-123: Gli italiani boicottano la caccia all'ebreo. La possibile conciliazione Nel capitoletto dedicato a Le complicità e il silenzio del mondo in "La soluzione finale. Lo sterminio degli ebrei", Tascabili Economici Newton, Enzo Collotti mette tutti di fronte alle proprie responsabilità (pur non facendo menzione del "tardivo" ingresso dei sovietici a Varsavia, che causò non pochi morti alla numerosa comunità ebraica polacca). Così chiude il capitolo: «Non si deve ritenere che questo disinteresse possa essere stato provocato e alimentato anche da un residuo, inconscio o consapevole che fosse, di antisemitismo presso l'opinione pubblica dei paesi interessati? Se la loro sorte era estranea al resto del mondo, forse ancora più estranea lo era perché in fin dei conti si trattava solo di ebrei. Non sembri una forzatura, ma probabilmente è legittimo porsi un interrogativo del genere, se si pensa all'avvelenamento dell'opinione pubblica dalla quale ha tratto le basi di consenso o di omertà l'intera vicenda». Nelle parole del presidente della Comunità ebraica Paolo Dello Strogolo, nel corso di "Storie", andato in onda sull'emittente televisiva genovese Telecittà giovedì 23 gennaio 2003, si può cogliere l'assoluzione degli italiani dai peggiori crimini nazisti perpetrati a danno degli ebrei: «La tragedia comincia a realizzarsi a Roma quando il 16 ottobre vengono arrestate circa 1000 persone e deportate immediatamente ad Auschwitz». Ma il 16 ottobre di cui parla il presidente della Comunità è già quello del 1943: il fascismo a Roma non aveva più alcun potere da un pezzo, quello che accadde fu "dettato" appunto dai nazisti, dai quali è necessario prendere le distanze. Insomma, la Giornata della memoria è stata celebrata e giustamente, giustamente bisogna assumersi la responsabilità di quanto accaduto, con veemenza conservarne il ricordo, con altrettanta forza evitare che la verità sia manipolata, alterata, artefatta. Il problema è troppo spinoso, troppi anche i morti che l'Europa ha sulla coscienza per lasciare spazio alla dietrologia al facile demagogismo. Nella schietta chiusa di Enzo Collotti una velata accusa a tutti per aver colpevolmente lasciato che l'orrendo delitto fosse compiuto, un signorile invito a non parlare degli ebrei solo quando questo è politicamente conveniente. Oggi - a cinquant'anni dal genocidio - chi sta ancora con gli ebrei?
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Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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