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Pacifismo cattolico e antiamericanismo

di Fabrizio Gualco - 28 febbraio 2003

Il nichilista - dice Frossard - è colui che si tappa le orecchie quando sente nominare la parola "Dio". Molti cattolici se le tappano quando sentono parlare positivamente degli Stati Uniti. Ammorbidito durante il periodo che seguì il crollo dei sistemi politici totalitari e della "religione" ideologica che il comunismo per molti rappresentava, l'ingrediente dell'antiamericanismo torna prepotentemente di moda non solo nella sinistra antagonista ma anche in quella parte del mondo cattolico che esprime pacifismo a senso unico.

La memoria storica rivela tutta la sua importanza anche e soprattutto quando si vive all'interno di una società che ha fatto della comunicazione mediatica e dell'abbondanza di informazione una delle sue caratteristiche portanti. Il Novecento ha segnato la vittoria della forma politica democratico-liberale su quella totalitaria. E gli Stati Uniti, la più antica democrazia del pianeta, hanno giocato in tal senso un ruolo fondamentale.

Eppure, soprattutto dopo la tragedia dell'11 settembre, gradatamente ma inesorabilmente la memoria dell'evento pare sia stata narcotizzata dalla messe di opinioni relative all'evento stesso. Siamo passati dal Siamo tutti americani di Ferruccio De Bortoli (è il titolo del suo articolo sul Corsera del 12-09-2001) all'equiparazione fra Saddam Hussein e George W. Bush, più o meno velatamente operata da molti intellettuali "organici". Con il tempo, sulle pagine dei giornali ed nei salotti televisivi si è passati dalla solidarietà per le vittime di New York all'affermazione che, più o meno indirettamente, la responsabilità del terrorismo va ricondotta agli Stati Uniti, poiché essi ed essi soli sarebbero in ultima istanza i responsabili degli squilibri mondiali.

Come ben evidenzia Massimo Teodori nelle pagine del suo Maledetti americani (Mondadori, Milano 2002), le considerazioni del cattopacifismo prendono le mosse da una visione alquanto schematica delle realtà economiche, geopolitiche e sociali del terzo millennio. Le motivazioni antiamericane denotano un'impostazione in cui le valenze negative sono preponderanti e decisive, direttamente o indirettamente incentrate sulla svalutazione dell'inscindibile binomio libertà personale - economia di mercato.

Da questo punto di vista gli Stati Uniti incarnerebbero lo spirito di Faust, colui che cercando il bene provoca sempre e comunque il male. L'American Way of Life, lo stile di vita americano - in realtà più uno stereotipo che un concetto, poiché non esiste una "ricetta" americana per l'esistenza - viene giudicato effimero ed immorale. La superpotenza americana, soprattutto in materia di politica estera, è la madre di tutte le ingiustizie. Eloquente in tal senso il sondaggio stile "aut-aut" - o questo o quello, tertium non datur - recentemente promosso da Famiglia cristiana, ove si impone la scelta secca fra Giovanni Paolo II (un leader spirituale) e George W. Bush (un leader politico), dove pare riproporsi nel presente un passato medievale fatto di guelfi e ghibellini.

A volte capita di trovarsi, in nome della pace, in guerra contro la guerra. Gli stati d'animo si arroventano al sole dei buoni sentimenti. Il vento delle passioni cresce d'intensità, si vorticizza, agita e rumoreggia. Nella confusione può capitare che princìpi nobilissimi vengano assolutizzati, esasperati, interpretati in modo tale da farli diventare dogmi ideologici. La bandiera multicolore della pace viene contrapposta a quella a stelle e strisce. In questo modo la ricerca della pace può assumere tonalità univoche, riduttive, intransigenti: pronunciare il no alla guerra senza il necessario corredo di se e di ma diviene espressione di un imperativo categorico che rivela uno spirito intransigente, e che disattende proprio quella testimonianza di pace che si vorrebbe dare.

Chi è consapevole della sostanziale imperfezione delle cose umane - e il cristianesimo lo insegna - è il primo a non pretendere più di ciò che realisticamente può ottenere da se stesso e dagli altri. D'altro canto, proprio la persuasione sull'imperfezione propria ed altrui è fondata sulla coscienza di possedere, in quanto esseri umani, dei limiti costitutivi di ordine ontologico ed epistemologico. Questo esorta positivamente ad esercitare la virtù dell'attenzione, al fine di evitare che i nostri giudizi non decadano a pregiudizi, e che il nostro senso della realtà possa mantenersi tale e concretizzarsi attraverso intelligenza e buona volontà, senza involgere in atteggiamenti negativi o comunque sterili, determinati sull'esclusiva critica del reale.

La mentalità ideologica che un certo antiamericanismo esprime, nasce e cresce sui pregiudizi nati dalla pretesa che l'essere umano sia infinitamente perfetto come il Dio che lo ha creato. E tali pregiudizi sono opinioni discutibili erette a verità indiscutibili. Non a caso i pregiudizi nascono, crescono, irrobustiscono su prese di posizione iniziali decretate, sin dall'inizio, come assolutamente vere ed irremovibili. La mentalità ideologica è una cultura della parzialità e della negazione del reale esistente. E come tale anticattolica.

L'antiamericanismo presente nel mondo cattolico veicola un elemento che cattolico non è. L'atteggiamento ideologico presente nell'antiamericanismo dei cattopacifisti è infatti la negazione dell'universalità propria del cattolicesimo e la validità perenne di quella visione-del-mondo che Romano Guardini chiamò christliche-katholische Weltanschauung: la capacità personale di vedere le cose a trecentosessanta gradi propria dello "sguardo" cattolico. Uno sguardo che rimanda ad una prospettiva non parziale ma globale, intenta a ripristinare la cifra della verità trascendente che fonda e garantisce le verità parziali immanenti.

Fabrizio Gualco

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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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