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Senso della vita e riduzionismo nichilistadi Fabrizio Gualco - 12 marzo 2003 Frankl afferma che nel campo delle pratiche psicologiche nessun modello di intervento è di per sé perfetto, e dunque non può in alcun modo presentarsi come una panacea. Dal punto di vista dell'azione terapeutica concreta, l'applicazione unilaterale di un metodo può causare più male che bene. Molte volte rappresenta una forma di ortodossismo non in linea con l'interesse del paziente ed in generale incompatibile con il rispetto della libertà e della dignità umane. Ogni pratica psicoterapica può fruire, in tale prospettiva, dell'ausilio che apporti derivati da altri orientamenti possono fornire. Ma ciò non significa procedere per via esclusivamente addizionale, attraverso la semplice somma di particolari orientamenti psicoterapici. Si tratta di evitare indebite forme di eclettismo, tentando al contempo di agire per via integrativa: ossia riordinare i punti di vista delle molteplici dimensioni costitutive della persona, ed inserirli nella totalità della realtà umana (cfr. Alla ricerca di un significato della vita, a cura di Eugenio Fizzotti, Milano 1999, p. 26). Secondo Frankl ogni epoca possiede "nevrosi" predominanti, nei cui confronti conviene operare anche attraverso la comprensione dei cosiddetti "segni dei tempi". Per questo motivo, alla base delle teorie e delle pratiche specifiche che egli propone, esiste la considerazione dell'uomo come un essere alla ricerca di un significato: direttamente o meno, teso a cogliere il senso autentico e fondante della propria vita. La concezione antropologica, esistenziale e psicologica di Victor Frankl possiede punti di partenza e prospettive che traspongono in campo psicologico della filosofia fenomenologica, in particolare quella di Max Scheler. Victor Frankl possiede presupposti teorici diversi rispetto a quelli Sigmund Freud o di Alfred Adler. Il motivo fondamentale che spinge l'uomo all'azione non dipende dalla freudiana soddisfazione del piacere o nell'adleriana volontà di potere, ma è individuato nella cosiddetta volontà di senso. Una volontà di senso che si manifesta nella tensione continua fra la realtà dell'esistenza ed il mondo dei valori, e che si presenta alla persona «come appello e come sfida nel lavoro, nell'arte, nell'educazione, nella famiglia, nel servizio di volontariato, nella lotta alla criminalità, nella difesa della legalità» (cfr. la Presentazione alla nuova edizione italiana di E. Rizzotti, in V. Frankl, Logoterapia e analisi esistenziale, Morcelliana, Brescia 2001). Come egli stesso scrive, «in realtà noi oggi non siamo più confrontati, come ai tempi di Freud, con una frustrazione sessuale, quanto piuttosto con una frustrazione esistenziale. E il paziente tipico dei nostri giorni non soffre tanto di un complesso di inferiorità, come all'epoca di Adler, ma di un abissale sentimento di insignificanza, intimamente connesso ad un senso di vuoto interiore» (cfr. La sofferenza di una vita senza senso, Elle Di Ci, Torino 1992, p. 9). Dunque, il pericolo a cui si espone l'uomo di oggi è quello di non riuscire a fornire di autentico significato la propria vita: dimenticando che la vita, a prescindere da ogni forma di malessere esistenziale, possiede sempre un senso. Da un certo punto di vista, ciò che Frankl chiama "nevrosi noogena" (dal greco noos, spirito) comporta una vacatio della libertà umana intesa come facoltà di scegliere, in modo autonomo e responsabile, i modi e valori attraverso i quali possa rendersi pienamente cosciente delle sue obiettive potenzialità, della sostanziale positività del mondo e di ciò che in esso si può progettare ed attuare. In maniera differente dalla nevrosi intesa in senso stretto, ossia come affezione psicogena, la "noogenìa" che può affliggere la persona si determina soprattutto attraverso conflitti morali, collisioni valoriali, frustrazioni di natura esistenziale che, in tempi ed in modi variabili da persona a persona, comportano l'assunzione del lasciarsi vivere eretto a stile di vita: come se la persona avesse molte ragioni per vivere ma nemmeno un motivo per esistere. Difatti, da un punto di vista fenomenologico, tale tipo di "nevrosi" «lascia apparire in primo piano la carenza di interessi e la mancanza di iniziativa» (cfr. Alla ricerca di un significato della vita, op. cit.). La psicologia, così come ogni altra disciplina, è sempre esposta al rischio della "disumanizzazione" indotta da una riduttiva concezione dell'essere umano. Detto altrimenti: affinché vi sia reale integrazione e non superficiale eclettismo, risulta imprescindibile un ampliamento della visione antropologica sottesa a quella psicologica. Ma il riduzionismo antropologico- ridurre, sia teoricamente che praticamente l'uomo a meno di quel che egli è: come fa ad esempio Sartre quando lo definisce una passione inutile - non resta confinato nel rapporto antropologia-psicologia, ma è considerato come un vizio transdisciplinare, presente in tutti i campi del sapere. Ed è per questa sua pervasività che esso rappresenta una delle cause principali del malessere esistenziale che odiernamente affligge un numero di persone sempre maggiore. La responsabilità di scienziati, filosofi ed intellettuali è enorme, poiché è attraverso teorie intrise di nichilismo hanno che sono stati minate la fede e la fiducia dell'uomo nei confronti di se stesso, dei suoi simili, del mondo in cui è chiamato a dare un contributo costruttivo, quale che sia il suo ruolo o la sua posizione sociale. Magari per vie indirette ma non per questo meno efficaci, innumerevoli teorie hanno inciso sulle menti degli uomini, suscitando in loro atteggiamenti negativi che approdano è alla constatazione, illusoria ma vissuta come reale, di un vuoto esistenziale. Della sostanziale inutilità di ciò che si è e di quel che si fa. La persona è una globalità complessa e dinamica, un' unità poliedrica ed inesauribile. La realtà personale è sempre più di ciò che di essa si può dire. Il riduzionismo nichilista pretende di obliare nell'uomo la possibilità, radicata nel suo stesso essere, di tenere nei confronti di ciò che necessariamente lo condiziona un atteggiamento libero e responsabile. In tal senso ogni nichilista dimentica, o vuole dimenticare, che proprio un tale atteggiamento connota indelebilmente una vita che sappia e voglia dirsi dignitosa e indicibilmente preziosa. Il senso della vita non lo si crea astrattamente, ma lo si trova concretamente. La vita non è un semplice fatto, ma una sorta di compito da portare a termine nel migliore dei modi, secondo i tempi, i ritmi, le predisposizioni propri ad ognuno. Frankl, che ha vissuto l'esperienza dei lager nazisti e che proprio in questi luoghi ha perso la maggior parte delle persone a lui care (genitori e moglie compresi) è forse tra coloro le cui parole risultano maggiormente autorevoli e credibili: «nessuna situazione della vita è realmente priva di significato. Questo vuol dire che gli stessi elementi che apparentemente sembrano segnati dalla negatività, come è il caso della tragica triade dell'esistenza umana, formata dalla sofferenza, dalla colpa e dalla morte, possono essere sempre trasformati in una conquista, in un'autentica prestazione, patto che si assumano nei loro confronti un atteggiamento e un'impostazione giusti». (cfr. La sofferenza di una vita senza senso, op. cit., p.32) Fabrizio Gualco |
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Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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