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Edith Stein
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Edith Stein e l'enciclica Fides et Ratio

di Fabrizio Gualco - 27 marzo 2003

Una delle connotazioni del pensiero cattolico è quella di porsi il problema della relazione originaria che esso intrattiene con la metafisica, nonché di vivere tale relazione come teoria e prassi, ossia nell'attuazione dell'unità di contemplazione e azione. La tensione conoscitiva nei confronti della verità, la ricerca del senso della vita, il desiderio di scoprire il fondamento di ciò che appare relativo e transitorio, sono istanze costitutive della persona. Sono desideri profondamente radicati nell'interiorità dell'uomo, da sempre presenti nella sua anima e nella sua mente.

La Fides et Ratio, tredicesima enciclica di Giovanni Paolo II, si concentra sui rapporti fra fede e ragione, fra rivelazione e filosofia, fra sapienza sovrannaturale e conoscenza naturale. Questo rapporti possiedono il loro comune denominatore nella verità oggettiva, intesa nella sua valenza filosofica, teologica e metafisica, nonché nelle implicanze che essa comporta nell'ambito della trasformazione religiosa e culturale della persona e della società nella sua globalità.

Eloquente, in tal senso, è l'incipit di Giovanni Paolo II. Il Pontefice, nello specifico, non adotta un concetto ma si affida all'eloquenza sintetica di un'immagine: fede e ragione, egli scrive, sono come due ali attraverso cui lo spirito umano si innalza verso la contemplazione della verità. Sin dall'inizio, nel testo dell'enciclica, si addita ad un'essenziale unità, ad un connubio prezioso, ad una sinergia feconda il cui risultato interessa la persona sia dal punto di vista del pensiero teoretico, sia da quello dell'azione pratica.

Lungi dall'essere indipendenti l'una dall'altra, i termini in questione non costituiscono percorsi paralleli, così come parallele sono le rette che non s'incontrano mai. Né rappresentano realtà blindate all'interno di compartimenti stagni - contigui sì, ma inderogabilmente separati. E neppure costituiscono, per dirla con Heidegger, degli Holzwege (sentieri interrotti). Semmai, più che sentieri interrotti, fede e ragione costituiscono, per il pensiero, strade maestre che conducono a percorsi inesauribili, sia per estensione sia, soprattutto, per profondità.

Con un'ala sola non si vola da nessuna parte: semmai si precipita, e forse più velocemente del prometeico Icaro. In Essere finito ed Essere eterno (Città Nuova Editrice, Roma 1988), Edith Stein dimostra di ben conoscere i limiti dell'argomentazione basata sull'esclusivo uso della facoltà razionale: «Il pensare argomentativo formula concetti rigorosi, ma che non sono in grado di cogliere l'incomprensibile, anzi lo situano a quella distanza che è propria di tutto ciò che è concettuale».

Fede - ragione, Rivelazione - filosofia, sapienza sovrannaturale - conoscenza naturale: rapporti di sicuro complessi ma possibili: con buona pace della riflessione filosofica egemone in Occidente da più di trent'anni, quella nipote di Nietzsche e Heidegger e pronipote del razionalismo illuminista, tanto debole nel pensiero quanto forte nella sua vocazione nichilista: ben esercitata, ancora oggi, a giocare solipsisticamente con se stessa, attraverso una mentalità distruttiva che tende a spandere nella vita sociale ed individuale l'antrace della disperazione, della solitudine, della negazione della positività di ciò che si vive e la conseguente rivolta nei confronti della vita stessa.

I termini dei rapporti in questione non determinano né inducono ad una visione dualistica: fra di essi la relazione non è posta in termini di aut - aut (o fede o ragione) bensì in termini di et-et (e fede e ragione): pertanto non reciproca ostilità ma sostanziale e feconda sinergia che si determina come «metodo della reciproca collaborazione e dalla circolarità fra ragione e fede, filosofia e teologia, da cui entrambe escono arricchite» (cfr. V. Possenti, Filosofia e Rivelazione, Città Nuova Editrice, Roma 1999).

Parafrasando André Frossard, possiamo dire che il nichilista, quando la ragione dice "Dio", si tappa le orecchie nell'incapacità di riconoscere l'essere di ciò che non vede né comprende. E tra quel che non vede né comprende c'è la filosofia, che ancor prima di essere esercizio di razionalità, è un'impresa spirituale: «La realizzazione piena di ciò a cui la filosofia, in quanto ricerca della verità, è la stessa Sapienza divina; il semplice sguardo con il quale Dio abbraccia se stesso e tutto il creato» (cfr. Sr. Teresa a Matre Dei, Edith Stein, Vita e Pensiero, Milano 1971)

Il nichilismo, tra le altre cose, considera il mistero come uno scacco alla ragione filosofica. Edith Stein, come pensatrice, teologa e mistica si oppone al nichilismo, sia riconoscendo alla ragione il ruolo che ad essa compete, sia per la consapevolezza, che mai l'abbandona, che la Rivelazione è comprensibile, seppur nei limiti intrinseci alla creaturalità umana, perché esiste nell'uomo la possibilità della sua assimilazione ad essa. Sempre in Essere finito e Essere eterno Edith Stein afferma che: «nel mio essere mi incontro con un altro essere, che non è il mio, ma che è il sostegno e il fondamento del mio essere». Il fondamento della verità della persona, della sua capacità di conoscenza, di comprensione, di discernimento, «resta per noi incomprensibile»: ma l'incomprensibilità è quella del mistero di Dio, di fronte al quale la facoltà logico-concettuale è chiamata non ha rifiutare bensì a riconoscere come tale. Del resto, come afferma Baget Bozzo a tal riguardo, «Il cristianesimo non è filosoficamente neutro. Sceglie le filosofie. Cerca quelle che possano offrire un linguaggio universale (...) la Rivelazione cristiana cerca le sue strade nel pensiero e nello spirito umano, strade che essa non ha costruito come opera propria» (cfr. G. Baget Bozzo, Il nesso fra Rivelazione e metafisica, in Aa. Vv., La navicella della metafisica, Armando Editore, Roma 2000)

La ragione è importante come medium descrittivo e perimetrico. Entro questi limiti, gli sforzi della razionalità filosofica, indirizzati alla qualità della vita umana e finalizzati ad una sua sempre maggiore dignità, non sono che da apprezzare. Ma i risultati positivi, in tal senso, raggiunti nel campo dell'antropologia, della logica, delle scienze della natura, della storia del linguaggio ed in generale in tutti gli ambiti del sapere, non debbono far dimenticare che la ragione stessa, che indaga unilateralmente sull'uomo come soggetto, può dimenticare o addirittura rifiutare che l'uomo è costitutivamente indirizzato verso una verità che lo trascende.

Oltre all'orizzonte dell'immanenza vi è quello della trascendenza, nei confronti del quale la ragione totalizzante non è capace di rendere conto. Tra le altre cose, la ragione che disconosce il fine ultimo dell'uomo, rifiuta di rapportarsi alla fede nonché all'intelligenza delle cose che essa apporta all'uomo, e provoca un pluralismo che nega la legittima pluralità dei punti di vista: «la legittima pluralità di posizioni ha ceduto il posto ad un indifferenziato pluralismo, fondato sull'assunto che tutte le posizioni si equivalgono (...) sono emersi nell'omo contemporaneo, e non soltanto presso alcuni filosofi, atteggiamenti di diffusa sfiducia nei confronti delle grandi risorse conoscitive dell'essere umano» (Fides et ratio, versione integrale, Piemme, Casale Monferrato, p. 53).

Il razionalismo ama le prospettive parziali, per quanto assolute possano essere le sue intenzioni retoriche. Razionalismo e nichilismo si comportano nei confronti della fede con atteggiamenti sostanzialmente inquisitori: che la fede sia condannata o parzialmente assolta, dichiarata inconsistente oppure relegata nell'ambito dell'esigenze psicologiche o intimistiche, essa resta pur sempre considerata come imputata, come qualcosa che va giudicato alla luce di parametri mentali ritenuti più "credibili".

Sotto questo aspetto, Edith individua il "peccato originale" del pensiero moderno: «il pensiero moderno, liberatosi dalla tradizione medievale, pone al centro, al posto del problema ontologico,cioè dell'essere, il problema gnoseologico, vale a dire della conoscenza, e scioglie il vincolo con la fede e la teologia» (Essere finito e essere eterno, cit.) Il pensiero moderno, salvo rare eccezioni - che peraltro confermano la regola - antepone il problema di una conoscenza razionale al problema di una sapienza sovrarazionale. Ma in tal modo la ragione può giungere alla presunzione di poter dire sull'uomo, sul mondo e persino su Dio stesso una parola ultima, definitiva.

Ogni mezzo deve essere proporzionato al fine: del Mistero di Dio c'è esperienza, ma non concetti esaustivi. Di fronte al Mistero, la parte logico-razionale della mente umana riconosce la propria finitezza, poiché «malgrado il suo lavoro (...) non può formarsi un concetto adeguato di Dio» (Cfr. Scientia Crucis. Studio su S. Giovanni della Croce, Postulazione Generale dei Carmelitani Scalzi, Roma 1982). Edith Stein fruisce della ragione come mezzo, non come fine del discorso filosofico. La sua razionalità non perde tempo a disquisire su se stessa ma si pone al servizio della verità nella sua prospettiva infinita.

Edith Stein è storicamente riconosciuta come discepola di Husserl, dal quale impara a fruire appieno delle potenzialità logico-razionali della mente umana e le possibilità di costruire un impianto argomentativo sistematico. Ma, oltre Husserl e l'impostazione fenomenologica, Stein riconosce che tali potenzialità non solo le sole a disposizione della mente umana. Husserl tende all'instaurazione di una filosofia come "scienza rigorosa", ed la fede dall'ambito del discorso filosofico. In tal senso l'incontro di Edith Stein con Tommaso d'Aquino è decisivo.

La ricerca della verità non può che trovare riposo nel Mistero di Dio, Mistero in cui l'enigma essenziale che l'uomo stesso rappresenta si disvelerà in piena luce. Da ciò deriva, per la Stein, che la filosofia stessa, anziché imboccare le vie del nichilismo teorico che produce, in via pratica, l'indebita riduzione antropologica che coincide con la solitudine e la disperazione dell'essere umano, deve aprirsi alla metafisica e alla Rivelazione.

Da questo punto di vista, Giovanni Paolo II dichiara esplicitamente che la preoccupazione dell'enciclica Fides et Ratio non è quella di prendere posizione su questioni propriamente filosofiche, né quella di imporre l'adesione a tesi particolari. Ciò però non impedisce a Wojtila di indicare in Tommaso d'Aquino il modello per quanti ricercano la verità. Tommaso ha saputo difendere la novità della Rivelazione senza mai sopravvalutare né, d'altro canto, sottovalutare, le competenze della ragione: nella sua riflessione filosofica e teologica, le esigenze della ragione e la forza della fede trovano la sintesi più elevata che il pensiero abbia raggiunto (Cfr. Fides et ratio, testo integrale, Piemme, Casale Monferrato 1998). In tal modo l'Aquinate, che «aveva cessato di essere quel punto di riferimento della teologia che era stato dopo il Concilio di Trento», vi ritorna con l'enciclica, e soprattutto in temi importanti quali «la filosofia come meditazione sull'essere, il vincolo della Rivelazione ad una filosofia dell'essere, la luce che la Rivelazione getta sulla filosofia» (G. Baget Bozzo, Il nesso fra Rivelazione e metafisica, cit.)

Le argomentazioni di Edith Stein si avvalgono della ragione rispettandone le regole formali. Al contempo, riconoscono la fede come intelligenza ulteriore e superiore. Ciò consente di sviluppare riflessioni comprensibili e sensate anche per chi non afferra o non vuole afferrare l'evidenza del valore aggiuntivo che la Rivelazione manifesta. Come d'altro canto si legge in una lettera inviata a J. Maritain il 16 aprile 1936, la filosofia «ha bisogno di essere completata, perché in fondo, tutto ciò che è finito è, in quanto creato, posto in relazione con Dio, e questo non è esaurito con le risorse proprie della filosofia» (cfr. Cahiers Jacques Maritain, n. 25, dicembre 1992, p.38): per tal motivo la filosofia si apre alla teologia e alla mistica. Il rapporto dell'essere finito con l'essere eterno è di tipo personale, è una relazione che rimanda ad un orizzonte escatologico, poiché la realtà del mondo di cui facciamo esperienza non è l'assoluto, ma all'assoluto rimanda. Il vero senso della vita, della verità dell'uomo e del mondo, viene colto nella verità divina che, sebbene imperfettamente, la mente umana è capace di accogliere e di comunicare. Edith Stein sembra avere ben presente l'esortazione di Bonaventura, posta all'inizio del suo Itinerarium: ossia che «non è sufficiente la lettura senza la compunzione, la conoscenza senza la devozione, la ricerca senza lo slancio della meraviglia, la prudenza senza la capacità di abbandonarsi alla gioia, l'attività disgiunta dalla religiosità, il sapere separato dalla carità, l'intelligenza senza l'umiltà, lo studio non sorretto dalla grazia divina, la riflessione senza la sapienza ispirata da Dio».

Fabrizio Gualco

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