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Nichilismo e pacifismodi Gianteo Bordero - 10 aprile 2003 Da che cosa muove il pacifismo assoluto? Quali sono le sue matrici storiche e culturali? Può trovare origine nel Cristianesimo, o invece affonda le sue radici in correnti di pensiero addirittura contrarie ad esso? Si è molto dibattuto - e tuttora molto si dibatte - attorno all'impatto sociale, politico e culturale ottenuto dal cosiddetto "movimento pacifista", ma pochi si sono presi la premura (e ciò è stato causa di notevole confusione) di interrogarsi su quello che potremmo chiamare il "punto sorgivo" del pacifismo assoluto, e sui suoi presupposti teorici. Abbiamo così osservato, in questo periodo, la bandierina della pace sventolare sulle facciate delle chiese (o, addirittura, appese sotto gli altari). Abbiamo visto preti e suore andare a braccetto coi "disobbedienti" anarchici, incuranti di sapere da dove provenisse quell'anelito alla pace dei loro nuovi (o vecchi) compagni di viaggio. Abbiamo visto - per l'ennesima volta - il trionfo dell'utopismo (pace a tutti i costi, pace "senza se e senza ma") sul realismo cristiano (pace nella giustizia, e non a tutti i costi). E la cosa paradossale è che il realismo cristiano è stato sconfitto proprio sul suo stesso terreno, cioè tra i cristiani stessi. Abbiamo visto, così, settimanali "cattolici" (?) farsi eco degli slogan del pacifismo assoluto, proporre sondaggi faziosi che invitavano i lettori a scegliere (come sarebbe invece stato ragionevole e auspicabile) non tra Bush e Saddam Hussein, bensì tra Bush e il Papa. Abbiamo visto missionari terzomondisti parlare dai pulpiti delle chiese e aizzare i parrocchiani a clamorose manifestazioni di dissenso nei confronti degli Stati Uniti d'America, considerati alla stregua di un Hitler qualsiasi. Abbiamo visto fiaccolate, marce della pace e quant'altro, senza mai nessuno che si sia posto il problema, la domanda su ciò che muove i leader del pacifismo assoluto, sulla loro visione del mondo e delle cose, e sulla loro concezione di giustizia e di libertà... A nostro avviso, ciò che sta sotto a tanta parte dei movimenti pacifisti - e che li anima alla radice - è qualche cosa che non ha nulla a che fare col cristianesimo e col realismo cristiano, bensì ad essi si oppone in maniera radicale: il nichilismo (anche nella sua radice gnostica). Il rifiuto di ogni forma di guerra (anche della legittima guerra di difesa) che va in scena in questo periodo nelle piazze d'Italia e del mondo (o anche nei giardini pubblici di tante città) coincide - il più delle volte - con l'affermazione che non c'è nulla, in fondo, da difendere, nulla per cui valga la pena combattere e - eventualmente - sacrificare la propria vita. Non bisogna far la guerra perché nulla più conta veramente, ogni affermazione di una identità forte e irriducibile diventa sinonimo di intolleranza e arretratezza culturale ed umana. "Non c'è niente di più triste dell'alba di un giorno in cui nulla accadrà" scriveva Cesare Pavese. E, se guardiamo alle modalità con cui il cosiddetto movimento pacifista sta portando avanti la sua "battaglia", possiamo leggere profeticamente le parole dello scrittore piemontese. Il mondo "ideale-utopico" del pacifista altro non è che il mondo svuotato da ogni pretesa sulla verità delle cose, sull'esistenza e sulla politica. La non-verità, così, non può che produrre un perenne non-accadimento: mai un risveglio, mai una reale possibilità di cambiamento non innanzitutto di strutture, ma di mentalità e di affettività. La pace così concepita - cioè come derivato di una presunta assenza della verità e del significato - è invece l'anticamera di ogni possibile violenza perpetrata nei confronti dell'uomo, perché laddove l'uomo non è disposto a riconoscere la ricchezza e complessità ontologica della realtà, finisce inevitabilmente con l'essere manipolabile da ogni suggestione di potenza, da ogni efferato disegno di dominio politico o ideologico. Difatti, mai che in uno dei corti di questi mesi si sia levata una voce contro Saddam Hussein, mai che uno solo degli sbandieratori delle bandiere arcobaleno abbia avuto il coraggio di dire qualche cosa sullo sterminio dei Curdi o degli Sciiti, mentre dava alle fiamme la vituperata bandiera americana. Il pacifismo è così il nuovo volto del mondialismo relativistico, del buonismo internazionalista che va "da Che Guevara a Madre Teresa", il volto di una generazione manipolata e strumentalizzata, una generazione cresciuta a pane e tolleranza, resa incapace persino di porsi in maniera radicale la domanda sulla consistenza ultima della realtà, la domanda sulla verità dell'esistenza, e se ci sia qualcosa per cui valga effettivamente la pena spendere la propria vita. Che ne sarebbe infine di noi, se al posto dei crociati medievali ci fossero stati i manifestanti pacifisti? Che ne sarebbe, della nostra civiltà, senza Carlo Magno, senza Lepanto, senza i costruttori di cattedrali? "Subito dopo di noi - scriveva un secolo fa Charles Peguy - comincia il mondo che noi abbiamo chiamato e continueremo a chiamare il mondo moderno. Vale a dire: il mondo delle persone che non credono più a niente, neppure all'ateismo, che non si danno, non si sacrificano mai. Precisamente: il mondo di quelli che non hanno una mistica. E se ne vantano. La questione è che il mondo moderno si oppone ad ogni cultura precedente, ad ogni regime precedente, a ogni società precedente, alla cultura insomma e alla società. E' infatti la prima volta nella storia del mondo che un mondo intero vive e prospera, sembra prosperare contro ogni cultura". Non c'è bisogno di aggiungere alcunché all'incontestabile verità delle parole profeticamente pronunciate dal grande Peguy.
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Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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