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numero 280
6 marzo 2008
 
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Gilles Deleuze interprete di Nietzsche

di Fabrizio Gualco - 10 aprile 2003

Una caratteristica portante della produzione intellettuale di Gilles Deleuze è il movimento, la dinamicità, l'impermanenza relative alle forme e alle rappresentazioni del pensare e del fare. Secondo Deleuze tutto diviene, ed il divenire è un insieme di eventi impermanenti che si muovono su un piano di immanenza. Il mondo in cui Deleuze pensa e agisce, inventa e produce risulta segnato, seppur in modo estremamente eterogeneo e multiplanare, da una totale assenza di elementi trascendenti. Una tale concezione del mondo prende le mosse da una diagnosi della realtà quotidiana che appare, al di là della sua intrinseca complessità di situazioni e mutazioni, inguaribilmente sfregiata dal negativo. Similmente a quella di Nietzsche, suo ispiratore.

Senza l'intervento del filosofo che inventa concetti, la realtà rimarrebbe un quaderno zeppo di nulla, disabilitato all'uso, inutilizzabile. Senza il pittore che inventa linee e colori che oltrepassano lo spazio della tela ed infrangono la spaziatura imposta dalla cornice, la vita rimarrebbe confinata nella banalità. Se il poeta non inventasse parole ed il cineasta immagini e sequenze, il mondo rimarrebbe il luogo del già-visto: un luogo in cui annoiarsi e di cui disperare. In questo senso, prendendo a prestito le parole di Ubaldo Fadini, si può addirittura constatare che «è proprio questo mondo ad essere intollerabile, nel suo quotidiano, nel suo "presente", senza che si abbia bisogno, per così (s)qualificarlo, di rinviare ad un mondo migliore e più vero». (cfr. la sua Introduzione a G. Deleuze, Divenire molteplice, Ombre corte edizioni, Verona 2002, p. x).

Il reale rimane un banale ricettacolo di noia esistenziale, un crogiolo di claustrofobia ontologica. Il quotidiano risulta inglobato all'interno di un'atmosfera quasi irrespirabile ed annichilente che può essere identificata, o quanto meno paragonata, a ciò che Charles Baudelaire intende quando parla di spleen, oppure a quel che evoca Jean Paul Sartre quando scrive della nausea. Insomma: la realtà possiede in sé una ferita talmente profonda ed incurabile che mai potrà cicatrizzare. Una ferita che mai potrà, nel tempo, trasformarsi in ruga d'esperienza: poiché il tempo, da questo punto di vista, possiede la validità terapeutica di un farmaco scaduto.

Se il mondo è inguaribilmente malato, anche la vita all'interno di esso non può che configurarsi come malattia. Una malattia nei confronti della quale ogni tentativo di guarigione non può che giungere attraverso un'invenzione. La guarigione dalla malattia non passa più per la ricerca del vero, dell'essenziale che è perno e fulcro dell'inessenziale e dell'accidentale: il pensiero trapassa nella sintomatologia e nella diagnostica. L'azione si confonde con la reazione, ed assume una connotazione necessariamente e tragicamente terapeutica.

«Diagnosticare il divenire in ogni presente che passa è il compito che Nietzsche assegnava al filosofo in quanto medico, "medico della civiltà" o inventore di nuovi modi di esistenza immanenti» (cfr. G. Deleuze-F. Guattari, Che cos'è la filosofia?, Einaudi, Torino 1996, p. 106): in tal senso Deleuze considera Nietzsche come uno dei suoi intercessori. L'intercessore è un qualcuno a cui ci si affida, che fornisce strumenti o ispirazioni atti a lenire l'intolleranza alla vita e alle sue forme di rappresentazione. François Zourabichvili, nelle pagine di un saggio dedicato al filosofo francese (cfr. Deleuze. Una filosofia dell'evento, Ombre corte edizioni, 1998), afferma che a Deleuze si potrebbe applicare ciò che egli dice riferendosi al regista Perrault: «io mi sono dato degli intercessori ed è così che posso dire ciò che ho da dire» (cfr., a tal riguardo anche G. Deleuze, Pourparlers, Les Éditions de Minuit, Paris 1990).

Nello specifico, l'intercessore è uno che dimostra famigliarità con labirinti e vicoli ciechi. Un essere nel quale coabitano, amalgamati, Arianna, Dioniso e Zarathustra (cfr. G. Deleuze, Nietzsche e la filosofia, Einaudi, Torino 2002). L'intercessore non è colui che intercede presso altro o altri, ma presso se stesso e presso ciò che ha inventato. L'intercessione scatta a favore di chi assume il non-senso della realtà come primo motore delle proprie macchinazioni teoriche e pratiche: e l'intercessore rappresenta, in un certo modo, l'ultimo "santo" a cui votarsi.

In tal senso il rapporto Deleuze-Nietzsche avviene nella più stretta corrispondenza all'antica ma sempre attuale formula del similia similibus: per Deleuze «Marx e Freud sono forse l'alba della nostra cultura, ma Nietzsche è tutt'altra cosa, l'alba di una contro-cultura» (G. Deleuze, Divenire molteplice, Ombre corte edizioni, Verona 2002, p. 29). Deleuze afferma che il tentativo di Marx e Freud può essere sintetizzato nella figura della "ricodificazione": trasformazione che ha per oggetto l'uomo e il suo mondo. Per Nietzsche il discorso è diverso: «attraverso tutti i codici, del passato, del presente, dell'avvenire, si tratta per Nietzsche di far passare qualche cosa che non si lascia e non si lascerà codificare». Da un certo punto di vista, non sorprende che il "68", nato dalla con-fusione teorica fra Nietzsche, Marx, un pizzico di Freud ed una dose di Heidegger, si manifesta attraverso forme di negazione della civiltà occidentale le cui frange più estreme collimano con l'apologetica della violenza.

Come scrive Gianni Baget Bozzo, Nietzsche - unico autore comune al nazismo e alla cultura antifascista del dopoguerra - è il filosofo che inventa il linguaggio di una nuova utopia. Nietzsche annuncia non solo la morte di Dio, ma anche la morte dell'uomo come centro del senso del mondo. Con la dottrina dell' übermensch (del superuomo come oltre-uomo), «egli intende modificare la coscienza umana perché si chiuda il tempo della storia e della coscienza storica e nasca quello di una nuova umanità: l'inclusione della natura stessa nella superumanità dell'uomo, infine totalmente congiunto, non all'apparenza della natura, ma alla sua essenza (...) In tal modo egli crea il linguaggio di una nuova utopia che nasce non dall'abolizione della violenza ma dalla sua accettazione come necessità. Non è la necessità la legittimazione della violenza? E non è la violenza l'incorporazione all'atto umano della necessità della natura?» (G. Baget Bozzo, Il Dio perduto, Mondadori, Milano 1999, pp. 41-42).

Nietzsche contesta l'esistenza e la validità dei criteri del vero e del falso e dunque nega ad essi il diritto di cittadinanza all'interno del linguaggio. Al contempo, però, si rende conto che lo scetticismo a cui va incontro provoca un insostenibile aumento del tasso di banalità della vita. Ed è a questo che egli agisce e reagisce attraverso l'affermatività insita nella volontà di potenza.

La volontà di potenza è la dottrina dell'oltre-uomo, dell'uomo che, morto Dio, fa morire anche se stesso attraverso una trasformazione di cui neppure lui conosce le implicazioni e la finalità. L'affermazione dell'oltre-uomo non prende le mosse da una realtà considerata nella concretezza del suo essere. L'oltre-uomo niciano vive all'interno di uno stato di conflitto permanente. Un conflitto che non esclude note violente ed anzi le giustifica attraverso la categoria del necessario. Non agisce nel mondo per innovarlo, ma per rovesciarlo ed imporre ad esso modi e toni teorici e pratici forgiati a sua immagine e somiglianza.

Si tratta di una affermazione autolegittimata, che procede nel senso di una sempre più radicale emancipazione dalla realtà così come essa si presenta. Non a caso, a proposito della dottrina niciana, Deleuze rimarca il fatto che vivere non significa «portare, aggiogarsi, assumere ciò che è, ma, al contrario, staccare, liberare, esonerare ciò che vive. Non caricare la vita sotto il peso di valori superiori, anche eroici, ma creare dei valori nuovi che siano quelli della vita, che facciano della vita il leggero e l'affermativo» (G. Deleuze, Divenire molteplice, cit., p. 4).

Il senso di responsabilità nei confronti di se stessi e degli altri, indisgiungibile dall'autentico esercizio di libertà personale e relazionale, emerge, seppur in diversi toni e sfumature, nelle opere e nei giorni di pensatori come Sturzo, Guardini, Arendt o Péguy. Il binomio libertà - responsabilità rientra nei "fondamentali" della cultura e della civiltà occidentale. Se uno dei termini viene soppresso, l'altro non può definirsi come tale, e si rovescia presto o tardi nel suo contrario. In tal senso l'invettiva di Nietzsche, similmente all'inventiva di Deleuze, è indirizzata proprio verso l'ambito del fondamentale.

Fabrizio Gualco

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Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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